Un paio di stivali rossi

Ha smesso, ha smesso di piovere. Chiudo il libro 'Piccole donne crescono' e apro la porta. Via, prima che mamma mi spedisca in drogheria a far la spesa o prima che le venga in mente qualche strana idea. Rapida, mi intabarro e prendo la strada che porta verso il borgo di san Simone, quattro case appiccicate l' una all' altra, quasi pronte a sostenersi se un colpo di vento decide di soffiare troppo forte. Il sentiero è solo fango, e rivoli d' acqua scura corrono giù, trascinando foglie e sterpaglia. Dai rami degli alberi, mossi dal vento, cadono gocce di pioggia. Una mi si è infilata giusta giusta tra il collo e il vestito: brrr, complimenti che mira! Che strano, non sento nessun uccello cantare, il bosco risuona di silenzio. Mi guardo intorno, nessuno, niente. Canta pennuto, canta, per piacere. Affretto il passo e mi trovo sulla stradina che porta verso quel gruppetto di case sbilenche. Duecento metri e ci sono. Il cielo viola brontola. Il mio cuore batte, ma un po' più forte. Cento metri. Ecco il borgo. Un fruscio…una volpe taglia il sentiero. Rossa nel grigio. Alza la testa. Per un attimo ci guardiamo. Ci annusiamo. Ci studiamo. Un attimo e il bosco la nasconde.

Sono seduta in cucina, intorno odore di minestrone e muffa. La sedia è scomoda e traballa. Dalla finestra aperta arriva un odore di stalla. Mi piace. Mi piace salire fin quassù, la prima volta ci sono venuta con papà che fa il veterinario e Pacifica, la mucca con la maglia della Juventus, era malata e Ernesto era preoccupato. Ernesto è strano. Non è di qui, è arrivato nel nostro paese tanti anni fa. Ernesto sta da solo. Quando entra in cucina si rimpicciolisce, e anche così i suoi capelli grigi e lunghi sfiorano il battente della porta. Si siede su uno sgabello che sparisce sotto il suo corpo, sembra stare in equilibrio nell' aria, un burattino senza fili. Ha le mani come badili, le gambe come trampoli, la faccia da clown triste, ma la voce è dolce, pacata, leggera. Scalda. Parlo, parlo come una macchinetta. Parlo di me, della scuola, della sua mucca a pois, del mio cane, dei miei amici, di mio zio, delle vacanze, del papà, del tempo. Gli racconto quanto mi piace scendere al fiume, giocare coi sassi, i legni, l' acqua, gli racconto che da un po' quando vado là tutto mi pare diverso e io mi sento diversa, gli racconto degli uccelli muti, del fango, della volpe. Ascolta, assorto. I suoi occhi hanno già visto. Si versa un bicchiere di vino e mi offre un' aranciata. Gioca con la pipa, se la passa tra le dita. Tossicchia, vuota il bicchiere e mi chiede se ho voglia e tempo di ascoltare una fiaba, lui la conosce fin da piccolo e se mi va ora…Sììììì…mi va, eccome, sì…

C' era una volta in un paese lontano un re capriccioso…se desiderava qualcosa la voleva, se era di un altro la prendeva e mai si accontentava…rubava, rubava, rubava. Solo a sé pensava. Ordinava, pretendeva, urlava e, crudele, rideva, rideva, rideva. Quando più nulla portare via al suo popolo poteva, quando nulla da sottrarre rimaneva, si adirava e, smanioso, ancora voleva, voleva, voleva. E la gente taceva, sopportava, subiva. Prese tutto ciò che bramava: denaro, raccolto, bestiame, ma non bastava, non bastava, non bastava. Un giorno dalla torre del castello guardò lontano e i suoi occhi ingordi scrutarono i boschi, i monti, i prati, il fiume. Dentro di sé sogghignò. Ancora voleva! Comandò ai soldati di tagliare tutti gli alberi delle sue montagne, di strappare tutti i fiori dei suoi prati, di catturare tutti gli animali del suo regno, di rubare tutta l' acqua dei suoi fiumi. Voleva, voleva, tutto voleva. E ancora, esigeva. Sognava di imprigionare il sole, di chiudere in una bottiglia la pioggia, di acchiappare con una rete il vento. Era un re capriccioso, era un re violento!

