Il ritorno di Federico

      Uno stridore di freni ed un contraccolpo. «Cavarzere!» annunciò il capotreno. Federico ebbe un sussulto e si ridestò dal suo assopimento. «Sono arrivato» pensò. E provò una stretta al cuore; come una sensazione di malessere simile a quelle provate da studente quando affrontava gli esami.
      S'era trascinato il pensiero dell'arrivo per tutto il viaggio con un certo distacco, ma ora...
«Affrettarsi a scendere, si riparte subito» sollecitò il capotreno, ricomparendo all'ingresso del vagone. Federico radunò in fretta qualche fagotto ed una valigetta che teneva ai piedi e si avviò nel corridoio.
      La gente premeva per scendere. Lui, invece, si lasciava sospingere, trasportare verso l'uscita. Pensava ancora a quella strana sensazione, che lo turbava e lo metteva a disagio. Una ventata fredda, come una improvvisa doccia, lo colse alla uscita dal treno; ed un brivido lo scosse da capo a piedi. Il vento spazzava la campagna tutt'intorno, spogliando gli alberi delle ultime foglie. Il viale che si apriva dinanzi a lui era già tutto ricoperto d'un soffice manto giallognolo; mentre dai rami dei platani che fiancheggiavano il lungo viale veniva un rumore simile ad uno scroscìo d'acqua.
      Acqua. Questa sensazione di acqua che scorre gli suscitò un nuovo senso di paura, di una paura che proviene dal profondo dell'animo a ricordare un passato non ancora del tutto sopito. Ora si avviava lentamente a piedi verso il centro cittadino. Là in fondo si ergeva la maestosa torre campanaria, orgoglio degli avi e simbolo dello spirito campanilistico paesano. E pensava. Guardava e pensava. Pensava e osservava le ultime foglie non ancora completamente ingiallite che cadevano davanti a lui, rapinate ai rami dal vento.
      Grossi nuvoloni neri correvano nel cielo preannunciando la prossima pioggia; ma il suo passo era assente dal tempo presente, lento, insicuro. L'uomo barcollava, sotto il peso dei pensieri. Passato, speranze, delusioni. «Non è la vita per certi aspetti paragonabile allo sbattere dei rami e alle foglie che cadono, segnando la fine di una stagione?», si domandava. Quanti anni sono passati da quel triste novembre? Era fuggito quando l'acqua del Po, rotto l'argine ad Occhiobello, si era spinta sino all'Adige. Lui, sospinto come tanta povera gente sugli argini del fiume, ultimo baluardo contro la minaccia liquida, con i sacchi degli indumenti in spalla, aveva dovuto lasciare le poche cose familiari a marcire nel chiuso dell'abitazione. Ricordi, quanti ricordi ora gli sovvengono! Come non ricordare quel lugubre panorama di abbaini e di comignoli che emergevano dalla palude? E la partenza per Seriate, nel Bergamasco?
      «Ricorda che voglio essere sepolta tra i miei, al mio paese» gli aveva raccomandato sua madre. «Non pensare a queste cose, ritorneremo. Tutto ritornerà come prima non appena l'acqua se ne sarà andata», l'aveva rassicurata lui. Ma l'acqua se ne andò troppo tardi e la promessa fu una pietosa bugia. «Povera mamma! - pensò - ora riposi là sotto i sassi del Bergamasco, e chissà se i morti hanno ancora desideri da esaudire». Dopo la disgrazia era partito per Milano, alla ricerca di una occupazione. Anche perchè non si sentiva più di vivere in un paese nel quale troppe cose gli richiamavano alla memoria gli anni felici della sua giovinezza, le promesse fatte a se stesso e agli altri, approdate nel nulla. Come il suo sogno, il sogno di diventare un giorno uno scrittore di successo.
      «Quando sarò grande e conosciuto come scrittore guadagnerò abbastanza per farti vivere una esistenza più tranquilla e dignitosa». Queste parole gli tornavano alla memoria, assieme ai rimproveri del padre, perchè non aveva voluto imparare il mestiere paterno del pizzicagnolo. E gli pesavano nell'animo come una offesa ormai irreparabile. Di occupazione in occupazione, di città in città, era riuscito a trovare un posto come cronista nella redazione di un giornale di provincia. Aveva creduto così ad un certo momento di essersi messo sulla strada che doveva condurlo al successo. E già sognava di diventare un giorno l'inviato speciale di un grande quotidiano. Ma col passare degli anni tutte le speranze si attenuarono, mentre subentrarono nuove amarezze familiari. Infine, al lavoro notturno della redazione, impegnato ma poco redditizio, preferì quello di impiegato di una impresa edile; con minori soddisfazioni morali ma più redditizio per la famiglia.
      Tutti questi ricordi, queste sensazioni ricorsi in uno spazio di anni, ma più che mai ora presenti in lui, Federico li risentiva ribollire in lui. Avrebbe voluto difendersi, liberarsi, ma erano più forti di lui. Abbandonato dalla moglie, deluso dal suo più caro amico, in fondo, questi ricordi erano la sua stessa vita. Emergevano in una nuova dimensione che egli non poteva rifiutare, perchè chi come lui non ha ormai più presente finisce per avere nel passato, anche se triste, il suo presente.
      Così tornava a Cavarzere; ma il suo cuore era rimasto altrove. La, sotto i sassi del Bergamasco, che sentiva opprimergli il cuore; dove aveva lasciato una donna, sua madre; una donna il cui amore non l'aveva mai deluso. «Mamma», pronunciò improvvisamente Federico. E sembrò che questa parola tra le labbra gli fosse rimbalzata direttamente dal profondo del cuore. Poi sentì come un nodo chiudergli la gola e una lacrima scendergli per il viso.; quindi provò nuovamente una sensazione di freddo pervaderlo da capo a piedi. Era ormai giunto in fondo al viale. E la strada, illuminata da tenue luci, gli sembrò improvvisamente più pesante. Aveva dietro di sé una vita, ma gli parve più che mai di camminare verso l'ignoto.


autore Rolando Ferrarese

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