Nunzio Caruso

BABBARÌE
Ovvero stupidaggini

Quelle di Nunzio Caruso sono sciocchezze o, per dirla nel siciliano caro all'autore, babbarìe, episodi, aneddoti, piccole perle di saggezza da gustare e da ricordare. Proprio come dice il suo amico, quasi un alter ego, compagno di vita e di racconti: "Queste stupidaggini sono come le foglie di pioppo; in autunno cadono in terra e si imputridiscono e poi non rimane più nulla. Se invece le raccogliamo e le mettiamo in mezzo ai libri si asciugano e durano per sempre". Diventano così eterne, allo stesso modo delle "sciocchezze" raccolte in questo volume: storie antiche e sempre attuali, intrise di terra, di sudore, di povertà e d'orgoglio, storie intense, ricche di tutte quelle passioni che rendono uomo l'uomo.
In copertina:
Marta Renesto, Contadino di Fiumedinisi che suona l'organetto, acquerello.

Una doverosa precisazione

     Non scriverei mai nulla che, in qualche misura, non mi sia appartenuto. Tutti gli avvenimenti che si susseguono nella mia fantasia non sono esclusivo prodotto di questa, ma elaborazioni dell'essere che vengono lentamente plasmate dalla mente e dallo scorrere del tempo subendo, me ne rendo conto, una evidente trasfigurazione.
     Sono come lampi di luce che appaiono e scompaiono in un fiat come quelli che squarciano il buio durante un temporale notturno.
     Di essi ne fermo, ne colgo solo una piccolissima parte eppure sono sufficienti a darmi emozioni.
     Li descrivo, è vero, in modo vellutato, addolcito, sono meno violenti di come si sono realmente svolti o di come sono stati realmente vissuti: sono il mio Monte Tabor.
     Il volerli trasferire ad altri è una aspirazione dell'io che presume di dimostrare che anche nel più piccolo di noi si nascondono voci e passioni che non sono appannaggio esclusivo dei grandi.

     È superfluo dichiarare, con le usuali formule, che i luoghi, i personaggi e gli avvenimenti di queste Babbarìe sono frutto della fantasia.
     L'io narrante di alcuni episodi è un immaginario protagonista che, in quella realtà, può appartenere a molti altri. Pertanto se alcuni nomi e/o eventi assomigliano o possono essere ricondotti a fatti e/o persone realmente esistite è una pura coincidenza.
     La qualcosa, ovviamente a me ignota, non poteva essere d'impedimento a quanto l'immaginazione ha elaborato.
     Infine, Ciuminisì, i suoi monti, le sue sorgenti e la sua splendida vallata sono un'espressione geografica dove è stato facile ambientare fatti e pensieri, visto che i luoghi sono a me noti per remota frequentazione oltre che per perenne amore.


LEGGI qualche brano:

- FOGLIE DI PIOPPO

     Parte delle testimonianze che compongono questo libro mi sono state raccontate da un mio amico che divide con me soltanto l'omonimia. Si chiama infatti Nunzio come me ed è il carattere più saliente e incontestabile che abbiamo in comune, oltre, naturalmente, a quello di essere nati nello stesso paese: Ciuminisi.
     È questo un paesino medievale sito al fondo di una verde e stretta vallata, incorniciata dai Peloritani, ove questi, staccandosi dai due mari fra Scilla e Cariddi, si innalzano da spartiacque fra lo Ionio e il Tirreno.
     I suoi piedi sono perennemente bagnati da un rivolo di acqua limpida e argentina che veloce e instancabile corre saltellante fra rocce bianche e levigate dal tempo; un paese come tanti altri, con le case di pietra abbarbicate alla montagna, addossate le une alle altre, tanto che i tetti, dalle tegole scolorate, quasi si toccano; con le strade ripide di giacato levigato dagli zoccoli dei muli e, intorno su per i pendìi, una miriade di piccoli fabbricati colonici di calce e pietra, sparsi nel vasto ed impervio territorio montano.
