brano tratto dal libro
Dalla stiva di una nave blasfema

- Finalista Premio Comisso 2009, sezione Narrativa
- Finalista Premio Stephen Dedalus 2009, sezione Narrativa

Un cielo pieno di stelle

    Gli anni, i lunghi, lunghissimi anni da quando me ne sono andato dal Polesine (più di trenta ormai!) mi consentono ora di guardare a quel luogo con occhi asciutti e imparziali.
    Dall'alto delle finestre di un palazzo veneziano, ogni sera, prima di addormentarmi, posso quindi osservare con calma le luci della laguna che tremolano al vento, disegnando nell'aria il volto di un paese perduto.
    E quando la nostalgia mi impedisce di prendere sonno, allora spalanco la finestra e, tendendo l'orecchio, mi capita di udire un lamento nel buio, una voce familiare che invoca il mio nome. Sono le voci dì Toti e Totina che risuonano nelle stanze di una casa abbandonata del Polesine.
    E mentre la notte avanza e il cielo si riempie di stelle, sempre più chiaramente intravedo in lontananza i contorni di quella dolcissima terra di contadini, operai, pescatori, preti, puttane, buffoni e disperati.
    Le sue strade e piazze, i palazzi, le chiese, i canali, le scuole, i caffè, i prati, gli orti e tutti i giardini fioriti della mia infanzia... Riesco perfino a sentire il canto dei grilli nei campi deserti sotto la luna. E infine, spostando lo sguardo verso il mare, m'incanto ad osservare i movimenti di un marinaio che lentamente manovra il timone della barca, laggiù nel porto di Chioggia.
    Eppure, quando l'alba si avvicina, nell'ora in cui si dissolvono i fantasmi, provo la penosa sensazione di non riuscire a vedere al di là dei mio naso.
    Ma non è solo questo sguardo verso il sud, ossia verso l'infanzia e il Polesine, a tormentare le mie notti.
    A volte resto sveglio fino all'alba con gli occhi rivolti a ovest, vale a dire in direzione di Milano. Occhi puntati su coloro che un giorno se ne andarono in cerca di fortuna nella capitale del Nord. Compagni di giovinezza che dopo aver tagliato i ponti con il loro paese, di cui in fondo si vergognavano, si erano illusi di affermarsi in quella città.
    Penso, in particolare, a certe ragazze e ai loro amori sbocciati qui in laguna e poi finiti miseramente tra l'asfalto e lo smog di Milano.
    E perciò, quantunque siano passati molti anni, ancora oggi mi sorprendo ad ascoltare con un senso dì vertigine il suono delle campane del Polesine.
    Ascolto un ricordo, è evidente. Ascolto le voci dei morti e dei vivi che si agitano nella mia memoria, rincorrendosi senza senso nel gran teatro della pianura veneta.

Francesco Permunian

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