La guerra di Lino

Un’incredibile storia vera

(Una testimonianza raccolta da Paolo Fontolan)

 

On tosato ancora insemenìo…

Mi chiamo Lino Forzan, sono nato nel 1923 e come è successo a tutti quelli della mia generazione la mia vita è stata segnata dalla guerra. Mi sono state assegnate 2 Croci di guerra, una Medaglia di bronzo al Valore Militare, e nel 1987 la Croix de combattent d’Europe. Ma oltre alle medaglie, dalla guerra ho ricevuto ricordi e pensieri che porto impressi nella mente e nel cuore, relativi a fatti accaduti, persone incontrate, sensazioni provate. Tutte cose che vorrei ora raccontare, soprattutto ai più giovani.
Sì, ai più giovani. E non perché io voglia far loro, come si dice, la predica. Ma semplicemente perché ero giovane e spensierato anch’io quando ho fatto ingresso nell’avventura della guerra o, se preferite, quando la guerra ha fatto irruzione nella mia vita.
Ero un ragazzo di 19 anni quando sono stato chiamato alle armi. Era il 9 gennaio 1943 ed io ero on tosato ancora insemenìo, che poco sapeva della vita. Oltretutto all’epoca si diventava maggiorenni a 21 anni. Sono partito per fare il soldato con l’Italia in guerra e quindi destinato a finire al fronte. Ma non potevo neanche lontanamente immaginare cosa mi stava per succedere. Quel tosato sarebbe tornato ben diverso ed avrebbe trovato anche una realtà diversa. Ma tanti miei amici non sono nemmeno tornati.
Parto, come detto, il 9 gennaio 1943, con destinazione Roma, 2° Reggimento Granatieri. Il mio primo impatto con la disciplina militare e con il mondo al di fuori di Cavarzere avviene proprio con la capitale, la Città Eterna, che, nella propaganda del tempo, doveva tornare alla gloria dei tempi antichi anche grazie alla guerra, anche grazie a noi. Dal 10 gennaio fino a Marzo rimango a Tivoli per l’addestramento. Poi via. Poi alla guerra. Terminato l’addestramento veniamo trasferiti a Livorno e di qui ci imbarchiamo ed il 26 marzo giungiamo a Bastia in Corsica.
La Francia era un paese nemico, uno degli “Alleati” e l’invasione della Corsica era il nostro attacco contro il nemico. Assieme a noi c’era un contingente tedesco. L’occupazione dell’isola non fu certo una passeggiata e proprio lì, fin dalla mia prima esperienza cominciai a vedere la morte in faccia. Partimmo con due navi. Una fu affondata dagli alleati. Per fortuna non era la mia. Vidi morire annegati molti miei compagni senza poter fare nulla.
E questo era solo l’inizio.

 

Settembre

Passano pochi mesi e poi tutto improvvisamente cambia. Fino ad allora con gli “amici” tedeschi tutto era andato abbastanza bene. Eravamo alleati e, nonostante qualche scenetta involontariamente comica dovuta alla lingua, avevamo anche fatto amicizia. Avevamo accampamenti distinti ed intrattenevamo rapporti di buon vicinato. Poi un giorno all’improvviso tutto cambiò.
Quelli tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 sono giorni di gran confusione, le notizie si accavallano, non si capisce più nulla. Il 25 luglio il Gran Consiglio ha sfiduciato Mussolini e il re lo ha fatto arrestare. E adesso che succede? Tutti ce lo chiediamo, un po’ per amor di patria e un po’ per sapere che ne sarà di noi. Veniamo a sapere che il nuovo primo ministro è il generale Badoglio, un uomo dell’esercito. Che decisioni prenderà? Ma i Tedeschi sono sempre più inquieti e diffidenti. E meno sorridenti. Tira un’aria strana, ma siamo sicuri che ne verremo fuori.
L’8 settembre Badoglio firma l’armistizio.

“Traditori!”. Chissà da chi hanno imparato questa parola i soldati tedeschi, fino a quel momento nostri compagni. “Traditori!”. E comincia un’altra guerra.
Ora i nemici per i Tedeschi siamo noi. Il re e Badoglio sono fuggiti a Bari, noi diventiamo oggetto delle fucilate dei Tedeschi. Sono tanti i miei compagni che vengono uccisi in quei giorni di “caccia all’Italiano”. Pensiamo che quei soldati tedeschi siano impazziti. Non possiamo nemmeno immaginare quello che sta succedendo a Cefalonia e in altri posti, dove la caccia all’Italiano traditore dà luogo a vere carneficine.

