di mons. Dino De Antoni e Sergio Perini
(finito di stampare: maggio 1992)

    
    




Sintesi di alcuni brani

L'età medievale

Le origini della diocesi
La fondazione della diocesi di Chioggia risale all'epoca della traslazione dall'antica sede vescovile di Malamocco, avvenuta, presumibilmente, tra il secondo e il terzo decennio del secolo XII a seguito della distruzione di quell'antico insediamento sotto l'incalzare di una serie di calamità naturali, fra cui la tradizione ha posto l'accento su un impetuoso sconvolgimento di imprecisata natura che avrebbe irreversibilmente pregiudicato le condizioni di abitabilità. Appare comunque certo che la tragica emergenza insorta con la scomparsa dell'illustre località s'inserì in un quadro alquanto fosco, funestato da luttuosi avvenimenti di vasta portata, che incisero profondamente il paesaggio geo-urbanistico dell'area lagunare.

Ambiente geografico e contesto economico-sociale
Il territorio della diocesi di Chioggia coincideva con quello attribuito alla sede metamaucense, la cui origine, dimostratasi insussistente l'ipotesi di una genesi eliana, vien fatta risalire intorno al 640, quando l'acuirsi delle pressioni politiche del re longobardo Rotari frantumò l'unità della diocesi patavina. Al pari dei predecessori di Malamocco, suffraganei del metropolita di Grado, il presule di Chioggia estendeva la sua giurisdizione dalla punta settentrionale di Malamocco sino all'estremo lembo meridionale del Dogado, comprendendovi i castri di Cavarzere e Loreo, nonchè la Torre delle Bebbe. Di conseguenza, la diocesi chioggiotta risultò formata, fin dalle sue origini, da due ambiti eterogenei e diversificati per costituzione fisica, composizione sociale e struttura economica. Posto a ridosso di un entroterra solcato dai rami terminali dei più importanti corsi d'acqua della penisola - Brenta, Adige, Po - il paesaggio lagunare assumeva la fisionomia tipica delle aree di transizione dai contorni fluttuanti, soggetti ad incessante metamorfosi, le cui leggi i Venetici avevano imparato a rispettare, sfruttandole ai fini del proprio sostentamento. Vallicoltura, industria del sale, agricoltura intensiva, commercio rappresentarono le principali attività economiche delle popolazioni insediate tra il cordone insulare, che si ergeva a guisa di barriera naturale contro gli assalti del mare, e l'articolato estuario padano. Era un mondo che fondava la propria sopravvivenza su delicati equilibri, generati dalla mutua induzione di fenomeni naturali e reazioni umane, sapientemente dosate mettendo a frutto insegnamenti sedimentatisi attraverso una plurisecolare esperienza. Barene, dune sabbiose, paludi, canali, aree depressionarie, canneti e boscaglie concorrevano alla formazione di un paesaggio all'apparenza ostile, insidioso, povero di risorse, ma che, grazie all'indefesso impegno di decine di generazioni, si tradusse in base primaria della potenza del Dogado.

Dal X al XII secolo il panorama lagunare subì un sensibile ridimensionamento, divenendo uno dei settori vitali della potenza economica veneziana in virtù dello straordinario sviluppo delle strutture estrattive del sale: i fondamenti.

Tra le componenti principali della società clodiense sviluppatasi tra i secoli XII e il XIV possibile distinguere una corsorteria egemone, che era riuscita a concentrare nelle proprie mani una discreta ricchezza immobiliare, un ampio strato di piccoli coltivatori diretti che integravano i magri profitti delle loro proprietà con prestazioni su fondi altrui, un ceto artigianale, nel quale più nutrita si palesava la rappresentanza forestiera, ed infine una base di lavoratori dipendenti privi di risorse patrimoniali.
Affine alla fisionomia sociale di Chioggia Maggiore appariva la vicina borgata di Chioggia Minore, che travolta nel vortice del conflitto veneto-genovese del 1379, ritrovando faticosamente una propria identità solo dopo tre secoli. Collegata alla consorella da un lungo ponte gettato sulla laguna del Lusenzo - anch'esso distrutto dai Genovesi - non riuscì mai ad emanciparsi dalla subordinazione politico-amministrativa al centro gastaldiale, pur conseguendo una posizione non marginale nella vita economica del distretto clodiense.

Il secondo àmbito della diocesi era rappresentato dai villaggi del contado, che facevano capo a Cavarzere e Loreo. Allo stato attuale della documentazione non risulta possibile tratteggiare i lineamenti di quelle realtà socio-culturali, anche se il sistema economico doveva configurarsi composito, essendo imperniato su due attività eterogenee come l'agricoltura e la pesca nelle valli. L'area agraria padano-atesina conservò, comunque, la sua fisionomia socio-religiosa sino al secolo XVII, quando fu investita da una serie di trasformazioni ambientali che ne alterarono anche il tessuto sociale, favorendo una capillare colonizzazione.


