1305 La scoperta di Google - di Alberto Pavanato

 

Nel secondo capitolo della mia tesi di laurea ho affrontato la ricostruzione del processo di canonizzazione di Raimondo Lullo a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo. Un momento storico particolarmente importante per la Storia della Scienza. La pubblicazione del De Revolutionibus di Niccolò Copernico, nel 1543, cambiò letteralmente la visione europea dell'universo. La terra non era più il centro immobile dell'universo, ma compiva un'orbita circolare attorno al sole, diventato l'unico e vero centro del movimento di tutti i pianeti. Questo fatto metteva in discussione molte teorie fisiche e cosmologiche consolidate da secoli, se non addirittura contraddiceva apertamente alcuni dogmi della Chiesa. Con Copernico si assiste alla nascita di una concezione della natura come ordine oggettivo e governato da leggi matematiche. Nasce la concezione della scienza come sapere sperimentale-matematico. Nasce la Rivoluzione Scientifica.

Tra coloro che entusiasti iniziarono ad studiare e diffondere le idee copernicane ricordiamo Tommaso Campanella, incarcerato e torturato per 27 anni; Giordano Bruno, arso vivo in campo de' Fiori; Galileo Galilei, condannato per ben due volte perché, secondo lui, la terra ruotava addirittura su se stessa. 

Seguendo le vicende processuali di Raimondo Lullo, ho avuto modo di conoscere le opinioni dell'inquisitore  Roberto Bellarmino sul lullismo. Questi allo stesso tempo era presente anche alle udienze del Santo Uffizio durante i processi di Bruno e di Galilei. Mi sono chiesto se la sua presenza avesse magari svelato una relazione tra i processi. Pur consapevole della difficoltà di stabilire una qualsivoglia relazione diretta, esplicita od implicita, tra i processi di Lullo e di Galilei, sono tentato di presentare un’ipotesi di lettura che avvicini le vicende processuali di Lullo  a quelle di Bruno. Il pretesto riguarda il fatto che Bruno era sia un copernicano che un lullista. ‘Pretesto’, evidentemente, perché com'è noto Bellarmino non ebbe particolari simpatie per il lullismo.[1]

Raimondo Lullo (1232 – 1316) è un nome che fa brillare gli occhi agli “iniziati”. Rimosso, più che dimenticato, dai manuali di storia della filosofia. Catalano di Maiorca, missionario francescano per le terre d'Oriente, dedicò la sua esistenza alla conversione degli infedeli, alla ricerca della verità e alla contemplazione del divino. Gli accademici parigini lo chiamavano Doctor illuminatus, altri arabicus christianus per il suo stile di scrittura alquanto stravagante, ma per gli amici era semplicemente phantasticus.

Scrisse quasi trecento opere in latino, catalano e arabo. La principale di tutte, l' Ars magna, viene  definita da Lullo stesso il libro meliore de mundo, ovvero il riuscito tentativo di prefigurare una vera e propria macchina per pensare, quasi un primo geniale personal computer. L'Ars si articola attraverso ruote coassiali contenenti, di fatto, cinquantaquattro termini.[2]  La combinazione di questi permetteva di poter scrivere tutti i libri, fare tutte le domande e dare tutte le risposte. Come nel linguaggio binario dei computer ogni parola è tradotta in stringhe di zero ed uno, così era possibile tradurre qualsiasi domanda nel linguaggio dei 54 termini. Tramite la combinazione e l'applicazione di regole (algoritmi) si producevano stringhe di risposte: alcune vere, altre no. L'abilità dell'artista consisteva nel saper discernere le risposte vere e più importanti da quelle false e meno importanti; allo stesso modo di come vengono scelte le risposte di Google. Allo stesso tempo si potevano fare tutte le domande, come il software Stumble Upon. In pratica, Lullo aveva prefigurato il concetto dell'odierna Rete. Non a caso al concetto di Internet si arriva attraverso un percorso oggi abbastanza riconosciuto da tutti: dopo Lullo, troviamo Cartesio, Pascal, Leibniz, Babbage e Turing.[3] Lullo affrontò in pieno medioevo l'anima sintetica della scienza: deve essere produttiva, non accademica, unicamente mossa dall'energia della fede. Ragionamento fondamentale per chi, secoli più tardi, si cimenterà con il nuovo metodo della combinazione dei termini, come Giordano Bruno.[4]

Grande ammiratore e lettore di Lullo fu il re spagnolo Filippo II. Durante il suo regno la potenza spagnola conobbe il suo acme. Incaricato dal Papa di fondare la Lega Santa, fu vincitore nella famosa battaglia di Lepanto. Fece costruire l'Invincibile Armata e l'Escorial, ma soprattutto durante il suo regno le dottrine di Lullo furono elevate a filosofia nazionale.