Ho riflettuto molto sui fatti di quei giorni. Noi e i soldati tedeschi eravamo alleati, compagni, addirittura amici, ci aiutavamo non solo nelle incombenze militari. Poi da un giorno all’altro, per fatti del tutto estranei a noi, avvenuti lontano, tutto cambia e l’odio più cieco inizia a farla da padrone. Ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile un cambiamento così improvviso, passato dai trattati politico-militari al cuore delle persone.
Cambiare l’animo degli uomini: questo è uno degli effetti più devastanti delle guerre.
La nuova guerra dura quasi un mese. Il 12 ottobre riusciamo ad abbandonare la Corsica ed a rifugiarci in Sardegna, grazie all’aiuto degli ex nemici, gli “alleati”. Ma lì ci attende un nuovo nemico invisibile: la malaria.

 

Dimenticati

In Sardegna a combattere contro la malaria ci restammo per otto mesi. In balìa di noi stessi. L’esercito italiano, si diceva, era in rotta, non c’erano più ordini, non si sapeva più nulla, anche se gli ufficiali ci dicevano che andava tutto bene. Eravamo come i sopravvissuti di un naufragio che però forse nessuno sta cercando. Avevamo sentito dire che gli Alleati erano sbarcati in Sicilia. Pareva che stessero avanzando per liberare la penisola. Qualcuno si sarebbe ricordato prima o poi di noi, della nostra esistenza? I nostri giorni passavano tra chinino, angoscia e fame. Io posso dire di sapere cosa vuol dire la parola “fame”. Con tutto quello che stava succedendo in Italia, chi poteva ricordarsi dei rifornimenti di viveri per noi? Le poche provviste che c’erano erano rigorosamente razionate. Per il resto campavamo mangiando bietole e carote macinate che raccoglievamo dove ne trovavamo. Finché ne trovammo mangiammo anche le arance che raccoglievamo dalle piante lungo le strade e che erano un cibo molto ambito: infatti scoprimmo che oltre al frutto si potevano mangiare anche le bucce. Poco cibo, poca acqua e in compenso tanta malaria e tanti pidocchi. Infatti le condizioni igienico-sanitarie erano disastrose e questo insieme di malattie, sporcizia e fame fece più vittime dei nemici armati, vecchi e nuovi.
Veder morire un compagno è una cosa atroce. Se poi quel compagno è un vecchio amico, un compaesano, il tutto è, se possibile, ancora più straziante. A Tempio Pausania ho dovuto assistere all’agonia e alla morte per malaria di Severino Pacchiega, mio coetaneo, cavarzerano di Ca’ Matte. L’ho assistito nella malattia e gli tenevo le mani quando se n’è andato.
Poi mi ammalai anch’io. Febbri altissime, anche più di quaranta. Il delirio dovuto alla febbre si mescolava alla fame e all’angoscia per la nostra sorte. Una situazione terribile. Alla fine, quando quasi non ci speravamo più, ecco gli Alleati. Qualcuno si è ricordato che c’eravamo anche noi.

Il 1° giugno 1944 arriviamo a Napoli, già liberata dagli Alleati, dove veniamo destinati tutti ad un ospedale da campo. Le nostre condizioni devono essere davvero pietose a giudicare da come veniamo guardati. Finalmente possiamo fare il bagno dopo mesi e mesi, finalmente pasti sufficienti, una divisa nuova. Piccole cose alle quali non eravamo più abituati. Veniamo rifocillati e curati. Le medicine, le condizioni igieniche, il cibo ed il cambiamento d’aria fanno sparire la malaria. Vinta questa battaglia siamo pronti per un’altra.

 

Che fare?

