dal libro   "La Toscana nel cuore"   di Pietro Boninsegna
Il Polesine e l’alluvione

      Cavarzere, il paese in cui sono nato, pur facendo parte della provincia di Venezia, appartiene quasi interamente al Polesine, vasta zona compresa tra il basso corso dei fiumi Adige e Po ed il mare Adriatico. Il suo territorio è piatto, completamente orizzontale, se si escludono le poche dune di sabbia, traccia dell’antica presenza del mare. Le uniche parti sopraelevate sono gli argini dei grandi fiumi e dei canali consorziali che lo percorrono. Terra ad economia principalmente agricola, è soggetta ad inondazioni disastrose per l’insufficienza degli argini e per l’abbassamento del suolo conseguente al bradisismo.
      Nel novembre del 1951, anno della grande alluvione del Po, avevo undici anni e frequentavo la seconda scuola media. Finite le medie mi sarei iscritto al liceo di Adria ed avrei iniziato, come tutti quelli che dalle mie parti hanno proseguito negli studi, a recarmi a scuola con i mezzi di allora. Mia sorella e mia cugina frequentavano allora le magistrali e vi si recavano in bicicletta percorrendo, con qualsiasi tempo, i dieci chilometri di strada che separano i due paesi.
      La vita per noi ragazzi scorreva tranquilla e serena. Nessuno, nei giorni precedenti l’alluvione pensava potesse accadere quello che successe poi. Erano passati molti anni dalle ultime alluvioni che avevano interessato il Polesine ed i lavori effettuati sugli argini, sembravano più che sufficienti al bisogno. Le piccole esondazioni che avevano interessato parti terminali del Delta, e che si ripetevano con frequenza quasi annuale, erano di limitata estensione ed allagavano terreni quasi disabitati. Non erano causa per noi, di Cavarzere abbastanza lontani dal Delta del fiume, di preoccupazioni.
      La grande piovosità dell’autunno di quell’anno ingrossò a tal punto il fiume Po che ne parlarono i giornali e la radio. La situazione era preoccupante, ma nessuno le dava il peso che avrebbe meritato. Se ne parlava come se il Po stesse sportivamente cercando di battere il suo record di portata stabilendo anche la massima altezza del livello di guardia. Solo qualche giornalista, tacciato subito come portatore di disgrazie, metteva in allarme per la pericolosità della piena che da troppi giorni inzuppava gli argini.
      La sera del quattordici di novembre, dopo una settimana di piogge continue, un tratto dell’argine sinistro del Po, all’altezza del paese di Occhiobello, cedette ed un mare d’acqua si riversò sul territorio del Polesine impreparato a difendersi da tale calamità. L’acqua, allontanandosi dall’argine distrutto da cui scendeva impetuosamente, avanzava poi lentamente e riempiva inesorabilmente nel suo tragitto scoli, fossati e canali, allagando i campi coltivati, sommergendo le case, le stalle, le chiese, le fabbriche ed i laboratori e tutto quello che trovava.
      L’Italia tutta in quei giorni si mosse e mandò aiuti di ogni genere. Squadroni di Vigili del fuoco, reparti dell’Esercito, dei Carabinieri, volontari ed operai assunti dai vari Enti territoriali si misero al lavoro per rastrellare il territorio. Raccoglievano così famiglie rimaste intrappolate nelle parti alte delle case, salvavano animali ancora legati alle loro poste, procuravano cibi e coperte ai bisognosi ed aiutavano il Genio Civile nei lavori di rinforzo delle parti di argine pericolanti.
      La radio trasmetteva ogni ora bollettini che sembravano quelli della guerra: questo e quel paese interamente allagati, livelli d’acqua che superavano i sei metri in posti noti, strade segnalate solo dalle cime dei platani, acquedotti inservibili, mancanza di energia elettrica, elenchi di persone morte o disperse e di animali annegati; solo qualche notizia felice di ritrovamento e molti appelli per riunire le famiglie. Il Veneto e tutta l’Italia si offrirono di ospitare gli sfollati; ogni famiglia si sforzò di aiutare in qualche modo e si mise così in moto una gara di solidarietà che coinvolse l’Europa e varie nazioni del mondo.
