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(al.va.) L'Istat dice che il Veneto è la regione ...
Venezia

(al.va.) L'Istat dice che il Veneto è la regione italiana con meno famiglie povere, ma la fotografia, peraltro in linea con l'anno precedente, è del 2007, quando ancora non era esplosa la crisi economica e finanziaria. Probabilmente l'anno prossimo i veneti si confermeranno ancora i più "ricchi" del Belpaese, ma i segnali di sofferenza non mancano. E sono segnali preoccupanti se si considera che nella sola provincia di Venezia nel giro di un anno i disoccupati sono aumentati di quasi il 40\%. L'Istat in questo caso non c'entra, i dati arrivano da Ca' Corner e riguardano le dichiarazioni di disoccupazione rilasciate dai Centri per l'impiego: come mostra la tabella pubblicata a lato, nell'ottobre 2007 gli iscritti al collocamento furono 2.117; nell'ottobre di quest'anno sono stati 2.918. I picchi non mancano: nel Miranese si è passati da 222 dichiarazioni di disoccupazione a 423 (+90,5\%), a Venezia e Mestre da 521 a 803 (+54,1\%), a San Donà di Piave da 582 a 790 (+35,7\%). L'unica zona della provincia in cui si è registrata una flessione è Chioggia-Cavarzere (-7,6\%).

«Dalla recessione alla depressione economica il passo, purtroppo, è molto breve», dice Alessandro Sabiucciu, l'assessore provinciale che segue il comparto del lavoro e, quindi, anche gli otto Centri per l'impiego. «Non è allarmismo o pessimismo, ma gli effetti dello tsunami che ha colpito i mercati finanziari si stanno rapidamente trasferendo dal sistema del credito all'economia reale, per intenderci le fabbriche, le produzioni, i servizi, le persone in carne ed ossa». Sabiucciu parla di un effetto domino: «La crisi di liquidità della grande impresa la si scarica, ritardando i pagamenti, sul sistema delle piccole e medie imprese, artigiane e contoterziste, definendo, anche per esse, una pesante crisi di liquidità. Ma le piccole e medie imprese non hanno, sotto di loro, altre aziende su cui scaricare gli effetti della crisi e sono obbligate a rivolgersi al sistema del credito il quale rallenta enormemente l'erogazione dei mutui. Così, per non fallire, riducono prima il numero delle ore lavorate e, immediatamente dopo, l'occupazione, recuperando, per questa via, le risorse economiche che il sistema non eroga più. Risultato? Aumentano le ore di Cassa integrazione straordinaria, si riduce la massa salariale a disposizione dei lavoratori (chi è in Cigs percepisce mediamente tra i 715 e gli 850 euro), aumentano i disoccupati senza integrazione al reddito (sotto i 15 dipendenti non c'è il diritto alla Cassa integrazione). Di conseguenza diminuiscono i consumi individuali e collettivi, diminuisce la domanda e si riduce l'offerta e cala drammaticamente la produzione. Tutto questo si chiama depressione economica». Soluzioni? «Bisogna attivare solide e durature misure anticicliche per tutelare, da subito, i redditi più bassi, dare reddito a chi non ne ha, sostenere economicamente con un fondo ad hoc le piccole aziende che non riescono ad avere accesso al credito, garantire gli ammortizzatori sociali anche ai dipendenti delle piccole aziende». Ma, avverte Sabiucciu, serve anche «una diversa azione della Regione che, uscendo da un centralismo autoreferenziale, metta a disposizione tutte le risorse, e i poteri, decentrandole a livello territoriale. Si definisca una griglia regionale e si trasferiscano, in questo quadro, le risorse nei territori, consentendo alle Province di definire, con le organizzazioni delle imprese e sindacali, quelle piattaforme logistiche, organizzative, relazionali, sociali in grado di ridurre gli effetti della crisi sia sulle aziende che sulle persone che rischiano di rimanere schiacciate in una fascia di povertà crescente».


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