     II Castello Saraceno, la vecchia sede della Zecca, le dismesse miniere di argento e le sue remote origini che si perdono e si intrecciano con la storia greca fanno fede di gloriose vestigia.
     Più in alto, dappresso le cime dei monti, pagliai e ovili ospitano uomini e animali che insieme spartiscono il tempo con un identico destino.
     Le aspre montagne che incoronano il suo territorio portano i segni della grande laboriosità dei suoi abitanti. Armacìe ili grande precisione, a volte imponenti, hanno conferito alla campagna un aspetto architettonico ordinato e hanno trasformato burroni sassosi in terreni fertili, altrimenti non praticabili. Il tutto senza mezzi meccanici ma solo con il lavoro di braccia e schiena. Producevano la calce nelle caccare, una specie di grande cilindro in cui venivano ordinatamente, a cupola, sistemate le pietre bianche del torrente e cotte per più giorni. Scavavano con perizia e maestria la pèzzola, cioè le radici delle eriche che pulivano e trasportavano a dorso di mulo dalle cime dei monti fino al paese. Allevavano il baco da seta, u nutricato, che alimentavano con le foglie di gelso (a frunna), e che fornivano di rami di erica per la formazione del bozzolo.
     Seminavano il grano ovunque ci fosse una spazio utile e in giugno durante la mietitura si udivano i canti, bellissimi, a due voci che riempivano la valle di vita.
     Erano maestri nel fare il carbone di legna, nel segare i tavuluni su per i boschi, nel faccìare le grandi travi di castagno, nel costruirsi il palmento con la vìrìga a Y, la vite di legno per innalzare la grossa pietra per spremere l'uva pigiata a piedi nudi.
     Ciuminisi: un paese altamente laborioso cui contribuivano intensamente le donne, che facevano di tutto; dal lavoro dei campi, alla preparazione dei cibi, alla tessitura della biancheria, alla crescita dei bambini, allora numerosi.
     Non si lamentavano mai ed erano disponibili a qualsiasi fatica. Basta ricordare la processione delle donne con le ceste di verdelli sulla testa che dalle colline trasportavano, per strade scoscese e impervie, fino al paese.
     All'operosità dei paesani partecipavano pazientemente un gran numero di asini e muli che trasportavano, per strade e sentieri, anche molto difficili, persone e cose: legna, carbone, masserizie e tutto quanto si riusciva a legare sulle loro barde.
     C'erano e ci sono tuttora anche le feste.
     La più grande la festa della Vara, che richiama a raccolta gli emigranti sparpagliati in tutta Italia, dal centro al nord e in tutto il mondo, dall'Australia alle Americhe. Non credo ci sia famiglia che non abbia pagato un prezzo alla emigrazione.
     La maestosità di due grandi chiese domina le case del piccolo paesino.
     11 santo patrono non è un uomo, ma una donna, così come è d'uso in molti paesi della Sicilia, la più santa: la Madonna Annunziata, alla quale è dedicata la chiesa Matrice, dalla bella facciata romanica imponente.
     Per questo motivo nella vallata abbondano i nomi in suo onore, così che, quasi in ogni famiglia, c'è un Nunzio o un Nunziato, oppure una Nunzia o una Nunziata o varianti come Nunziatina o Annunziata.
     Il su ricordato mio amico è persona di altezza media, abbastanza robusta, di salute non cagionevole, (pare che soltanto da bambino abbia avuto qualche problema con le articolazioni delle ginocchia), resistente, tenace, anzi testardo; ha capelli e occhi neri su pelle bruno-olivastra e labbra grosse, proprio come egli stesso si descrive raccontandomi le sue stupidaggini; veste discretamente e i vestiti, dice lui, li sceglie la moglie, alla quale, ed è sempre lui che parla, è molto legato, anche se, non di rado, ci litiga. Dimenticavo: ha un'altra cosa, molto importante, in comune con me: due figli maschi, in gamba, dice lui.