Ma un brutto giorno d' autunno il Gigante dei Montilassù pazienza non trovò più. Di rabbia e di sdegno si infuriò e si infuriò e si infuriò. Scosse una volta la testa e batté due volte i piedi per terra e sballottò tre volte le nubi e brontolò quattro volte tuoni e scagliò cinque volte lampi e sbuffò sei volte uragani e soffiò sette volte grandine e rovesciò otto volte la pioggia e agitò nove volte le acque e…

E il regno, il castello, il trono, la corona, lo scettro del re furono per dieci giorni spazzati dal vento, coperti di fango, invasi dall' acqua e corvi neri come cattivi pensieri volavano intorno, gracchiando, gracchiando, gracchiando…

I giorni passarono, lamentosi, dolorosi, faticosi. Giorni e giorni…Fughe e ritorni…Tanti e tanti…Poi sorrisi e basta pianti. Ora gli uomini della valle non avevano più i piedi nell' acqua e alzavano lo sguardo verso il cielo: il Gigante dei Montilassù, placata la sua rabbia, accendeva un arcobaleno.

" E' tardi, corri a casa piccola, e di corsa, fra un po' ricomincia a piovere. Vai…".

Scendo svelta il sentiero, la testa e il cuore pieni della voce di Ernesto. Cavolo ho dieci anni ma certe fiabe mi fanno ancora paura, be' non proprio paura, mi…un tuono lontano, dal monte, un colpo di tosse di un gigante…mi…mi agitano! Accelero il passo e non rallento fino a che non vedo il campanile della chiesa. Mi pare storto, come se un vento rabbioso, dispettoso e falloso lo avesse spintonato.

E' quasi buio. Ho quasi paura.

" Peloso, Peloso, vieni qui bello, stammi vicino…". E' notte, ma non dormo. Fuori piove. Tanto, troppo…

Tanto, troppo umido, il cortile è invaso da battaglioni di lumache e limacce : lasciano tracce bizzarre, scie senza inizio e senza fine, sentieri a metà. Bava di strega! Basta, basta pensare. Me ne vado su e giù per il paese, oggi c' è una fiera e tante bancarelle e tanta gente. Mi accorgo subito che non girano nel vento chiacchiere, né quel brusio che sempre dà vita ai giorni di mercato, solo qualche voce qua e là, stonata, fuori dal coro. Due parole con due compagne, poi vado a salutare Pino, il mio amico calzolaio, nel suo regno che sa di cuoio, colla e chiodi, mi compro un cartoccio di noccioline, ammiro in una vetrina una bicicletta giallo-canarino, e apro l' ombrello. Piove, tanto per cambiare piove e una nebbia appiccicosa copre le case, schiaccia i tetti, si attorciglia intorno al campanile, si insinua tra strade e vicoli; forse è il Gigante dei Montilassù con in testa il suo cappellaccio di nuvole che dà fuoco con una saetta alla pipa e soffia e soffia e soffia fumo denso a valle. Ma dai Chiara, è solo una fiaba! Due uomini a cavallo della bici, le mani in tasca, la sigaretta in bocca, scrutano il cielo, scuro come il loro silenzio.

Mi viene in mente una filastrocca imparata a scuola, ero piccola, ma la ricordo. Ho finito le noccioline e persa nel grigio trotterello verso casa. Faccio finta di essere allegra e canticchio: Nebbia nebbiassa, di là dal monte passa. Con un grano di pepe resti sulla siepe. Con un grano di sale la nebbia vaga in mare. Con un granin di piombo la nebbia vada a fondo…

I cani hanno abbaiato tutta la notte, un lamento, un passaparola , un aiuto, un coraggio, un state all' erta. Ululati.

Mi sono svegliata presto, mi fa male un dente, forse è tutta colpa delle noccioline. Mi sono trovata con i piedi sul cuscino e la testa infilata tra le coperte, insomma alla rovescio. Ho fatto sogni pazzi stanotte, mi ricordo il corpo di un gigante con il volto di Ernesto: mi strattonava con forza da una parte all' altra, lanciando nella penombra parole che non distinguevo, si agitava come se volesse farmi scendere dal letto, come se tentasse di avvisarmi di un pericolo, le sue mani erano enormi e i suoi occhi disperati. Su una spalla stava accoccolata una volpe, aveva una lunga coda rossa, il muso e il corpo sporchi di fango. Poi un grande albero che ruotava fra mille ghirigori in un' acqua color ruggine. Nella corrente galleggiavano i miei sandali. Un corvaccio appollaiato su un sasso teneva stretto nel becco una corona d' oro. Centinaia di lumache si muovevano impazzite. Ernesto suonava una pipa, uscivano fastidiosi suoni metallici. Chiudevo le orecchie. Ernesto, ora, assomigliava al papà. Pacifica parlava. La mamma gridava, ma non capivo. Cosa…cosa…cosa? Peloso abbaiava…Bau…bau…bau…

