Ettore Mattiazzi

el vento e le rame

racolta de versi
dialetali cavarserani

Presentazione

     "Mi chiamano "poeta" perché in occasione di eventi lieti e tristi esprimo, in dialetto e in rime, più o meno bislacche, auguri e ricordi della mia vita, così come li sente la mia anima un pochino romantica e ridanciana. Però io non mi sento poeta nel vero senso della parola, altrimenti dovrei scrivere volumi di versi alti e profondi: mi credo un rimaiolo in vena di scherzi". Questo quanto dice di sé e della sua opera Ettore Mattiazzi.
     Ma tra quanti a Cavarzere si dilettano ancora di poesia {pochi, ormai, purtroppo), egli può a giusta ragione essere considerato una tra le anime più umili e sensibili e più schiettamente cavarzerane.
     Cavarzere, con la vastità del suo paesaggio agreste, con la suggestività delle rive di un fiume come l'Adige, con la tragicità di certi suoi avvenimenti storici o meno, è stata in passato ed è ancora uno dei motivi conduttori della poesia locale. E lo è anche per buona parte nella ispirazione di Ettore Mattiazzi.
     Basta scorrere appena con un pizzico di attenzione la sua lunga e intensa produzione poetica (che il presente libretto raccoglie soltanto in parte) per cogliere non solo il grado di preparazione e la ricchezza interiore dell'autore ma anche la sua sensibilità tutta cavarzerana.
     Nonostante il tono scherzoso e sempre modesto dietro il quale volentieri egli cerca rifugio, Mattiazzi è un poeta con una sensibilità tutta sua particolare.
     Lamento o pianto, canto o esaltazione di un lieto o fuggente aspetto o momento di vita, ricorre nei versi semplici e piani della sua ispirazione creativa uno stato d'animo particolare, puro e ingenuo, che soltanto una persona dotata poeticamente può esprimere.
     "Butto giù ciò che mi passa per la testa, su foglietti che il tempo, il vento e la non curanza disperdono ", mi ha detto. E si spiega così com'egli, anche se dotato interiormente, non ha mai raccolto prima d'ora le sue poesie; e anche come giornali e riviste letterarie (peraltro solo vagamente interessate alla produzione poetica in vernacolo) non hanno mai parlato di lui.
     Finora Ettore Mattiazzi si era accontentato di pubblicare in un giornaletto che un tempo usciva a Cavarzere (" Il Risveglio ") qualche sua composizione. "Me la chiedevano per riempire qualche vuoto", afferma con ritrosia. E' invece risaputo che lui, quando anni or sono ebbe /'"ardire" di partecipare a dei concorsi regionali e nazionali di poesia, ottenne buone segnalazioni di critica.
     Non è per far torto all'italiano che Mattiazzi preferisce il "suo" dialetto. C'è un preciso motivo, anzi. Confessa: "Per me la madre lingua è quella insegnatami da mia madre e dalla mia gente. In questa lingua io mi diverto a giocarci, in rime e in versi, anche adesso che non sono più giovane ".
     Si può dargli torto quando la restaurazione del valore dei dialetti è ritenuto un ricupero di coscienza?
     Quando la conoscenza del proprio dialetto è ritenuta conoscenza dello sviluppo della propria storia? E si propone per questo di insegnare a scuola di scrivere e di leggere anche nel proprio dialetto?
     Sessant'anni non sono molti anche per chi come Mattiazzi si considera a torto "non più giovane"; e in particolare quando a questa età si fa della poesia più viva e più fresca che mai, e l'estro ringiovanisce vieppiù con lo spirito. Contano dunque gli anni quando la poesia non invecchia?
     Questo modesto libretto vuole essere un contributo per una maggiore conoscenza dei meriti di quanti, anime umili e schive di nome come Ettore Mattiazzi, vivono tra noi e silenziosi danno libero sfogo alla finezza dei loro sentimenti solo per amore della poesia.
     E' questo anche l'unico motivo che mi ha spinto a consigliare all'autore la pubblicazione delle sue belle composizioni. Sono contento che egli, in un primo momento restio, abbia alla fine acconsentito.

Cavarzere, maggio 1977

Rolando Ferrarese


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