     Io non ricordo né dove né come ci siamo incontrati, forse in campagna (anche lui è figlio di contadini), ma so, per certo, che ci conosciamo da moltissimi anni, credo da quando siamo nati. Ancora non ci siamo stancati perché, indaffarati come siamo, raramente ci incontriamo per frequentarci in solitudine e quando ciò avviene egli, con meticolosità, rivive il suo passato come in un sogno così piacevole e appassionato che ne rimango conquistato.
     Ascolto con attenzione i suoi racconti, che suole chiamare babbarìe, dall'epiteto che usava suo nonno per apostrofare i fatti evocati da quel certo mastro Stefano durante le sere d'inverno; e io ho cercato di trascriverne alcuni nel modo che ho potuto e saputo.
     Per pura e casuale coincidenza alcuni nomi di persona, usati dal mio omonimo, sono uguali a quelli di miei parenti e amici, la qual cosa non mi è sembrato motivo sufficiente per cambiarli, così come identici sono i luoghi testimoni di gran parte degli avvenimenti.
     Debbo solo aggiungere che immancabilmente al termine dei suoi ricordi mi diceva: "Sti babbarìe sunnu comu i fogghi di ghiuppa; 'nt'all'autunnu, cadunu 'n terra e si 'mpurrunu e poi 'n resta cchiù 'nnenti. S 'nveci i rìcugghiemu e i mintemu 'mmen^u V libbri si sàugunu e durunu pi sempri". (Queste stupidaggini sono come le foglie di pioppo; in autunno cadono in terra e si imputridiscono e poi non rimane più nulla. Se invece le raccogliamo e le mettiamo in mezzo ai libri si asciugano e durano per sempre).
     E questo che ho cercato di fare.

- LA PRIMA COMUNIONE

     Partimmo all'alba.
     Non ero riuscito a prender sonno, tanta era l'emozione!
     Il nonno, da un po' di tempo, andava ripetendomi che era giunto il momento di fare la prima Comunione. Non avevo la minima idea di cosa fosse la Comunione.
     Il nonno, a modo suo, cercò di spiegarmelo. Il giorno di Pasqua saremmo andati in chiesa, avrei dovuto confessare i peccati al prete, e subito dopo, a digiuno dalla sera precedente, avrei dovuto prendere, facendola poggiare delicatamente sulla lingua, l'Ostia, ponendo molta attenzione a non masticarla.
     "Nell'Ostia c'è il Corpo e il Sangue di Gesù" mi disse.
     Padre Signorelli, l'Arciprete, mi avrebbe confessato e mi avrebbe insegnato il resto.
     Indossai i calzoncini corti con le bretelline incrociate sulle spalle, la camicia pulita della festa, un maglioncino di lana grezza, fatto da mia madre, le scarpette di pelle blu, e con il nonno vestito con la solita giacca di velluto marrone e il pantalone di tappa, a passi spediti, scendemmo dalla collina verso il paese.
     Quando fummo al puntale di Gesaro, un grande sperone di roccia calcarea che domina la valle, sentimmo il suono delle campane che annunciavano la prima messa di quella Pasqua.
     Giungemmo in chiesa alle sei. Era molto fredda.
     Vi entrai titubante, quasi timoroso. Non ricordavo se c'ero stato altre volte, per cui rimasi stupito, quasi spaventato, di quella maestosa e, per me, inusuale casa.
     Consuetudine voleva che le navate laterali fossero riservate agli uomini, che partecipavano alle funzioni e alla messa in disparte, separati dalle donne e sempre in piedi. Quella mattina di Pasqua c'erano una ventina di contadini, che come al solito assistevano, in silenzio, ai riti ecclesiali, da dietro le grandi colonne di granito, con la immancabile coppola fra le mani, annodate sulla schiena, e che, di tanto in tanto, staccavano per farsi un rapido e approssimativo segno di croce.
