il libro
Poesie dal paese

di Natale Poncina

          Presentazione

        Natale Poncina ha 35 anni, è nato a Cavarzere, nel Detta Padano. E' geometra, e da anni lavora a Santa Teresa, dove l'ha portato una delle mille imprese "continentali" calate qui col boom turistico.1
        Credo che questi dati da carta d'identità occorra tenerli presenti se si vuol capire la sua poesia. E d'altra parte non c'è nè poeta nè critico che possa vergognarsi a dire che per decifrare la parola bisogna guardare i fatti che le stanno dietro, le esperienze i pensieri i sogni le amarezze le illusioni il sudore da cui nasce.
        Questi dati, intanto, spiegano i due "tempi" su cui è orchestrata la raccolta. I versi "sulla creta" sono memorie del Delta, di un'infanzia e un'adolescenza vissuta in paesi d'argilla, sulle morte arie del grande fiume, tra uomini radicati fin dentro la terra come pietre di argini, devastati dagli dei maligni del luogo (la servitù agraria, la magrezza delle terre, le osterie fumose, l'emigrazione); i versi "sulle rocce" nascono da questi graniti, caldi come il ferro del fabbro, che sono i graniti della Gallura, i luoghi dove Poncina ha continuato c ricostruito il suo dialogo con l'uomo, anche se diversi sono i luoghi e diversi gli uomini, pastori di antica saggezza, contadini immobili lungo i crinali degli stazzi, profumi d'erbe selvatiche ai bordi del mare, orizzonti di blù cobalto, e gente di paese.
        Da un "tempo" all'altro Poncina resta lo stesso, e uguale anche la sua poesia, che pur abbracciando un arco di tempo di almeno dieci anni sembra nata tutta nello stesso periodo, perché uguale è la cifra espressiva e uguale la tensione alla conoscenza degli altri come conoscenza di se stessi che l'attraversa tutta.
        La tensione conoscitiva non è una novità, per chi già conosca un libretto di novelle-meditazioni che Poncina pubblicò in Sardegna poco tempo dopo che c'era sbarcato, con un titolo aspro e antiletterario, La pelle del geometra: che era la sua pelle, la pelle dell'uomo che lavora e che fa, fra tutti ì mestieri, uno dei più esposti alla schiavitù dell'intermediazione, dove il geometra è, oggi, l'omologo del servo del Faraone che frustava schiavi sulle pendici delle piramidi per conto d'un padrone lontano.
        Messo al centro d'un duro rapporto di lavoro, da una parte l'imprenditore tante volte defilato dietro l'argine d'una SpA e dall'altra il manovale di paese, Poncina ha sempre scelto, come uomo (e forse anche come geometra, come uomo di "professione"), di stare dalla parte degli umili.
        E' stata, all'inizio, una scelta umana più che una scelta politica: anche se questi ultimi anni, per come lo conosco, mi pare che sia venuto tirando qualche conclusione in più dalle esperienze di vita che ha fatto sul cantiere.
        Una scelta umana: perchè si vede chiaro, soprattutto da questi versi (ma già si vedeva nella Pelle) che per Poncina il problema centrale è la ricerca di una umiltà, di una verità, di una autenticità perdute, di cui solo i poveri, i semplici, gli ingenui sono duramente e profondamente depositari. Questa verità è un credo di vita chiuso nei gesti, detto nelle cose e nelle abitudini piuttosto che gridato in proclami verbali: i poveri non hanno altro modo di parlare che la loro stessa esistenza, nessun altro messaggio da lasciare che la sequenza dura dei giorni uguali, nessun altro testamento che il coraggio d'essere vissuti, in dignità dentro il chiuso giro della loro esistenza.
        A questa esigenza di verità corrisponde la cifra espressiva. Il lavoro di Poncina va nella direzione di una progressiva "normalizzazione" del corso verbale, in uno sforzo di riduzione della parola letteraria a segno umile, quasi dialettale e "paesano": in questo senso va inteso il titolo della raccolta, non meno che nel senso del richiamo ad una autenticità esistenziale che solo il villaggio e la sua civiltà sanno esprimere, sia il villaggio fangoso del Delta sta la civiltà contadina degli "stazzi" galluresi.
        Poesia di testimonianza, dunque, e anche poesia di comunicazione. Dì testimonianza, per fermare sulla pagina la memoria di uomini, di frasi, di cose, di eventi che emergono dalla memoria di una vita aurorale, prima del peccato e dopo la caduta, prima e dopo la fatica del pensiero; di comunicazione, nello sforzo di dire tutto questo nel modo più semplice e più "primario" possibile, perché ci sia qualcuno, di cuore buono e di volontà intana, che ne raccolga il seme prima che caschi fra i sassi c i rovi, e il vento lo disperda.

Manlio Brigaglia

 

 

1) Natale Poncina è deceduto il 21 febbraio 2012, all'età di 73 anni, a Santa Teresa di Gallura, dove risiedeva.


INDICE     (clicca sul titolo per leggere le poesie)

SULLA CRETA

La donna di Antonio
L’uomo solo
I1 sentiero
I1 ritorno dell’emigrante
Novità
Alluvione numero uno
Inospitalità
Guglielmo e il cimitero
Poesia su un proprietario terriero
La sirena notturna
All'amico di gioventù

SULLE ROCCE

Arrivo in Sardegna
Incerti valori
La saggezza
Cercare
Desideri in auto
La casa
La guerra dei sapienti
Il koala
Tornate indietro
Cimiteri in Sardegna
L' ultima tana
I morti parlano
Volontà
Strado dell' Anglona
I1 gabbiano mangerà l’isola
Lavorare sereno


Dello stesso autore "La pelle del geometra", (Leggibile qui).

Leggi anche l'articolo scritto per La Nuova Sardegna dal titolo "Flavio Busonera: un oristanese che s'immolò per la Resistenza"


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