      A casa mia, pur preoccupati della situazione che si era creata con l’alluvione e la conseguente mancanza completa di lavoro per il nonno che fabbricava attrezzi agricoli, si pensava che il Po non avesse una portata sufficiente da creare un lago di tale dimensione da colmare il Polesine e arrivare fino a Cavarzere a molti chilometri di distanza. Inoltre per giungere fino a noi l’acqua avrebbe dovuto superare i vari argini dei canali che ci separavano dal Po: il Canalbianco, l’Adigetto ed il canale Botta, argini abbastanza alti sulla terra circostante da costituire dei baluardi naturali.
      Giorno dopo giorno però la preoccupazione cresceva. Noi ragazzi continuavamo ad andare a scuola e tutti in famiglia cercavano di tranquillizzarci per la vicinanza dell’argine dell’Adige. La sua sommità, circa sei metri sopra il terreno circostante e ben al disopra del livello del mare, sarebbe stata all’occorrenza un rifugio sicuro. Mai nessuna alluvione ci avrebbe raggiunto fin là sopra e da lì si poteva comodamente attraversare il ponte e portarsi alla frazione di San Giuseppe. Questi discorsi, pur tranquillizzanti, lasciavano immaginare anche a noi bambini un futuro incerto.
      E la nostra scuola? I nostri compagni? I nostri giochi? La nostra casa? La nostra famiglia? Dovremo dividerci? - ci chiedevamo preoccupati.

      Vivevo in una grande famiglia patriarcale, formata per necessità alla fine della seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti subiti da Cavarzere avevano demolito anche la casa dei miei genitori e dei nonni paterni. Il nonno materno Bepi allora ci aveva riuniti presso di sé. La sua casa infatti, fortunatamente solo in piccola parte danneggiata, venne ripristinata con pochi lavori. Ospitava in due stanze anche una vecchia signora che viveva sola, e in un’altra ala adattata, i miei nonni paterni con una zia non sposata. Nella grande casa abitavamo in tredici persone: il nonno artigiano che lavorava da fabbro nell’officina costruita nei pressi; la nonna che riusciva a preparar da mangiare, sfamando tutti, con una vecchia cucina economica a legna e che si occupava anche dell’orto e degli animali da cortile; le zie Beppina e Graziella che lavoravano, con una vecchia macchina va e vieni la lana per farne maglie e calze; lo zio Beppino, tornato tardi dalla prigionia in Algeria, che aveva da poco terminato gli studi da geometra interrotti per andare sotto le armi; lo zio più vecchio Rolando, insegnante, con moglie e tre figli; la mia mamma, vedova di guerra, con i suoi due figli, mia sorella più grande Anita ed io.
      D’inverno l’unica camera riscaldata era la cucina; in tutte le altre si battevano i denti dal f reddo. Eravamo in ogni modo dei fortunati, rispetto alla grande povertà che ci circondava, perché la nostra casa era sana, aveva l’acqua corrente ed un tetto solido.

      Il giorno prima che l’acqua del Po raggiungesse la nostra casa, il nonno tenne una specie di consiglio di famiglia, prese le decisioni del caso e terminò il suo intervento con le lacrime agli occhi. La sua grande casa, salvata miracolosamente dai bombardamenti della guerra e la sua officina, sarebbero andate sott’acqua. Mentre i pochi mobili erano stati ammassati al primo piano, le attrezzature dell’officina ed il maglio sarebbero stati sommersi. Nel caso l’acqua fosse arrivata anche nella nostra casa, saremmo stati ospitati provvisoriamente nelle scuole elementari di San Giuseppe e poi avremmo pensato a cosa fare.
      Lo zio Beppino cercò di tranquillizzare la famiglia, dicendo che le acque, ferme da un paio di giorni al confine sud del paese sull’argine del canale Adigetto, stavano leggermente diminuendo di livello. Per lui la grande piena stava per concludersi perché il mare aveva iniziato a ricevere più velocemente il grande flusso di acque che il Po trasportava.