     Sulle poche sedie della navata centrale, sotto il grande lampadario a gocce di vetro, che una lunga catena sospendeva alla capriata della chiesa dell'Annunziata, alcune donne, con il capo coperto da grandi fazzoletti, per lo più neri, recitavano il Rosario.
     La chiesa mi sembrò immensa, quasi quanto il piano Fiumara, e immobile e frastornato guardavo in giro e osservavo con stupore tutto quanto ornava gli altari laterali e soprattutto mi impressionava il volto di Gesù che dalla Croce dominava l'altare maggiore. Il capo era reclinato verso la sua destra, abbandonato sulle spalle con gli occhi chiusi, e sebbene fosse il viso di una persona morta, sembrava esprimere un grande tormento.
     Spostai lo sguardo verso destra dove un altare tutto di pietre intarsiate raccoglieva ai suoi piedi alcuni fedeli che, inginocchiati, sembravano parlare con un uomo con la barba e un bastone posto in alto, al centro: "S. Giuseppe" mi disse il nonno, facendosi il segno della croce e accennando un inchino in quella direzione.
     Lo tirai per la giacca e sottovoce chiesi:
     "E vivo?".
     "Muto, stupido, come può essere vivo!" mi riprese il nonno sottovoce. "È vissuto all'epoca antica, sarà morto duemila anni fa. È il padre di Gesù Bambino, e non ti fare sentire da padre Signorelli con queste scemenze, serio la Comunione non te la dà". Così dicendo mi prese per la mano e quasi mi tirò verso la sagrestia, mentre io continuavo a osservare il S. Giuseppe che dall'alto del suo altare sembrava volesse rispondere a quei devoti che non smettevano di invocarlo e guardarlo.
     Fu qui che incontrammo l'Arciprete.
     "Mio nipote" disse il nonno, inchinandosi profondamente nell'atto di baciargli la mano, che il prete ostentò con un certo sussiego. "Vossia benedica! L'ho portato" indicandomi con un cenno del capo "perché anche lui si vuole fare la Comunione"; e rivolgendosi verso di me: "È vero che ti vuoi fare la Comunione?".
     "Santa" aggiunse padre Signorelli.
     "Sì, la Santa Comunione" si corresse prontamente il nonno, che mi ripete la domanda: "Rispondi, non è vero che ti vuoi fare la Santa Comunione?".
     Accennai di sì con la testa.
     "Si deve confessare" aggiunse sottovoce il nonno.
     Padre Signorelli mi afferrò per un braccio e mi trascinò fino al centro della chiesa e si sedette su una sedia, un po' discosta dalle donne che pregavano, mi avvicinò a sé prendendomi per le spalle e, in tono confidenziale, disse:
     "Allora sentiamo, che peccati hai fatto?" e poi senza aspettare alcuna risposta, aggiunse: "Sai cos'è la Santa Comunione?".
     Non risposi, mi girai verso il nonno che mi faceva ampi cenni del capo come per dire di stare tranquillo.
     L'Arciprete insistette:
     "E allora che peccati hai fatto? Non mi dirai che sei stato sempre buono, che non hai mai fatto qualche pensiero cattivo; eh... eh... qualche malanno...".
     Effettivamente una quindicina di giorni prima, insieme a Melina, avevamo combinato un grosso malanno: avevamo rotto le pentole di terracotta a due poveri carbonai che tagliavano le querce dietro casa. Eravamo entrati, non visti, nella loro sgimba di terra e frasche rompendo ciò che c'era da rompere.
     I poveretti erano venuti a casa nostra (forse ci sospettavano) chiedendo, in presenza dei nostri genitori, se avevamo visto qualcuno o se sapevamo qualcosa. Ovviamente negammo tutto. Erano disperati: non avevano dove far bollire quel poco di minestra di finocchi e fagioli di cui potevano disporre. Mia madre entrò in cucina (forse aveva capito), prese una pignata di alluminio e la diede in prestito alla coppia di carbonai.