Nel 1595 il Papa cede alle insistenze reali e avvia la canonizzazione delle opere lulliane presso la Congregazione dell'Indice. Si trattava di provare o meno l'autenticità di una bolla 'fantasma', promulgata due secoli prima da Gregorio XI, in cui si dichiaravano sospette di eresia le dottrine di Lullo. Il documento originale non era mai stato trovato, sebbene spesso fosse stato fin troppo millantato dal partito antilullista. Grazie all'aiuto reale, la Chiesa catalana confidava in una immediata canonizzazione. Ma qualcosa di molto importante sta per accadere. Giordano Bruno viene condotto in catene a Roma. Il 18 settembre 1596 il Santo Uffizio stabilisce che una commissione di teologi esamini le sue opere per scoprire se ci fossero eventuali proposizioni eretiche. Il 24 marzo 1597 i membri del Sant'Uffizio chiedono l’abiura a Giordano Bruno. Sottoscrivono il verbale i cardinali Santorio, de Deza Manuel, Pinelli, Bernerio, Sfondrati,  Borghese, Arrigoni e Bellarmino, da poco nominato consultore. Quest'ultimo è stato definito uno dei più spietati giudici di Bruno. Alcuni lo hanno chiamato addirittura un oscurantista per partito preso. Tuttavia è il patrono dei catechisti,  santificato il 29 giugno 1930 e nominato Dottore della Chiesa il 17 settembre 1931. Lo scopo dichiarato di Bellarmino era diretto ad identificare tutti gli errori dottrinali nei testi del Bruno per farlo cadere in contraddizione, spingendolo così all'abiura.[5] Tuttavia, dopo ben diciassette interrogatori e cinque ore di torture, Bruno non aveva ancora abiurato. Sette mesi più tardi, ed esattamente il 24 ottobre 1597, Filippo II decide di rinnovare tutte le concessioni in favore dei lullisti fatte dai suoi predecessori.[6] Questa decisione aveva molto probabilmente lo scopo di dimostrare l’estraneità della dottrina lulliana dalle eresie del Bruno, infatti oltre ad essere un copernicano, Giordano era anche un lullista. Sei mesi più tardi, il 13 settembre 1598, Filippo muore all'Escorial. Lo stesso anno appare la Raymundi Lulli Opera ea quae ad adinventam ab ipso artem universalem di Zetzner. Si tratta della collezione dei  principali testi lulliani ed ebbe una diffusione tale da essere ristampata ben quattro volte in soli 50 anni. Ne fu trovata una copia persino nella biblioteca privata di Newton. Nell’Opera sono contenuti ben quattro commentari di Bruno. Da questo momento gli eventi per Giordano precipitano. Dopo un'incarcerazione durata 7 anni, il 24 Agosto 1599 Bellarmino riferisce al Sant'Uffizio che Bruno avrebbe ritrattato almeno sette delle otto eresie. Ma interpellato il 21 dicembre, si rifiuta di ritrattare addirittura tutte le accuse. Il 17 febbraio 1600 viene arso vivo. La sua condanna dovette avere una certa influenza nei confronti della canonizzazione di Lullo, perché la Congregazione dell’Indice avanza pretesti per non canonizzare le dottrine. In una lunga lettera inviata il 29 agosto 1600, Arias de Loyala[7] spiega  con quanto scrupolo i giurati di Maiorca dovessero da questo momento presentare a Roma i documenti necessari per la canonizzazione. Lo stesso anno viene inviato a Roma un nuovo procuratore alla difesa, Sànchez de Lizarazo, che quattro anni più tardi sarà costretto a dimettersi dall'incarico perché nominato canonico di Terragona. I lavori vengono così interrotti. Dal 1604 fino al 5 dicembre 1611 non verranno addirittura nominati nuovi difensori. Abbastanza curiosamente, in questo lasso di tempo erano presenti la maggior parte dei cardinali che condannarono Bruno. Camillo Borghese fu nominato papa il 16 maggio 1605 con il nome di Paolo V. Pinelli e Bernerio morivano nel 1611 e Sfondrati, presente a Roma per il processo di Galilei nel 1615, morì nel 1618. Bellarmino invece fu promosso cardinale nel 1599.