Peloso abbaia, che cosa ha stamattina? Non ha fatto colazione e ha fame? Il gatto del vicino ha osato entrar nel suo reame? Ha fatto pure lui un sogno infame? Grande! Sono una fine tessitrice di rime, una grande piccola poetessa, modestamente del paese la meglio sia al tramonto che al risveglio. Mi pare si chiamino licenze poetiche, certo noi artisti, a parte mangiare, camminare, respirare, siamo diversi dagli altri, pensiamo una cosa e ne facciamo un' altra: i poeti son bastian contrari, odon muggiti e li chiaman ragli. Oggi, nonostante quel mezzo incubo notturno, sono in forma, devo ricordarmi di recitare la mia nuova opera rimata a Irene, se la riderà come al solito, come una matta, nascondendo la sua allegria dentro la pancia, la testa sotto il banco, invisibile alla maestra. Però che tipa Irene. Però il mio cane capellone continua a latrare, un grido stridulo di gabbiano in un mare piatto. E' strano…fuori c'è un silenzio innaturale, c' è una luce innaturale: il cielo è attraversato da lampi, sembrano disegni tracciati nell' aria da un pittore stravagante. Pennellate di rosso, spruzzi di viola, macchie di giallo.

Guardo il cielo, guardo Peloso. Sta accovacciato, il muso per terra, le orecchie dritte, non muove la coda. Guardo Peloso, guardo il cielo. Poi un boato, il ruggito di un animale ferito, una cascata livida. Il Gigante dei Montilassù!

Urlano, scappano, chiedono aiuto. Acqua, fango, sassi. In un attimo, lungo come un incubo, il paese è ribaltato, le case sfondate, i sorrisi spenti. Sento chiamare : papà, Carlo, Anna, nonna, Agnese, mamma, Sandro, Irene…dove siete? Dio…dove sei?

Qualcuno mi prende per mano, fuggiamo insieme verso non so dove, come naufraghi in un mare cattivo. Una tempesta di melma si abbatte sul nostro piccolo mondo strappando nella sua furia uomini e cose, sogni e sicurezze, affetti e memorie. Muovo gambe e piedi più in fretta che posso, mi pare di avanzare troppo lentamente, chiudo gli occhi e mi lancio in una corsa sfrenata, come quando devo arrivare prima al cancello della scuola sennò mi tocca pagare pegno. Sgambetto tra acqua e fango, rischio di scivolare, no sono ancora in piedi, no cado, mi rialzo, ho un ginocchio sbucciato, sanguina, chi se ne frega, urlo parole mute, allungo le braccia, tendo le mani e finisco dritta contro…il papà. Poi, mi lascio andare. Intorno vedo solo un colore: un grigio ragnatela.

Fango, acqua, rami, pietre, fango…

Sono passati i giorni, uomini e donne, ragazzi e vecchi faticano. I bambini non vanno a scuola. A tratti, fra le nubi, sbuca un sole pallido. Alcune abitazioni sono aperte, come scatolette di latta sventrate, altre sono senza muri, sembrano quelle casette delle bambole dove si può vedere dentro,il paese è a pezzi come se un Mostro affamato lo avesse preso a morsi. Una gigantesca mela ammaccata e marcita. Una corriera azzurra è sdraiata sul ciglio della strada e mi ricorda il corpo sgraziato di un bestione preistorico. Una bambola di stoffa galleggia, tenera e buffa, in una pozza d' acqua. Chissà chi la faceva giocare? Le campane di tanto in tanto suonano, una musica perché gli uomini alzino gli occhi, in alto, avanti, oltre. Ho voglia di piangere. Irene non riderà più per le mie poesiole sceme. Ho voglia di capire. Ernesto, oggi, è salito con una valigia su un camion. Mi ha sorriso. Gli ho sorriso. Se ne va, come una volta. Rincorso dalla collera di un grande fiume. Ho voglia di ridere. In fondo, dietro al campanile, si è acceso un arcobaleno. Un pompiere mi passa accanto e mi regala un paio di stivali rossi. Anche tra il fango splendono…


Racconto scritto, e pubblicato, pochi mesi fa per far conoscere anche ai ragazzi il dramma dell'alluvione che aveva colpito la loro zona (il biellese) 40 anni prima.
"Di solito non amo scrivere su commissione, dice lo scrittore, ma il "tema" lo sentivo molto: ero piccolo quando anche la mia famiglia dalla Botta è fuggita quel tragico novembre del 1951 e così ho scritto 2 racconti, uno sull'acqua cattiva e uno sull'acqua buona.
Questo è uno spezzone del primo e l'io narrante è una donna che si ricorda bambina in quei giorni lontani e drammatici.
Il personaggio di Ernesto è proprio quello di un uomo scampato alla furia di un'alluvione."
autore Alfredo Stoppa, originario di Cavarzere
testo illustrato dall'artista Chiara Balzarotti ed edito dalle Edizioni Eventi e Progetti di Biella


     La copertina del libro

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