Dal '600 alla caduta della Serenissima

La distribuzione della cura d'anime
Il progresso demografico non mancò di ripercuotersi sull'organizzazione della cura animorum, come si evince dalle elevazioni a parrocchie autonome di antichi oratori, avvenute con crescente frequenza dagli ultimi decenni del Seicento.

Mentre al tramonto del secolo XVI sul territorio diocesano, esteso per una cinquantina di miglia dal limite settentrionale si Santa Maria Elisabetta fino alla punta di Goro, erano officiate 15 chiese oltre ad una dozzina in Chioggia, alle fine del settecento, quando si potè vagliare il bilancio di più di un secolo di aggiustamenti della distribuzione della cura d'anime, si annoverarono 25 parrocchie così ripartite tra le cinque foranie arcipetrali.
- Cattedrale: Cavanella d'Adige, Canal di Valle, Ca' Bianca.
- Malamocco
- Pellestrina: San Pietro in Volta, Portosecco;
- Cavarzere: Rottanova, Pettorazza, Parafava, Pettorazza Grimani, Foresto, Fasana.
- Loreo: Contarina, Mazzorno, Ca' Cappello, Ca' Venier, Villaregia, Donzella, Rosolina, Donada, Bagliona, Bocca delle Tolle.

La suddivisione del centro urbano di Chioggia in tre rioni vicariali si mantenne pressoché invariata sino alla riforma del 1964. Le chiese sussidiari di San Giacomo e Sant'Andrea non sussistevano per se stesse, ma come dipendenti della cattedrale - originariamente denominata pieve di Santa Maria - e, pertanto, i rispettivi curati non esercitavano i diritti parrocchiali, bensì fungevano, in base ad un mandato annuale, da semplici delegati del Capitolo, esclusivo depositario del titolo di parroco per il territorio esteso dal posto clodiense sino alle foci dell'Adige.

All'interno del distretto clodiense fu potenziata la rete dei luoghi di culto: assursero al titolo parrocchiale le chiese di Cavanella d'Adige, Canal di Valle e Ca' Bianca; sorsero inoltre nuovi oratori destinati ai lavoratori del comprensorio tra il Brenta e l'Adige: l'oratorio della Santissima Trinità edificato nel 1718 sui beni della famiglia Pagan in località Busiola, tra il Brenta e il porto di Fosson; quello di Sant' Andrea posto nella valle ittica del Becco di proprietà della casa Sceriman; il piccolo oratorio di San Giuseppe sui fondi della famiglia Beccari compresi nella parrocchia di Ca' Bianca; estintasi la congregazione dei canonici regolari di Santo Spirito nel 1656, nella chiesa di Brondolo, sotto la cura della famiglia Luccarini, si continuò, fino all'epoca napoleonica, l'officiatura di una messa quotidiana a vantaggio dei barcaroli, che transitavano abitualmente per quella località; anche presso il castello di San Felice, sede del presidio militare portuale, fu aperto un oratorio sotto l'invocazione della Beata Vergine del Rosario, affidato al giuspatronato dei Provveditori alle fortezze.
Nel circondario chioggiotto la chiesa che aveva assunto il ruolo di fulcro della devozione mariana fu, fino al '700, il tempio votivo della Madonna della Navicella, fondato il 20 luglio 1508 con la garanzia di una messa quotidiana celebrata da un cappellano designato dal Capitolo, il quale dal 1681 si stabilì che dovesse essere un confessore chioggiotto.


Dal regime napoleonico al concilio Vaticano II

Il 1848

Dopo il ritorno dell'Austria, nel 1850, De Foretti si curò, in risposta a due circolari prefettizie, della non ingerenza del clero in politica, e, infatti, mai vi furono, nel periodo della terza dominazione austriaca, momenti di tensione tra il clero e l'autorità austriaca, ma piuttosto di collaborazione. Ciò non impedì che si covassero sentimenti antiaustriacanti nel clero a Loreo, Cavarzere e Rottanova.
Il '48 non era comunque passato invano. Nuovi principi, non tutti conformi alla religione cattolica, si facevano strada negli animi. Il De Foretti avvertì che le correnti liberali moderate non anticlericali, ma decisamente laiche, entravano in città con la stampa che aveva comunque una ristretta cerchia di lettori.

La prima guerra mondiale
Al vescovo Marangoni, scomparso nel 1908, successe immediatamente Antonio Bassani, scelto dal clero diocesano. Era stato dato all'anziano presule come coadiutore con diritto di successione nel 1905. Già presidente dell'Opera dei Congressi diocesana, Bassani stava concludendo la visita alla diocesi, iniziata nel 1906, a nome dell'anziano vescovo. Immediatamente egli volle iniziare la sua prima visita, dopo la quale ripeté le osservazioni del suo predecessore, aggiungendovi solo qualche notizia relativa all'edilizia sacra.
Per quanto riguarda il movimento cattolico, sciolta l'Opera dei Congressi il 28 luglio 1904, il Bassani aveva avviato, già da presidente del comitato diocesano, la ristrutturazione dell' organizzazione.