      Per esserne più sicuro decise di andare di persona a controllare. Avvisò mia madre che mi avrebbe portato con sé sulla sua nuova e fiammante Lambretta. Mi schiacciarono in capo un pesante berretto e mi avvolsero ben bene il collo con una lunga sciarpa di lana. Li aiutai impaziente alzandomi il bavero della giacca e la abbottonai completamente mentre mi accomodavo felice sul sedile posteriore dello scooter.
      Lasciato il paese, prendemmo la strada verso Adria per percorrerla fino al Passetto, località nei pressi del canale Adigetto, dove un vecchio ponte congiungeva le due sponde, collegando il territorio dei due comuni. Il tempo era grigio, aveva da poco smesso di cadere una leggera pioggia e non faceva freddo.
      La Lambretta durante la corsa emetteva un simpatico scoppiettio, appena smorzato dal corto tubo di scappamento che avevo sotto i piedi. Un fumetto azzurrognolo usciva dal terminale cromato dietro le mie spalle ed io cercavo, annusando con il naso rivolto verso il basso, di aspirarne l’odore.
      Durante la corsa ero affascinato dall’immagine dell’asfalto che scorreva rapidamente indietro. Abituato com’ero alle velocità che riuscivo a raggiungere con le vecchie e pesanti biciclette del nonno, mi sembrava di avvicinarmi a quella del suono. Si andava, quando la Lambretta era spinta al massimo, a circa sessanta chilometri l’ora. br>       Lo zio durante la corsa superava e salutava amici e conoscenti che, in bicicletta, si recavano anch’essi a vedere il territorio allagato al di là dell’Adigetto. Arrivato sopra la rampa nei pressi del ponte, si fermò leggermente in disparte dalle numerose persone presenti, mi fece scendere e mise la Lambretta sul cavalletto.
      Tutti guardavamo lo spettacolo preoccupati, increduli e meravigliati. Eravamo sopra l’argine sinistro del canale nei pressi del ponte. Dall’altra parte la sommità dell’argine destro era quasi completamente sommersa e da essa iniziava un vasto lago di cui non si vedeva la fine. Il livello dell’acqua arrivava a trenta centimetri dal bordo superiore dell’argine su cui ci trovavamo e lì tutti infilavano un ramo o una stecca di legno per controllare, nel tempo, se finalmente iniziava il deflusso. Molti avevano notato nelle ore precedenti lievi abbassamenti che facevano ben sperare.
      Cercai il posto più alto sulla mezzeria del ponte e, appoggiandomi al parapetto, guardai verso la parte allagata. Spuntavano dall’acqua solamente le cime degli alberi più alti e i tetti dei casolari più grandi. Stormi di gabbiani bianchi e qualche anitra selvatica volteggiavano dappertutto. Le nuvole all’orizzonte si confondevano con l’acqua. L’atmosfera era lugubre, nonostante tutti facessero finta di niente, con battute e discorsi scherzosi. Lo strano silenzio che proveniva dalla zona allagata, rotto solo dallo stridio dei gabbiani, contrastava con il rumore di fondo che proveniva dalla parte non allagata, da dove eravamo venuti. L’acqua era immobile, grigia e torbida; sulla sua superficie galleggiavano materiali di ogni tipo: pezzi di legno, rami e frasche, tronchi divelti con tutte le radici, carte e cartoni, fiaschi damigiane e recipienti di ogni genere, anche qualche carogna di gallina e di altri animali. Lontano si scorgevano informi mucchi più grandi, cadaveri di vacche o cavalli con la pancia enormemente gonfia su cui si posavano i gabbiani. Due o tre barche di pescatori erano attraccate presso l’argine, mentre altre erano al largo e stavano venendo verso di noi.
      All’improvviso brividi di freddo mi fecero tremare tutto e volsi lo sguardo verso la campagna del mio paese che ancora era all’asciutto. Nei pochi campi coltivati a grano, il verde pallido delle piantine nate da poco dava un tocco di colore al paesaggio in cui predominava il colore della terra arata in attesa delle semine di primavera. Gli alberi, salici, pioppi e platani, erano ormai quasi tutti spogli.
      Attorno ai casolari invece c’era movimento: si stavano caricando, su carri trainati da cavalli o buoi, su qualche vecchio trattore o su qualche camion Dodge residuato bellico, più masserizie che si poteva. Le stalle delle vicinanze erano già vuote; gli allevatori, infatti, erano stati avvisati in tempo dai militari e dalle autorità di trasportare le bestie al di là dell’Adige.