Quando ci fummo ristabiliti ci fu chiesto di unirci alle truppe alleate che risalivano l’Italia per liberarla.
Ricominciare a combattere? Tornare a rischiare la vita? Non avevamo sofferto già abbastanza?
Furono giorni di fitti conciliaboli fra di noi. Qualcuno diceva che era nostro dovere unirci agli Alleati, perché era l’unico modo in cui potevamo in qualche modo difendere la nostra patria. Altri però sostenevano che, visto che quell’esercito italiano nel quale ci eravamo arruolati non esisteva più, non eravamo più tenuti a combattere. “Se il re è scappato e si è messo al sicuro – dicevano in tanti – perché dobbiamo andare noi a rischiare la vita?”. Quindi la via d’uscita era la fuga, tornarsene a casa e vada in malora anche la guerra.
Fuggire non era “tecnicamente” difficile. Difficile era farla franca con Tedeschi e Repubblichini specie per chi voleva tornarsene nel Nord. Incontrare i Tedeschi voleva dire o morte o cattura con conseguente deportazione in campo di concentramento, che non si sapeva bene cosa fosse, ma se i Tedeschi ci portavano i “traditori” … I Repubblichini invece di solito ti arruolavano. Diversi dei miei compagni che in quei giorni fuggirono andarono incontro a questo brutto destino.
Confesso che anch’io fui tentato dal pensiero della fuga. Avevo 21 anni e ne avevo abbastanza della guerra. Una sera ne parlavo con qualche compagno. All’improvviso comparve davanti a noi un soldato americano che evidentemente aveva sentito le mie parole. Si fermò davanti a me e guardandomi fisso negli occhi mi disse: “Guarda io da dove sono partito per venire a liberarti! E tu vuoi scappare?”. Quello sguardo franco, fiero ma senza cattiveria, lo ricorderò per sempre.
E così decisi di rimanere e di continuare la lotta per liberare il mio paese.
Oltretutto arrivavano notizie per me terribili. Per bloccare le vie al ripiegamento tedesco, l’aviazione alleata aveva iniziato a bombardare ponti e ferrovie sui fiumi del Nord, soprattutto Po ed Adige. Purtroppo ne avevano fatto le spese alcuni paesi. Tra questi uno sconosciuto paese del Veneto, che si chiamava Cavarzere. Il mio pensiero va ai miei cari, ai miei amici, al mio paese. Questa guerra deve finire al più presto anche per loro. Ed io non posso certo tirarmi indietro.

 

Si ricomincia

Per chi, come me, aveva deciso di rimanere a combattere a fianco degli alleati, dopo due mesi la guerra riprende. Vengo assegnato alla divisione Cremona del gruppo di combattimento Friuli dei granatieri. Lasciamo Napoli il 20 agosto 1944 ed andiamo a posizionarci sulla linea gotica, in Emilia Romagna. Dicono che da lì partirà l’offensiva per liberare il nord Italia dall’occupazione nazifascista. E il mio pensiero non può non andare al mio paese e ai miei cari di cui non ho notizie. Ma tutto l’autunno e tutto l’inverno passano e non si avanza. Si combatte ogni tanto, i Tedeschi resistono e non si avanza di un metro. Solo all’inizio di aprile del 1945 qualcosa comincia a muoversi.

 

Notte

All’inizio di aprile riprende dunque l’avanzata. Noi del Friuli siamo stanziati tra Riolo Bagni e Brisighella. Ero contento dell’avanzata, perché non vedevo l’ora che la guerra finisse dal momento che pensavo di averne ormai viste e vissubr>te anche troppe. In realtà tutto ciò era ancora niente rispetto a quello che mi doveva succedere di lì a poco. Ma andiamo con ordine.
E’ il 10 aprile 1945. Siamo giunti all’offensiva finale. Avanziamo. In località Valle del torrente Senio, sull’appennino emiliano, non riusciamo ad andare avanti. Di fronte a noi ci sono le truppe tedesche, tra noi e loro un campo minato. Poco più avanti del nostro schieramento c’è un avamposto con 11 nostri soldati, che è stato individuato ed è bersaglio del fuoco nemico. Sono dei nostri, li conosciamo, sappiamo le loro storie. Resistono valorosamente ma ormai sono a corto di munizioni. Non possiamo abbandonarli al loro destino. L’attendente ci chiama a raccolta: servono due volontari per andare a portare rifornimenti a quei compagni in difficoltà. E’ un’operazione pericolosissima. Si tratta di attraversare uno spazio di circa 100 metri trasportando materiale e totalmente esposti al fuoco nemico. Un silenzio irreale cala su di noi e mille pensieri affollano la mia mente. Penso ai miei cari, ai miei genitori, ma anche a quei miei compagni. So che quasi tutti hanno a casa mogli e figli. Se nessuno andrà ad aiutare quegli uomini, quei bambini cresceranno orfani: che sarà di loro? E delle loro mogli? Concludo che è meglio che uno o due uomini rischino la vita piuttosto che in undici vadano incontro a morte sicura.
Alzo la mano e mi offro come volontario.