I giurati di Maiorca insistono per far ripartire il processo. Nel 1607 vengono inviate dalla Spagna venti opere di Lullo per essere controllate dalla Congregazione. Si trattava delle stesse opere nominate come le più sospette nella presunta bolla di Gregorio XI. Assieme a queste era presente anche il Memoriale collationis seu comprobationis centum articulorum lullianorum per F. Nicolaum Eymeric scritto da Antonio Busquets, nominato difensore della causa. La sentenza arriva il 14 settembre 1612. In primo luogo la dottrina contenuta nel memoriale è definita impropria, pericolosa, temeraria, offensiva, in odore di eresia, erronea e formalmente eretica. Paolo V fu informato della decisione ma non vi furono ulteriori conseguenze. Sei mesi prima, il 20 marzo, nel palazzo del Santo Uffizio, Tommaso Caccini aveva sporto denuncia contro Galileo Galilei ai seguenti cardinali: Bellarmino, Galamini, Millini, Sfondrati, Taverna, Veralli e Zapata. Il 24 febbraio 1616, il Sant'Uffizio si riunisce nuovamente per il caso Galilei. Il giorno seguente Paolo V ordina a Bellarmino di ammonire Galilei. Questi non si dimostrò tanto inflessibile quanto il Bruno, così il 3 marzo Bellarmino rende noto a Paolo V che Galilei si era pentito delle sue affermazioni sul moto terrestre. Bellarmino ha un atteggiamento del tutto diverso rispetto a quello riservato a Bruno. Galilei non viene torchiato, intimidito, torturato. Bellarmino è sempre cortese nei suoi confronti. Verrebbe da chiedersi se questo atteggiamento non fosse dovuto all'estraneità di Galilei dalla dottrina lulliana. Intanto la causa di Lullo continuava tra mille difficoltà. Il 29 agosto 1619 Bellarmino rende noto al Papa la decisione degli inquisitori. È nuovamente condanna. Paolo V tuttavia non vuole che il processo si concluda in modo definitivo. Invia l'elenco degli errori a Filippo III ed all'inquisitore generale di Spagna, dichiarando proibiti i libri di Lullo finché non fossero stati corretti. Il papa sembra non volersi porre in aperto contrasto con le autorità spagnole. Vuole prendere tempo. Tant'è vero che quando i giurati di Maiorca chiedono informazioni sugli errori, il papa risponde ut tandem quiescat, di lasciare stare insomma.

Prima della sentenza di condanna, viene chiesto il parere di Bellarmino, il quale esprime la propria opinione personale su Lullo:

 

« Questo è il mio parere: innanzitutto ritengo che la dottrina di Raimondo Lullo sia inutile e pericolosa come insegna l'esperienza, poiché pochi la riescono a capire (pauci illam sequuntur). In secondo luogo si può tranquillamente contraddirla finché non venga corretta, e tale correzione approvata da questo Sant'Uffizio. Aggiungo questa convinzione affinché la mia sentenza di condanna non faccia troppo torto ma credo che questa dottrina non verrà mai corretta.»[8]

 