      Sull’argine, a circa una trentina di metri dal ponte, iniziava la zona militare: molti automezzi del Genio Pontieri, con una cinquantina di soldati che armeggiavano attorno ad un grosso faro che chiamavano fotocellula, e due o tre barche anfibie tirate a secco. Sbirciando dentro alcune tende notai che contenevano delle radio trasmittenti ed altre apparecchiature di comunicazione.
      Sulla sponda dell’Adigetto l’acqua era arrivata da molte ore. A detta degli Ufficiali del Genio, che erano lì da tempo, l’altezza raggiunta non poteva essere superata perché era già superiore al livello del medio mare. C’era da aspettare solamente che cessasse il vento che spingeva l’acqua del mare verso terra, per vedere finalmente abbassarsi il livello.
      Lo zio, tenendomi stretto per mano, mi portò vicino all’acqua per controllare ancora una volta l’abbassamento sul listello di legno che anch’egli aveva piantato. Intervennero subito i militari che ci fecero allontanare. Tranquillizzarono però lo zio. Da mezzogiorno il livello era diminuito di cinque centimetri ed attendevano un abbassamento più sostanzioso nella notte!
      Dopo un ultimo sguardo alla zona alluvionata, andammo verso la Lambretta che lo zio, con una robusta pedalata, mise in moto. Si assicurò che fossi attaccato alla maniglia, che avessi i piedi negli appositi predellini e partì.
      Lasciammo il Passetto e rapidamente arrivammo a casa dove la famiglia era ancor riunita discutendo sul da farsi. Lo zio continuò nella sua opera di persuasione nei confronti del nonno che prevedeva il peggio e che aveva, nel frattempo, convinto tutti della necessità di predisporre borse e valigie con il necessario per lasciare la casa ed andare altrove. Casa che lui però non aveva intenzione di abbandonare, come già aveva fatto durante i bombardamenti dell’ultima guerra.
      L’atmosfera era tesa, come sempre già dal giorno della rottura di Occhiobello, ma quello che avevamo visto al Passetto e l’ottimismo dei militari ci rassicurò un po’.       La casa con i mobili era stata sistemata al meglio, gli animali da cortile ed il maiale erano stati portati al di là dall’Adige. Con vari recipienti di fortuna era stato fatto un deposito di acqua potabile ed il nonno, memore dei tempi di guerra, aveva ripreso ad accantonare grano, granoturco, farine, riso, patate, olio, zucchero e scatolame vario. Sulle porte d’ingresso, come facevano i veneziani quando temevano l’acqua alta, erano stati costruiti dei muretti alti mezzo metro, per impedire il più possibile l’ingresso dell’acqua. In casa, da calcoli fatti dal nonno basandosi sui livelli medi dei terreni di Cavarzere, riportati nell’annuario dei comuni del Touring Club, ne aspettavano appena dieci centimetri.
      Quella sera andammo a letto molto presto, anche perché mancava spesso la corrente elettrica. Era il 17 novembre del 1951 ed era un sabato. Verso mezzanotte la sirena dello zuccherificio e le campane del Duomo cominciarono lugubremente a dare l’allarme. Non avevo mai sentito le campane a martello di notte ed il loro suono mi metteva i brividi.
      Di soprassalto grandi e piccoli fummo tutti in piedi. Camion militari e civili giravano per le strade informando con l’altoparlante che l’acqua aveva superato l’argine dell’Adigetto e stava lentamente invadendo il territorio comunale. Ordinavano pertanto di sgomberare, prima possibile, la zona e di trasferirci tutti al di là dell’Adige a San Giuseppe.
      Nel breve volgere di mezz’ora l’argine dell’Adige si riempì di persone che mestamente si avviavano verso il ponte sul fiume nei pressi del Municipio. Quasi tutti gli anziani piangevano sommessamente, cercando di non farsi vedere dai più piccoli che invece avevano preso la vicenda come una grande avventura. C’era un trambusto incredibile. Militari che andavano e venivano, gente che chiamava, altri che imprecavano, urla e comandi concitati, cani che abbaiavano. Ogni tanto la sirena dello zuccherificio, una volta suono allegro perché segnava le ore del riposo ed ora diventato funesto, riprendeva a suonare. Le campane a martello delle altre chiese del centro e delle frazioni si aggiungevano al concerto per avvisare del pericolo le persone isolate nella campagna.