Non c’è un attimo da perdere perché l’avamposto può cedere da un momento all’altro. Bisogna partire subito. Con me c’è un altro soldato, un granatiere napoletano. Nell’avamposto ci sono lombardi, sardi, siciliani, laziali, piemontesi la cui sopravvivenza è nelle mani di un veneto e di un napoletano, ma in quei momenti siamo solo fratelli che cercano di aiutarsi.
Prendiamo la prima cassa di munizioni e usciamo. Tutto tranquillo, nessuno ci ha visti. Quei metri sembrano non finire mai. Finalmente arriviamo all’avamposto. Veniamo accolti come salvatori, ci abbracciano. Quei poveretti ormai si sentivano spacciati. Ora sanno che non ci siamo dimenticati di loro, che non li abbiamo abbandonati al loro destino, che la loro vita per noi è importante, che per la vita di un amico vale la pena di rischiare la propria. Sono momenti di grande commozione per tutti. Ancora oggi qualcuno di quei soldati continua a scrivermi. Ma non c’è tempo da perdere. Rientriamo. E’ fatta ormai, penso. Manca l’ultima cassa, la prendiamo e partiamo per l’ultimo viaggio. E si scatena l’inferno.
Evidentemente i Tedeschi si sono accorti di qualche movimento. I colpi di mortaio esplodono attorno a noi. E’ difficile spiegare cosa si prova quando sei esposto al fuoco nemico. Soprattutto un senso di impotenza e di angoscia. La tua vita è appesa ad un filo, basta che un proiettile o una scheggia passino pochi millimetri più in qua o più in là per determinare la vita o la morte di un uomo. E lì entra in gioco l’istinto di sopravvivenza che ti fa fare, pensare, dire e sopportare cose che mai avresti immaginato di essere in grado.

 

Veglia

Io ed il mio amico ci troviamo proprio a metà strada fra l’avamposto e la nostra base quando diventiamo bersaglio di colpi di mortaio. Attorno a noi le esplosioni sono assordanti, la terra trema. L’inferno, insomma. Ne usciremo vivi?
Ad un certo punto sento il mio compagno gridare tre volte: “Oddio! Mamma! La mia testa!”.
Ma mi accorgo che anch’io sto perdendo sangue. Sono stato colpito da una scheggia all’inguine. E’ stata presa l’arteria femorale, capisco che rischio il dissanguamento. Cerco di tamponare la ferita come posso. Chiamo il mio compagno che è caduto addosso a me. Ma lui non può più rispondermi. Una scheggia lo ha colpito alla testa ed è morto. I nostri cominciano a rispondere al fuoco, non ci abbandonano al nostro destino. Ma intanto lui è morto ed io sono vivo. Attorno a noi continua ad infuriare la guerra, indifferente alla vita ed alla morte.
Sono circa le 2.30 di notte. Quando finirà tutto questo? Ce la farò a sopravvivere? Arriveranno in tempo i soccorsi o morirò anch’io? Pensieri di ogni tipo, ricordi, sensazioni si affollano nella mia mente. Rischio di morire ma anche di impazzire e francamente non so quale delle due eventualità mi spaventi di più.
Per non impazzire mi metto a parlare col mio amico morto. Non lo conoscevo proprio benissimo. Mi metto a pensare ai suoi genitori. E ai miei. E’ giovane, forse ha una fidanzata che non lo rivedrà più. Penso che è morto così, barbaramente assassinato, senza una persona amica che gli tenesse la mano e che gli chiudesse gli occhi, senza nemmeno il conforto di un sacerdote. Provvedo io a tutto, compreso un segno di croce sulla fronte, il massimo di pietà possibile in quei momenti. E continuo a parlargli. “Sei andato in Paradiso – gli dico – ed i tuoi genitori anche se ti piangeranno saranno fieri di te quando sapranno come sei morto”. E continuo a parlare, a raccontargli episodi della mia vita, le sensazioni che provo e tanto altro ancora e provo ad immaginarmi le sue possibili risposte. E intorno a noi la guerra continua.
Tanti anni dopo in un libro ho trovato una poesia scritta da Giuseppe Ungaretti in cui l’autore ricorda una sua esperienza durante la prima guerra mondiale. Si intitola Veglia e dice così:
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Mi ci sono ritrovato. Veramente non sono mai stato tanto attaccato alla vita come durante quella veglia funebre al mio compagno morto.
Solo verso le 5 del mattino i combattimenti si arrestano ed arrivano finalmente i portaferiti. Chiedo subito che ne è stato dei nostri compagni dell’avamposto che avevamo soccorso. Mi rispondono che ce l’hanno fatta e che grazie alle armi ed alle munizioni ricevute sono riusciti a difendersi ed a mettersi in salvo. Solo adesso posso stare tranquillo. “Missione compiuta” posso dire dentro di me anche a nome del mio compagno ucciso che viene portato via e che seguo con lo sguardo. Il nostro ultimo saluto. E finalmente posso anche svenire.