     Alla domanda del sacerdote mi sentii scoperto. Questo sa tutto mi son detto, sicuramente il Signore, che come mi dicevano i nonni, sente e vede tutto, gli ha riferito ogni cosa. Mi misi a singhiozzare e fra un singhiozzo e l'altro raccontai il peccato.
     "Però è stata Melina a rompere u bùmmulu per l'acqua" cercai di giustificarmi "io ho rotto solo la pignata e ho piegato le broccie".
     "Melina? Chi è Melina?".
     "Mia sorella" risposi.
     "E che altri guai hai combinato?".
     "Niente altro ho fatto".
     "E bugie ne hai dette, ah..." accompagnava la domanda agitando l'indice minaccioso della mano destra davanti al mio viso.
     "Zzu..." feci con cenno all'insù del capo.
     "Me ne stai dicendo una proprio adesso... monellaccio che non sei altro!". Mi sorrise e allungò le mani nell'atto di tirarmi le orecchie. Non capii a cosa volesse riferirsi e rimasi zitto con gli occhi bassi e pieni di lacrime.
     Mi benedisse e mi raccomandò di inghiottire l'Ostia, che di lì a poco mi avrebbe messo sulla lingua, che avrei dovuto tenere ben sporta. Di nascosto, coprendomi con le mani, feci un po' di allenamento sporgendo e rientrando la lingua dentro la bocca.
     Poi venne il momento della Comunione.
     Mio nonno mi prese per mano e mi portò con sé fin sotto la balaustra. Si comunicò per primo, mi passò la patena che sostenni con le mani tutte tremanti, aprii la bocca, sporsi la lingua, presi la Comunione e rimasi qualche attimo con la bocca aperta, preoccupato che la Particola non mi capitasse, per caso, sotto i denti.
     Il nonno mi disse sottovoce: "Chiudi la bocca, sennò ti casca" e inghiottii l'Ostia senza masticarla; mi appoggiò una mano sulle spalle e mi riportò al mio posto, mi fece inginocchiare con le mani giunte e si rimise in disparte con gli altri contadini, mentre io, non sapendo cosa altro fare, continuai a guardare intorno, senza rendermi conto di quanto era avvenuto.
     Poi tutti risposero: "Amen", si fecero il segno della croce, si alzarono e si incamminarono verso l'uscita.
     Col nonno facemmo la stessa cosa.
     Appena fuori mi disse:
     "Ora sei santo anche tu, perché hai il Signore con te".
     Mi guardai e mi sembrò di essere come prima: non notavo alcuna differenza.
     Però, dentro, mi sentivo contento come se avessi fatto una cosa che di solito era riservata ai grandi. Gli amici del nonno si complimentavano con me e ciò mi inorgoglì perché per la prima volta fui oggetto delle loro attenzioni e mi sentii importante.
     Dopo qualche minuto giungemmo nella casetta di Via Rua Grande. Due stanzette, una sotto, il catòio, dove di solito veniva legato l'asino, e l'altra sopra, raggiungibile con una stretta scala di legno che terminava sul solaio di tavole di castagno. Non c'erano mobili: solo due mensole a muro che sostenevano qualche pentola e qualche bottiglia e al centro della stanza un tavolo, la buffetta, sulla quale ci attendevano ddu cudduri pasquali, fatte dalla nonna nel forno di casa, ornate da due nastri di carta stagnola argentata e un uovo in mezzo. Accanto, una bottiglia impagliata piena di vino.
     Il nonno tutto felice strappò le uova, le sbucciò, mi diede il mio, che mangiai con soddisfazione, accompagnandolo con il pane della mia cuddura.
     "Prosit" mi disse, stappando il vino. Non sapevo cosa rispondere né cosa volesse dirmi; ma forse non lo sapeva neppure lui. Prese due bicchieri, li riempì a metà, mi porse il mio: "Cin cin" disse e bevemmo.