      I fasci luminosi delle fotoelettriche illuminavano il cielo e si spingevano orizzontalmente verso sud, sciabolando per tutto il paese, cercando di illuminare l’acqua in arrivo. Le poche lampadine che allora costituivano l’illuminazione del paese, rischiaravano appena un palcoscenico irreale. I cani, i gatti e molti animali da cortile abbandonati giravano senza meta, disorientati. Alcune barche di volonterosi cercavano di metterli in salvo.
      La lenta e penosa processione, composta da migliaia di persone, si avviava mestamente verso una salvezza che avrebbe per mesi, e per alcuni anche per anni, rivoluzionato la loro vita. A San Giuseppe, dove tutti andavamo, c’era un trambusto enorme. Camion civili e militari, corriere e macchine a noleggio, carri agricoli e trattori trasportavano la gente ai primi centri di raccolta predisposti: le scuole delle frazioni, i magazzini dello zuccherificio, la chiesa, molte case private, stalle e fienili. La Prefettura aveva raccolto via radio la disponibilità di molti comuni vicini ad accogliere gli sfollati e numerose corriere partivano verso Padova e Mestre, portando carichi umani incontro all’ignoto.
      Io e la mia famiglia trascorremmo quella notte su dei materassi stesi per terra in un corridoio della scuola elementare. Fummo fortunati, perché altri si coricarono su della paglia, rapidamente sistemata in qualche ricovero di fortuna. Eravamo assieme ai molti anziani, alcuni anche infermi, della Casa di riposo.
      L’acqua raggiunse il centro tranquillamente e senza rumore alcuno. Iniziò uscendo dai tombini stradali per poi avanzare verso il muraglione dell’argine nei pressi del Municipio dove giunse verso le sei del mattino. Lì si fermò senza crescere oltre. Una decina di ore dopo aver superato gli argini dell’Adigetto aveva allagato un territorio grande almeno duecento chilometri quadrati, formando una distesa di cui non si vedeva la fine.
      Nella mia casa l’acqua raggiunse l’altezza di quaranta centimetri, perché il suo piano terra era più alto del terreno circostante di due gradini, mentre l’officina sul retro era sotto di un buon metro. Le previsioni altimetriche del nonno erano saltate: non aveva tenuto conto, infatti, del fenomeno del bradisismo provocato dalle estrazioni del gas metano, che avevano fatto abbassare notevolmente tutto il Polesine.
      Fortunatamente quella notte non ci furono vittime tra la popolazione. Centinaia furono però i capi di bestiame morti affogati, alcuni impiccati alle loro greppie. Molti abitanti della campagna furono svegliati dallo sciabordio dell’acqua limacciosa che entrava nelle loro povere case. Alcuni si alzarono dal letto la mattina dopo e, messi i piedi per terra, non trovarono le ciabatte, ma la fredda acqua del Po. Spesso furono i cani ed i gatti a dare per primi l’allarme e molti maiali, agitatissimi nei loro stalli, grugnendo segnalarono addirittura con ore di anticipo le strane sensazioni che provavano. Per molti contadini la salvezza arrivò dopo molte ore, scoperti dai battelli a motore del Genio o dai Pompieri sui tetti delle loro povere case; ad altri bastò la piccola barca piatta dei locali pescatori di professione per riparare in un posto secco: un alto fienile, o la casa a due piani di conoscenti o vicini.
      Il giorno stesso dell’arrivo dell’acqua a Cavarzere mia madre prese servizio in Municipio come il solito, calzando gli stivali di gomma. Iniziò subito la ricerca in Prefettura e presso il presidente dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, di cui era responsabile di zona, per trovare a figli e nipoti una sistemazione adeguata. In giornata, per interessamento della Prefettura, fummo avvertiti che avremmo fatto parte di un gruppo destinato ad essere portato a Venezia, dove avremmo trovato la sistemazione attesa. La sera partimmo con un gruppo di profughi anziani che poco avevano in comune con i progetti di mia madre. La vicinanza di quella gente le parve strana, ma la corriera andava veramente verso Venezia e non aveva dubbi che là saremmo stati ben sistemati.
