I casoni
dei cavarzerani "poveri" di una volta


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(foto liberamente prelevabili - citare la fonte in caso di utilizzo pubblico)


    I "casoni" o le "casone" erano un tempo una componente fondamentale del paesaggio delle nostre campagne, testimonianza ed esigenza della vita contadina di un tempo, trasformati ora in muti "cimeli" da annoverare tra i richiami turistici e oggetto di curiositą per i pochi cultori del passato. Eppure un tempo nei "casoni" si nasceva, si viveva e si moriva.
    In essi l'umile gente dei campi ritrovava quel calore umano, che oggi č impossibile immaginare, "tempio" di quella vita patriarcale di cui essi erano il simbolo, ma anche l'espressione pił genuina di un modus vivendi povero, ma estremamente semplice e funzionale.
    Caratterizzati da tetti molto spioventi fatti di canna palustre o di paglia e da una sagoma tozza a pianta quasi sempre rettangolare, i "casoni" (da non confondere con i "casoni" di Sottomarina, che erano e sono capanni per il deposito degli attrezzi da lavoro) erano inquadrati in un ambiente tipicamente agreste e ospitavano al loro interno interi nuclei familiari, spesso numerosissimi, che per generazioni si tramandavano il culto di una abitazione edificata in funzione della propria attivitą, priva di estetismi inutili.
    Alla sera, intorno al focolare, in un'unica stanza, avvolta dal denso fumo che offuscava il debole chiarore del lume ad olio o della candela, la famiglia se ne stava riunita, magari ascoltando il vecchio "Barba", che raccontava antiche storie che suscitavano fantasia e curiositą. Ci si svegliava e ci si addormentava seguendo il ritmo delle stagioni e ci si raccoglieva durante i rari momenti di riposo o quando il tempo non permetteva il normale svolgersi delle attivitą rurali. La nascita dei casoni coincise con il periodo dei grandi proprietari terrieri, quando lo sfruttamento intensivo della terra era la meta prima dei ricchi. E i contadini allora aguzzarono l'ingegno e si improvvisarono progettisti e costruttori delle loro abitazioni: argilla per la muratura, paglia di grano, fibre vegetali ed erba di fiume per il coperto, legni per le strutture interne e le impalcature: quattro mura perimetrali, basse, alte due-tre metri, di mattoni crudi cotti al sole o lavorati in fornace; e il tetto, singolarissimo nella sua struttura, a falde inclinate, con copertura formata da una grossa orditura di legno. Sopra, la deposizione delle pertiche, le ątole, intrecciate agli "stretturi" tra i quali venivano incastrate con la "rastčla" le erbe di palude, poi pareggiate con la "messąra".
    All'intento un pavimento di terra nuda, con qualche pietra per batterci la legna e alcuni "locali" che fungevano da cucina, da camera e da stalla, affacciati su un comune corridoio d'ingresso con la variante, per l'accesso alle stanze, di un modesto portico.
    A poco a poco il progresso, le bonifiche del ventennio e la concezione diversa della vita rurale hanno decretato la lenta agonia e la morte dei "casoni", abbandonati o distrutti. Quei pochissimi che sono ancora sopravvissuti, pur con qualche ritocco, stanno andando inesorabilmente anch'essi incontro ad un processo continuo di degradazione irreversibile. E' un altro squarcio di vita contadina che se ne va, di quella vita nelle campagne della nostra diocesi fatta fino ad una aessantina d'anni fa di duro lavoro e di inenarrabili stenti e nelle quali l'uomo viveva in stretta simbiosi con la natura.
A.P.


foto n. 1


foto n. 2

    
casone (foto n. 1) "rinfrescato"      casone molto simile a quella della foto n. 2


Il Gazzettino, 16/3/1961 - L'ultimo casone di Cona


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