     Lo guardai mentre, come sua abitudine, con gli occhi semichiusi, mangiava la sua cuddura rivolto verso la finestrella, che si apriva verso la montagna di fronte che ripida scendeva come per congiungersi con il campanile della Chiesa Matrice.
     Gli volevo un bene dell'anima.

- LA VIA DI SAN JACUPU AIZZI

     "Vedi, sopra la cima dei monti, quella striscia bianca che incomincia a levante, passa sopra la nostra testa e poi, prima di arrivare sul serro di Mandanici, si divide in due strade?".
     "Sì! Si intravede appena; dietro le stelle". "Quella è la strada di san Jacupu Alizzì2 E la strada che dobbiamo percorrere quando la morte ci chiama".
     Questo colloquio avveniva una notte di fine agosto di molti anni fa, tra mio padre e me. Eravamo sdraiati su un letto di felci, fra arbusti di eriche e ginestre, aspettando che albeggiasse sui Peloritani.
     Quando, il sabato, si decideva di andare a caccia prendevamo zaino e fucile e di gran lena, accompagnati dalla incontenibile gioia dei cani che scodinzolando ci mordicchiavano le gambe, partivamo alla volta dei monti che, lassù in alto, come ombre irregolari, disegnavano l'orizzonte.
     Raggiunte le loro cime, sullo spartiacque, dopo esserci inerpicati per alcune ore per stradine anguste e accidentate, consumavamo la nostra razione di carne in scatola, raccoglievamo una manata di felci e su di esse ci distendevamo per passare la notte avendo per tetto il cielo.
     All'alba dovevamo essere pronti ad ascoltare il canto delle coturnici che erano l'oggetto delle nostre aspirazioni e delle nostre fatiche.
     Non si udiva rumore alcuno, il silenzio era dolcissimo, totale. Tuttavia avevo la sensazione di sentire una indescrivibile armonia, come se un'orchestra invisibile eseguisse una dolcissima ninna nanna alla natura che stava per addormentarsi. Anche il lontano scampanio delle mandrie, raccolte negli ovili a ruminare il pasto del giorno appena finito, sembrava voler rispettare la quiete che con l'oscurità si impadroniva di ogni cosa. Lassù era come se il silenzio avesse una sua straordinaria voce, mentre il cielo terso e senza una macchia quasi splendeva sulla nostra testa.
     Le stelle c'erano tutte e oscillavano di luce vivida e tremolante.
     Dietro di esse era appena percettibile un soffuso e disomogeneo biancore che iniziava a est dove le montagne si incrociavano con il cielo, proseguiva, come una grande strada arcuata e irregolare, in alto sopra di noi, per poi adagiarsi sulle alture che chiudevano l'orizzonte rossastro a ovest.
     Per mio padre, che lo aveva appreso dai suoi nonni, quella era la strada di san jacupu Alizzi.
     "E una strada larga, grandissima. Ci passano tutte le anime dei morti. Partono tutte insieme da quel punto, sia le buone che le cattive" e cosi parlando mi indicava, con la mano grossa e nerboruta, l'origine della via Lattea a est "e insieme procedono fin laggiù, dove si divide in due bracci. Riesci a vederli?".
     Effettivamente il biancore dietro le stelle, ovvero la Via Lattea, verso il suo estremo di occidente, sembrava dividersi in due tronconi.
     "Quello di destra" proseguiva mio padre "continua e si perde dietro le montagne; mentre il braccio di sinistra, come puoi vedere, si interrompe. Dicono gli antichi che alla biforcazione c'è san jacupu che controlla e indirizza le anime cattive sulla strada che finisce, e che così cadono nell'Inferno, mentre quelle buone sulla strada che non ha fine e che porta in Paradiso".