      Giunti a Mestre l’autista, invece di dirigersi verso Piazzale Roma, prese la strada per San Donà di Piave. Mia madre, che non si aspettava la deviazione, lo affrontò con una sfilza di domande e di interrogativi che lo frastornarono. Lei doveva andare in posti con le scuole perché aveva dei ragazzi da far studiare e non intendeva portarli in centri di raccolta per anziani. L’autista rispose che aveva avuto ordini di distribuire lungo la strada, in varie località, gruppi di dieci profughi alla volta, e che avrebbe finito il suo viaggio ad Annone Veneto, al confine della provincia di Venezia. Mia madre, decisa, non volle scendere in nessuno dei posti che le venivano offerti e si calmò solo quando l’autista le garantì che, dovendo tornare a Venezia dove abitava, ci avrebbe lasciati a Piazzale Roma dove c’era il quartiere generale per gli alluvionati.
      Finita la distribuzione degli sfollati, la corriera fece ritorno a Venezia, dove giungemmo a notte ormai inoltrata. La Croce Rossa ci trovò una sistemazione provvisoria presso le suore del Sacro Cuore a Cannaregio, dove, nelle sale del grande palazzo, erano stati allestiti diversi dormitori. Io vi giunsi quasi addormentato e non ebbi problemi a riprendere sonno. Mia madre invece non chiuse occhio.
      Il giorno dopo ci offrirono ospitalità due famiglie veneziane, una per me e mia sorella Anita ed una a mia cugina, e mia madre accettò. Non era la soluzione che attendeva, ma era una soluzione! Due famiglie che abitavano in due appartamenti dello stesso palazzo sul Rio San Pantalon, nel Sestriere di Dorsoduro, molto vicino a Piazzale Roma.
      La generosa famiglia che ci ospitò era composta da undici persone. Erano tanti che non finivamo di conoscerli tutti perché mancava sempre qualcuno. Una famiglia così numerosa, composta da padre, madre, otto figli ed una domestica, aveva un cuore così grande da prendersi in casa altri due ragazzi! Siamo stati fortunati, dicemmo tra noi, e mia madre lasciandoci pianse di riconoscenza.
      La bontà e l’altruismo di quella famiglia non saranno mai dimenticati, né da me, né da mia sorella; anche se siamo rimasti da loro solo un ventina di giorni, ci hanno dimostrato cosa volesse dire solidarietà umana nel vero senso della parola. Il capo famiglia era un omone grande e grosso con un viso aperto e gioviale, sempre sorridente: era l’immagine della bontà fatta persona. Lo vedevo solo a pranzo o a cena, dove non mancava mai di informarsi se stavamo bene e se ci mancava qualcosa. La moglie era una gentile signora piccola di statura, insegnante elementare, che si sforzava di essere severa per tenere a bada i figli più giovani. Ci chiedevamo come facesse a gestire quella casa enorme e quella grande famiglia, soddisfacendo i bisogni di tutti. Marito e moglie erano molto devoti e avevano entrambi parenti stretti tra i religiosi.
      Facevano di tutto per renderci i giorni più sereni possibile e per distrarci dal pensiero continuo che avevamo per la nostra famiglia. Non ci voleva tanto, almeno per me, vista l’età che avevo. Qualsiasi cosa mi andava bene.
      Mi hanno portato varie volte in barca per i canali ed ho ammirato così come era bella Venezia vista dall’acqua. Possedevano infatti un topo, la classica barca veneziana che tenevano parcheggiata nel Rio sotto casa. La sera lo staccavano il bel motore fuoribordo e lo portavano all’interno della porta d’acqua, quella che dava direttamente sul Rio, deponendolo verticalmente dentro un bidone di lamiera. Una volta, per farmelo vedere in funzione, uno dei figli lo mise in moto. L’acqua nel bidone ribollì come sbattuta da un frullatore. Lo scoppiettio del motore al minimo però non ci accontentava e perciò demmo una bella accelerata per farlo rombare a dovere. L’acqua del bidone si sparse per la stanza bagnandoci tutti come pulcini.