 

Sangue americano

Ero stato colpito all’arteria femorale ed avevo perso molto sangue. Avevo bisogno urgente di trasfusioni. Molti commilitoni si presentano per donarmene. Si dice che in guerra si dà il sangue per la patria, ma lo si dà anche (nel senso materiale del termine) per un compagno e poco importa che le forze siano scarse e le condizioni igienico-sanitarie disastrose. Il sangue, il rancio, una pagnotta, quello che c’era lo si condivideva come fratelli. Io ho avuto diversi di questi “fratelli di sangue” (nel senso letterale dell’espressione) in quei giorni. Anche i soldati americani entrano a far parte di questa catena di fratellanza ed ho ricevuto sangue anche da loro. Posso ben dirlo: nelle mie vene scorre un po’ di sangue americano!

 

Un’esplosione

Le mie condizioni erano tali che non potevo essere curato al campo. Ma trovare un posto in un ospedale militare in quei giorni cruciali per la guerra era davvero un’impresa. A Firenze ed a Roma posti zero, per cui dall’Emilia Romagna vengo portato nientemeno che a Lecce. Non ricordo molto di quel viaggio che deve essere stato lungo e disagevole. La ferita si era infettata ed avevo la febbre altissima.
Arrivato a destinazione i medici dicono: “Brutta infezione, bisogna tagliare”, ovvero fare un’incisione per far uscire il pus dalla ferita. Si decide e si fa, senza tanti consulti, sul lettino dell’ambulatorio. Non appena la punta del bisturi tocca la ferita, una vera e propria esplosione di sangue e pus travolge e imbratta medico, infermieri e perfino il muro alle loro spalle. Mi spavento, la mia gamba deve essere ridotta proprio male. Poi un po’ mi vergogno e mi metto a chiedere scusa al medico e agli infermieri, che senza troppo scomporsi si stanno pulendo non prima però di aver completato lo spurgo della ferita. Ormai devono averne viste tante anche loro… E alla fine troviamo anche lo spazio per un sorriso.

 

Lontano

Sono i giorni decisivi per la fine della guerra e li passo all’ospedale. La febbre un po’ alla volta sparisce ma la ferita fatica ancora a cicatrizzarsi, anche perché la scheggia di mortaio è ancora dentro alla ferita. Mi muovo con difficoltà e sono sempre a rischio di infezione.
Intanto la guerra è finita, l’Italia è libera e io sono bloccato in ospedale.
Vengo a sapere che Cavarzere è stata liberata proprio dalla divisione Cremona del Friuli dei granatieri sotto la guida del mio tenente, Bisognero. Mi commuovo al pensiero che sono stati proprio i miei compagni a liberare il mio paese e questo non fa che aumentare il mio rammarico per non esserci stato, per non aver potuto partecipare direttamente.
Dopo un mese e mezzo di ospedale non ne posso più, devo tornare a casa, rivedere il mio paese e i miei cari. I medici non vogliono lasciarmi partire viste le mie condizioni ma io, nonostante il loro parere contrario, voglio tornare a casa. E parto o, per meglio dire scappo.
L’unica cosa che riesco a procurarmi per il viaggio è un paio di pantaloni nuovi. Nuovi? Beh, non proprio, pare che siano quelli avanzati dalla guerra di Abissinia… ma per me sono come un abito da festa.