     Parlava di questa credenza con tanta convinzione e fervore che gli occhi gli diventavano lucidi per l'emozione. La qual cosa gli capitava sempre più spesso man mano che passavano gli anni e con l'aumentare di questi aumentavano anche le lacrime. Talché negli ultimi tempi ogni suo discorso si concludeva inevitabilmente con "ormai sono arrivato alla fine" e si chiedeva quale delle due vie san Giacomo gli avrebbe riservato.
     Un giorno del 1999 si fratturò il femore e iniziò il suo rapido declino fisico.
     Di tanto in tanto, nelle sere buie e limpide, si trascinava fino alla finestra della sua stanza e di lì osservava, assorto, la Via Lattea.
     "Che guardi papà?" gli chiedevo.
     "Cerco di capire quale sarà la mia strada" rispondeva.
     Dopo alcuni mesi, di indicibili sofferenze e non avendo voluto accettare la sua immobilità, morì.
     Una moltitudine di amici vennero per rendergli omaggio.
     Era il primo novembre, il sole era tramontato da qualche ora e il cielo terso, come sempre, lasciava intravedere la Via Lattea. Inavvertitamente e senza volere mi ritrovai accanto alla grande guercia dinanzi alla casa a osservare la strada di san ]acupu Alisei Appariva, quella sera, in tutto il suo splendore come da molti anni non mi capitava di osservare e mi sembrò di vedere una piccola e vivissima luce, in mezzo alle miriadi di stelle, imboccare, spedita, il braccio lungo della strada che proseguiva oltre le montagne.
     Sono certo che era mio padre.
2 San Giacomo di Galizia.

- TIRINNÀNNI

     La piazza Matrice, prima dell'attuale sistemazione, era piccola e irregolare. Sul lato che dà verso la irta collina si erge imponente la facciata della chiesa Madre dedicata all'Annunziata, dal lato opposto è delimitata da due elementi della natura. Ai piedi dell'alto bastione di cemento scorre il ruscello ricco di acqua limpida e saltellante fra i massi e di fronte la ripida montagna si innalza quasi come un muro per incorniciare uno spicchio di cielo sempre limpido e sereno.
     Essa rappresentava il luogo di ritrovo per tutti i paesani, il luogo delle feste, degli appuntamenti, degli incontri, qualche volta anche delle risse e soprattutto il campo da gioco per i ragazzi.
     Era il punto di arrivo e di partenza per le poche auto che giravano per il paese e il punto di arrivo e di partenza dei muli provenienti dalle campagne con i loro carichi.
     In essa si svolgeva gran parte della vita di tutto il paese e rappresentava il ritrovo mattutino dei paesani e dei disoccupati in cerca di qualche lavoro.
     Su di essa si affacciava il vecchio Municipio. Al piano terra c'era il bar di Manistorte: il ritrovo degli sfaccendati.
     Da aprile a ottobre verso le dieci immancabilmente arrivava con il suo chiosco dei gelati Peppino Piscistoccu.
     Era l'ora in cui di solito oltre che uno sciame di ragazzini arrivava anche Tirinnànni.
     Un ragazzone di una ventina d'anni. Rubicondo, grassoccio, con sfumature paonazze su un volto enorme che sembrava una specie di luna piena e con una testa quanto una grossa anguria. Era vestito sempre allo stesso modo: una camicia sempre a brandelli, mai abbottonata, aperta sul torace glabro, tette abbondanti, pantaloncini corti, alle ginocchia, da cui spuntavano due gambone, simili a due tronchi d'albero, lorde di terra e fango, graffiate in più parti. I piedi scalzi erano due pale di fichidindia contornati da voluminosi calli, specie sui calcagni, fessurati verticalmente che ne aumentavano, a sproposito, la grandezza.
     Il volto era coperto nei paraggi del naso da ampie croste, traslucide, madreperlacee. Era il muco che con i polsi spalmava ora verso destra ora verso sinistra sulle guance rotonde. Gli occhi incredibilmente infossati erano coperti da sopracciglia cespugliose che per guardare in avanti o in alto lo costringevano ad alzare il capo come se dovesse osservare il cielo.