      Hanno provato, con poco successo, anche a farmi remare alla veneziana, in piedi a poppa, come i gondolieri. Per poco il grande e pesante remo non mi trascinava in acqua. Mi hanno fatto divertire insegnandomi tutti i giochi possibili, dedicandomi apposta del loro tempo.
      Nel grande soggiorno della loro casa c’era un pianoforte con i tasti comandati dall’aria compressa, spinta dalla pressione esercitata dai piedi su due pedali. I brani da suonare erano incisi su nastri di carta forata che scorrevano sopra dei rulli. La prima volta che mi fecero sedere sullo sgabello, senza farmi vedere il nastro ed il rullo e senza spiegarmi di cosa si trattasse, mi dissero di pedalare e di osservare cosa succedeva. Iniziai a spingere i due pedali, sentii dei soffi d’aria e d’improvviso vidi i tasti che si abbassavano da soli producendo praticamente un concerto. Si divertirono da matti a vedere la mia sorpresa. Io conoscevo appena l’armonium della mia chiesa e sapevo che anch’esso funzionava a pedali, e pensai ai pianini che giravano alle volte per le sagre.
      Non c’ero andato lontano: aprirono l’antina scorrevole sulla fronte del pianoforte e vidi il cilindro forato ed il nastro. Mi mostrarono l’armadio che conteneva i nastri della loro collezione e mi autorizzarono, quando ne avessi avuto voglia, ad ascoltare qualche brano famoso.
      Quel piano mi affascinò e non vedevo l’ora di farlo funzionare. Sembrava una magia vedere come si muovevano i tasti. Scoprii anche che il pianoforte da solo era come un’orchestra. Mi ricordo che ascoltavo la sinfonia della Gazza ladra, l’intermezzo della Cavalleria Rusticana, il preludio della Traviata, l’intermezzo della Manon e la marcia trionfale dell’Aida. Ogni volta che c’erano altri rumori nella casa come quello di qualche arnese da cucina, o nei momenti in cui nessuno studiava o leggeva, mi sedevo al piano ed armeggiavo con i nastri cercando di disturbare il meno possibile. Nessuno mi ha mai richiamato, ma penso di essere stato spesso sopportato.
      In quel breve periodo frequentai la stessa scuola dove andava uno dei loro figli, mio coetaneo e dal mio stesso nome di battesimo. Era una scuola religiosa nei pressi dell’Accademia, a circa un quarto d’ora da Campo San Pantalon. Mi ci trovai male, perché con il programma di quasi tutte le materie erano più avanti di quanto non fossi io. In certi momenti non capivo neanche di cosa i professori stessero parlando; invece di imparare qualcosa, scordai anche quel poco che avevo appreso prima.
      Gli insegnanti di quella scuola media, tutti religiosi, si sforzavano di rendermi il soggiorno più felice e spensierato possibile, senza badare tanto alla mia preparazione. Tralasciai così lo studio e non riuscii più a recuperare il tempo perso. Mia madre, avuto sentore della cosa e preoccupata anche del grande disturbo che secondo lei davamo alla famiglia che ci ospitava, insistette tanto con il Presidente della Associazione Nazionale delle Vittime Civili di guerra, che questi trovò un’altra sistemazione per noi.
      In Toscana però.
      Là c’era un paese ideale, sia per la disponibilità offerta dagli Amministratori locali e da un Ente benefico, sia perché aveva scuole e collegi. Mia madre non se lo fece ripetere due volte e, senza tenere conto di quanto lontano avrebbe mandato i suoi figli, il giorno dopo aver avuto la notizia organizzò il viaggio in Toscana. La sera del dieci dicembre del 1951, ringraziata e salutata la famiglia che tanto generosamente ci aveva ospitato, salimmo in treno destinazione non tanto gradita Castiglion Fiorentino in provincia di Arezzo.
V Stava per iniziare la mia avventura toscana e con essa il periodo più bello, felice e spensierato della mia vita e non lo sapevo.


autore Pietro Boninsegna
vai al sito internet dell'autore per leggere la prefazione del libro www.boninsegnapietro.it


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