 

Una traversata nel deserto

Il mio ritorno a casa è un viaggio che dura 4 giorni e 4 notti, ininterrottamente. Parte del tragitto la faccio a piedi, parte con mezzi di fortuna, con qualche passaggio ottenuto da mezzi civili o militari, italiani o americani. Non dimenticherò mai quei soldati che in quei giorni condivisero con me il loro rancio, quelle persone che mi hanno dato qualcosa da mangiare o un bicchiere d’acqua in quei giorni, condividendo con me quel niente che avevano.
Il mio viaggio può essere paragonato ad una traversata nel deserto. Ovunque si vedevano segni di rovina e di devastazione. Non solo nelle città, ma anche nelle campagne. I campi erano stati abbandonati o devastati dai combattimenti e dai passaggi delle truppe, i boschi incendiati e distrutti, gli animali magrissimi. Avevo sempre sentito parlare dei boschi e della valli della Toscana; quando vi passai sembravano un vero e proprio deserto. Neanche la natura era stata risparmiata dalla guerra.
La cosa più impressionante è stata vedere qua e là, in mezzo ai campi, in qualche bosco, in qualche scarpata cadaveri insepolti in avanzato stato di decomposizione. Cadaveri soprattutto di civili, anche donne e bambini, madri col figlio ancora stretto, vittime delle rappresaglie tedesche negli ultimi tempi della guerra. Tutto crudelmente ed orribilmente vero.
Quanto poi ai vivi, si vedevano chiaramente i segni di tanta miseria e fame tra la popolazione, che però viveva questa situazione tragica con grande dignità.

 

Ma è questo il mio paese?

Sono i primi di giugno quando riesco finalmente a tornare a Cavarzere. Avevo tanto desiderato questo momento, mi ero immaginato la gioia che avrei provato a ritornare al mio paese. E invece tutto fu ben diverso. Le mie sensazioni furono di dolore, quasi di disperazione. Macerie dappertutto, il mio paese era distrutto, irriconoscibile. I luoghi che avevano segnato la mia infanzia, le strade in cui avevo corso da ragazzo non esistevano più. E’ triste tornare a casa e scoprire che la casa non c’è più. Avevo saputo che a Cavarzere la guerra aveva lasciato il segno, tanto da essere detta “la Cassino del Nord”, ma la realtà va oltre la più brutta previsione. Già da lontano vedo il campanile danneggiato. E poi macerie, macerie e ancora macerie. Man mano che mi avvicino la gioia per il ritorno a casa lascia il posto ad una vera e propria disperazione. Il duomo ridotto ad un rudere fu un vero colpo al cuore.
Mi viene in mente che è venerdì. Era il giorno del mercato, in cui Cavarzere un tempo brulicava di gente, era piena di vita. Allora invece, in quell’atmosfera surreale di morte, in giro non c’era quasi nessuno. E il pensiero va subito a tutte le persone a me care: visto ciò che era successo al paese, la mia preoccupazione per loro diventa enorme.
I dolori alla gamba si fanno sempre più forti. Passando a fatica tra i cumuli di macerie arrivo ad uno dei pochi edifici del centro rimasti in piedi: l’osteria da Ruzza. E’ l’unico punto di riferimento per chi va in centro, o meglio in quello che una volta era il centro. Ecco, finalmente qualche faccia nota. Qualcuno mi riconosce e scattano subito l’amicizia e la solidarietà. Adesso sì che riconosco il mio paese.

 

Sapore di acqua e menta

“Caro, gheto sen?” mi chiede Ruzza e mi offre un bicchiere di acqua e menta, un lusso per quei tempi. Lo tracanno d’un fiato: ecco il sapore di casa.
La notizia del mio arrivo si sparge per il paese e comincia ad arrivare gente. Tra i primi il mio amico Gino Zanierato che si precipita letteralmente di corsa appena saputo del mio arrivo. “Almeno lui è vivo” è il mio primo pensiero appena lo vedo. Arrivano alla spicciolata altri amici e conoscenti, tra loro parecchi parenti di altri soldati che cercano notizie dei loro cari di cui non sanno più nulla.
“Ti credevamo morto” mi dicono. Io scrivevo a casa con una certa regolarità, ma la posta destinata al Nord veniva intercettata dai Tedeschi e quindi a casa erano due anni che non avevano mie notizie. E lo stesso avveniva per tutti gli altri soldati.
Deve essere veramente terribile l’angoscia dei familiari che magari per anni non sanno se il loro figlio sia ancora vivo o no. Ci si prepara al peggio, ma in un angolo del cuore si mantiene la speranza. E penso anche alla gioia dei miei che quasi due mesi dopo la fine della guerra scoprono che non sono morto. Gino Zanierato corre a Ca’ Matte ad avvisarli e mi vengono a prendere.
Al mio arrivo a casa c’è praticamente tutta Ca’ Matte ad attendermi. La località poi in quel periodo era popolata anche da tutti gli sfollati del centro di Cavarzere. E’ una grandissima festa. Io sono molto commosso, ma il dolore per tutto quello che ho visto e provato mi impedisce quasi di abbandonarmi alla gioia come in fondo vorrei.