     Era lo zimbello dei ragazzi del paese.
     Lo aspettavano.
     Egli si presentava in mezzo alla piazza con tutta la sua stazza, dondolandosi ora sul piede destro ora sul sinistro. Si fermava al centro e aspettava. Subito veniva attorniato da cinque, sei e a volte più ragazzi. Qualcuno gli allungava una caramella o un pezzo di pane nero e duro. L'afferrava, lo infilava in bocca che sembrava una macchina trituratrice. Non c'era nulla che poteva resistere alle sue ganasce. Per questo spesso gli offrivano fave secche che mangiava con tutta la buccia e in men che non si dica sparivano nel suo ampio stomaco. Mangiava di tutto in continuazione. I cittadini lo sapevano e chiunque passava dalla piazza gli allungava qualcosa da mettere sotto i denti.
     E si ingrassava a dismisura.
     Non mancavano gli scherzi.
     Così una volta in mezzo alle ciliegie mimetizzarono alcuni peperoncini rossi che ingoiò voracemente. Lo videro contorcersi e sputare una quantità incredibile di saliva mentre correva verso la fontana.
     E ridevano.
     Un'altra volta ingurgitò una cesta di fichidindia. L'effetto fu quello di ingombrare l'intestino che diventò quanto una botte di sei salme con spasimi e conati di vomito. "Ci stuppò u stomaca" dicevano. Lo portarono dal medico Arena che gli prescrisse il solito clistere di acqua e sapone. Per tutta una giornata la sorella armeggiò con i tubi fino a quando, come volle Iddio, scassò in un lago di m... Non avevano i gabinetti perché in quel tempo, in tutto il paese, non c'erano. Con la scopa spazzarono il materiale fuori della porta che animali randagi provvidero a far sparire. I vicini per il fetore chiusero porte e finestre.
     In mezzo al cerchio dei ragazzi rideva senza motivo, si agitava in sgangherati movimenti e mostrava ora le braccia ora le gambe nell'atto di evidenziarne forza e aitanza.
     Quando la piazza veniva attraversata da qualche gruppetto di ragazze non mancava mai la solita domanda di cosa avesse in mezzo alle gambe ed egli immancabilmente: "A piega" rispondeva ridendo in modo rumoroso con le bave che colavano dagli angoli della bocca.
     "Ce la fai vedere?".
     Prontamente si abbassava i pantaloni corti mostrando un sesso enorme.
     "Minchia" esclamavano i ragazzi "che sorta di marruggiu! ".
     Le occasionali passanti gli rivolgevano un furtivo sguardo per girarsi, a finta, schifate dall'altra parte.
     Dalle finestre che davano sulla piazza, ben mimetizzate dietro le imposte altre ragazze quasi aspettavano incuriosite tale rito.
     Quasi mai rimanevano deluse.
     Un giorno Tirinnànni non si presentò in piazza.
     Starà poco bene si dissero, quasi dispiaciuti, i ragazzi.
     Non era cosi.
     La sera avanti era arrivato un furgoncino, lo avevano caricato su così com'era e lo avevano portato via.
     Fu rinchiuso in un ospizio di carità.
     Lo lavarono, lo vestirono, gli assegnarono un letto con lenzuola e coperte che mai aveva avuto e da mangiare tre volte al giorno.
     Non rideva più e nel piccolo cortile dell'ospizio cercava i ragazzi del paese. Ogni mattina dopo colazione vestito, lavato e pettinato si portava al centro del cortile e aspettava le caramelle o le fave o gli scherzi.
     Rimaneva in piedi, quasi immobile al centro, sul tombino di scarico, ad aspettare fin quando una suora non lo riportava dentro per il pranzo.
     I ragazzi non arrivarono mai!