L'espressione pauci illam sequuntur può avere due significati: il primo riguarda il fatto che pochi riescano a capire la dottrina di Lullo, mentre la seconda è che pochi siano i seguaci di Lullo.  Abbiamo interpretato il passo nel primo modo in quanto riteniamo che il papa e Bellarmino avessero ben presente che il lullismo era divenuto una filosofia nazionale presso la corte reale e il culto di Lullo come santo era ben radicato in tutta la penisola iberica.  La stessa linea difensiva catalana si basava sul fatto che pochi potessero comprendere veramente la dottrina di Lullo, seppur moltissimi fossero i suoi seguaci. Il papa vuole molto probabilmente che si condanni il lullismo, non Lullo. Lo stesso lullismo che Bruno aveva fatto rivivere, a modo suo, e forse aumentando la dose di confusione attorno alla combinatoria lulliana. Tuttavia né La Congregazione né il Sant'Uffizio hanno gli strumenti adatti per fare questa distinzione. Condannano tutto e tutti, cercando di porre un freno alle dilaganti novità scientifiche che mettono in crisi le millenarie verità rivelate. A mio parere la condanna a Lullo non si dimostrerà altro che una diga di sabbia inghiottita dall'alta marea. Infatti il culto di Lullo come santo rimase immutato, se non accresciuto, in tutta la penisola spagnola. Le sue dottrine filosofiche, oltre che scientifiche, si diffusero a macchia d'olio per tutta l'Europa anche grazie alla grande pubblicità derivata dal processo di canonizzazione. Rimarrebbe dunque da chiedersi a chi avrebbe alluso Bellarmino con l'espressione pauci. La mia proposta riguarda l'ipotesi che forse ci si stia riferendo a quei novatores che si muovevano nei solchi del platonismo antiscolastico e del copernicanesimo. Tra questi potremmo annoverare i lettori dell'Opera di Zetzner, Giordano Bruno, Alsted e successivamente anche Cartesio. Se questa mia ipotesi fosse corretta, i processi di Bruno, Lullo e Galilei avrebbero dovuto lasciare un'impronta indelebile nel pensiero degli studiosi della seconda metà del XVII secolo. La paura del carcere e delle torture doveva essere palpabile. Soprattutto per uno dei padri del metodo scientifico moderno, come Cartesio. Come ha sinteticamente osservato uno studioso, questi aveva deciso di vivere nell’assoluto rispetto delle regole provvisorie, in attesa di quelle definitive, che avrebbero magari potuto tardare un po’ troppo.[9] Nel 1626 Campanella viene scarcerato dopo 27 anni di carcere e torture. Nel 1633 la seconda condanna di Galilei. A Cartesio verrà prestata , per sole trenta ore, l’opera galileiana condannata. Dirà delle cose vergognose, sull’opera stessa. Che il libro non contiene nulla di interessante. Sente l'urgenza di dare alla stampa la Discourse de la Methode. In quest'opera il nome di “Dio” è citato 482 volte, mentre “io” 360. Non c'è spazio per altri nomi tranne quello di Aristotele, che gli consente di insinuare che gli aristotelici del suo tempo sono piuttosto ignoranti, e di Lullo, “la cui arte serve a parlare senza giudizio di ciò che in realtà si ignora, anziché ad apprendere verità non conosciute o trasmettere verità note”. A ben guardare nella Methode è presente anche Galilei.  Non deve stupire che non ci sia Bruno, se si pensa che il mite Marsenne, che tanto ha seguito le vicende cartesiane, anche quelle dei pensieri più difficili (se bruciare le carte che richiamavano Copernico, ancorché hypothetice), riteneva meritato il rogo per Bruno, ‘il peggiore degli uomini’. Si può ben immaginare come questo nome fosse pericoloso per il non focoso Cartesio. La volontà di volersi differenziare pubblicamente dai vari Lullo, Campanella, Bruno, Galilei, come del resto volle differenziarsi dai Rosacroce, aveva molto probabilmente relazione anche con il fatto che le dottrine lulliane erano state condannate dall’ossequiata autorità pontificia. Tuttavia il nome di Lullo rimaneva per Cartesio l’unico degno di comparire tra Dio e l’Io.

 



[1] Como es sabido, Belarmino se distinguió por su desafección a Lull. Cfr. T. Carreras y Artau, J. Carreras y Artau, Historia de la filosofía española: filosofía cristiana de los siglos XIII al XV, II, Real Academia de ciencias exactas, físicas y naturales, Madrid (1943), p. 229. Recentemente ristampato nel 2001.

[2]    La versione computerizzata delle ruote lulliane è oggi reperibile da http://lullianarts.net.

[3]              A. Tessari, Lόgos, téchne,pόlemos nel catalano Ramon Llull, in AA.VV., “Le potenze del filosofare”, a cura di L. Sanò, Il Poligrafo, Padova (2007), pp. 53-71; in questo lavoro si indicano le linee che portano Lullo, attraverso la rilettura leibniziana, a Babbage e Turing, padri della macchina analitica da cui nasce il brevetto IBM del moderno computer.

[4]              Cito queste conclusioni da una intervista ad Alessandro Tessari. Cfr. Il Manifesto, 18 Ottobre 2009, p. 15. 

[5]    Cfr. L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, D. Quaglioni, Roma (1993), pp. 99-101.

[6]                                                                         Il documento è riportato in Pedro Jerónimo Sánchez de Lizarazo, Generalis et admirabilis methodus, Carolus a Lavayen, Tarragona 1613, foglio 18 v. Ristampato a Tarragona nel 1619.

[7]        Arias de Loyala era docente di geometria presso l'Università di Valencia. Nel 1596 fu nominato segretario reale per asuntos lulianos.

 

[8]              Ego sentio. Primo, doctrinam Lulli saltem esse inutilem, et periculosam, ut experientia docet, quia pauci illam sequuntur. Secundo., posse et libere prohiberi donec corrigatur, et correctio approbetur ab hoc Sancto Officio. Hanc conditionem addo, ut minus displiceat haec sententia damnationis, sed credo numquam corrigendam hanc doctrinam. Cfr. Anonimo, De la condamnation de Raymond Lulle, in “Analecta juris pontificii. Dissertations sur divers sujets de droit canonique, liturgie et de théologie”, 17, Roma (novembre 1856), col. 2466-2480. cit., col 2476.

[9]    Cfr. A. Tessari, Considerazioni sull'Ars di Ramon Llull e la Mathesis Universalis di René Descartes, Ianus, Padova (2004), p. 210. Inoltre le citazioni da qui in poi sono tratte dallo stesso passo.


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