 

La vita, nonostante tutto, riprende

Dopo due anni e mezzo in tenda, finalmente un letto. Ci trascorro due giorni di fila in un misto di sonno, sfinizione, dolore (anche fisico) e nausea.
Ogni due giorni mi devo recare all’ospedale per le medicazioni della ferita. Non posso pedalare e mi deve portare mio papà sul ferro della bicicletta. “In guerra diventerai uomo” mi dicevano in tanti quando stavo per partire e invece ero quasi ritornato bambino.

Poi un giorno qualcuno dice che ci sono i carabinieri che mi cercano. “Gheto combinà qualcosa co te geri via?” mi chiede preoccupata mia mamma. Poco dopo si presentano a casa mia tre persone. Una di queste è l’arciprete mons. Scarpa, un altro mi dicono che è il maresciallo dei carabinieri di Cavarzere. Il terzo è il mio capitano della brigata Friuli che è venuto a cercarmi per portarmi il foglio di congedo e la medaglia di bronzo al valore militare. Sapeva la mia storia, cosa mi era successo ed aveva fatto rapporto ai superiori che avevano deciso di conferirmi la medaglia. Poi a Belluno, al raduno del battaglione, aveva risposto lui “Sì” per me all’appello per il congedo. Io non vedevo l’ora di dimenticare, cercavo in tutti i modi di lasciarmi alle spalle quell’avventura e invece c’era chi si ricordava di me. Quanto poi alla medaglia mi sembrava di non aver fatto niente di eccezionale ma semplicemente il mio dovere di soldato e di uomo.

Il capitano facendomi congedare aveva interpretato bene i miei desideri. Ma una volta congedato dovevo ricostruire la mia vita. Anche perché in famiglia eravamo in 11 e la guerra aveva portato miseria e distruzione nel nostro paese. Venni a sapere che stavano costruendo il nuovo sanatorio e mi venne subito l’idea di offrirmi come infermiere. E quella è stata poi la mia professione per oltre 30 anni. “Ma non ti fa impressione il sangue?” mi chiese una volta un mio collega. Evidentemente non conosceva la mia storia. Nella mia scelta è stata decisiva quella notte passata sotto il fuoco nemico parlando col mio compagno ormai morto, così come l’immagine di tanti sofferenti e moribondi che ho visto in guerra, nei campi di battaglia e negli ospedali da campo. Tutte cose che sono rimaste scolpite nella mia mente e che non potevano essere rimosse e da cui è nata la mia volontà, una volta tornato alla vita di tutti i giorni, di dedicarmi ai sofferenti. Anche per un debito morale nei confronti di quelle tantissime persone (infermieri, volontari, medici, compagni, sacerdoti, civili) che mi hanno aiutato nei momenti più bui. I loro nomi non li so, ma i loro volti non li dimenticherò mai. Nei miei trent’anni da infermiere ho cercato di restituire quello che ho ricevuto e di alleviare le sofferenze altrui.

Come ho detto prima, non credo di aver compiuto qualcosa di eccezionale ma solamente il mio dovere di soldato e di uomo. Non mi sento un eroe. Per questo sono poche le persone alle quali fino ad oggi ho raccontato la mia storia. Se ora lo faccio con questo scritto è perché vorrei trarre assieme a voi una morale da questa storia. A me sono venute in mente un paio di cose.
La prima è che la libertà è un bene prezioso, è costata tanti sacrifici e la vita di tante persone e questo non va mai dato per scontato. Ricordare i caduti non è retorica ma è un dovere di una società civile. Di tutti, anziani e giovani. E poi che nella vita bisogna voler bene agli altri, aiutarsi come fratelli nelle difficoltà facendo al prossimo quello che vorresti fosse fatto a te, come dice il Vangelo. Non è un sogno, ma una cosa possibile. Se è stata possibile (come dimostra la mia storia) in una situazione terribile come una guerra a maggior ragione è possibile oggi che viviamo in pace. Con un po’ di impegno possiamo, nel nostro piccolo, rendere il mondo un po’ migliore. Questo vuole essere il mio messaggio.

 

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