Nelle relazioni ad limina il suo giudizio sul clero era buono, nonostante quello diverso del visitatore apostolico del 1906. Il contatto quotidiano gli rivelava infatti un clero temperante, di sana devozione, anche se non brillante per cultura. Nella spiritualità sacerdotale ribadiva la linea della tradizione postridentina, insistendo nelle congregazioni dei casi mensili, negli esercizi spirituali e nei ritiri.

Alla vita della diocesi egli dedicava le sue lettere pastorali e aveva avviato la preparazione alla celebrazione del sinodo, che aveva stabilito di indire il 7 dicembre 1911. Ma la salute fragile gli impedì di realizzare il progetto.
Durante la guerra, su 115 sacerdoti diocesani 19 erano sotto le armi e si crearono dei vuoti sia nel seminario che nelle organizzazioni giovanili; la chiesa diocesana si radicò allora ancora più profondamente nel tessuto sociale, perché, oltre all'attività solita, sostenne l'onere di varie iniziative e opere assistenziali. Sotto la guida della giunta diocesana si organizzarono: l'Ufficio notizie, il segretariato del soldato, l'Ufficio ricerche, il segretariato del popolo, la commissione della leva dei soldati, il comitato femminile indumenti, una biblioteca circolante per i soldati.
Settori da lui privilegiati erano la scuola e l'educazione giovanile, le associazioni, la stampa e le opere sociali. Non esistevano in diocesi scuole private, se non alcuni asili e una scuola elementare retta dalle Canossiane, ma l'attenzione si apriva all'insegnamento della religione nella scuola, che, se non trovava ostacoli in quelle primarie, aveva delle difficoltà in quelle secondarie. Allora egli desiderò affiancare in città il circolo "Contardo Ferrini" per i ragazzi e alcuni ricreatori, scuole catechistiche, oratori serali e festivi distribuiti in diocesi e alcune biblioteche circolanti. Favorì anche la nascita di un settimanale diocesano, "La scintilla" , che, nato il 6 luglio 1913, sotto la direzione di don Angelo Paternostro, visse fino al 1917, quando fu sospeso per mancanza di fondi.
Gli anni tra le guerre mondiali
All'epoca dell'ascesa e del consolidamento del fascismo la guida della diocesi era affidata allodigino mons. Domenico Mezzadri, il quale nella prima lettera pastorale alla diocesi evidenziava la sua difficoltà a cogliere l'evoluzione socio-politica in atto.

Al centro dell'attività pastorale il nuovo vescovo impose la giunta diocesana del movimento cattolico con l'intento di risvegliare le forze cattoliche su alcuni problemi emergenti: il rafforzamento del movimento economico-sociale, la presenza del mondo del lavoro con l'unione popolare, l'assistenza agli studenti.

L'ufficio del lavoro, richiamato in vita durante la guerra, divenne punto di riferimento e la bandiera delle confuse speranze dei lavoratori.

Ci furono anche preti sensibili al problema del lavoro: don angelo Boscolo per gli ortolani, don Eugenio Bellemo per la pesca, ma si trattava di una sensibilità tutta personale, ultima propaggine della sensibilità sociale maturata durante il primo decennio del secolo.

Il vescovo che era stato accolto all'ingresso in Chioggia con proteste di un gruppo di pescatori, non volle mai entrare in questo ambito per mediarne le tensioni, pur non essendo impermeabile alla prospettive sociali.

Un certo numero di rappresenti del mondo cattolico non disdegnò sguardi di simpatia verso il fascismo sia pure con motivazioni e sfumature diverse.

Ma quando per le nuove elezioni venne presentata una sola lista demo-fascista, in extremis il Partito Popolare si dissociò. Ormai le violenze erano diventate pressoché quotidiane specie nel Polesine, dove zuffe furibonde, accoltellamenti e bastonature si ebbero un po' dovunque, ma particolarmente a Oca e a Loreo.

L'avversione al fascismo da parte cattolica, anche se non assoluta e non sempre conclamata, trovava le radici nel rifiuto della violenza e nella diffidenza verso persone, non certo esemplari, presenti nel partito e nel dissenso politico-sociale. L'atteggiamento del clero fu neutrale nella maggioranza, mentre fu favorevole nel canonico Dughiero, osteggiato particolarmente dai responsabili dell' Azione Cattolica, guidata da don Mario Alfieri.
Dopo il consolidamento del regime fascista, certamente ci fu uno sforzo per evitare il più possibile la polemica e per non rompere con quella parte del mondo cattolico che il fascismo aveva conquistato. Mons. Mezzadri con altri sacerdoti rimase estraneo ad ogni schieramento, anche se delegò all'Alfieri, insofferente del regime, l'educazione dei giovani.

La presenza della chiesa assunse caratteristiche tipicamente sindacali, anche aldilà delle leggi speciali, che avevano determinato, tra l'altro, lo scioglimento d'ogni forma di organizzazione operaia, tranne quelle fasciste. E sotto la coperta di fare Azione Cattolica. cercò di allontanare la gente dalla tirannide fascista.

Lo sforzo principale del clero fu dunque concentrato dal vescovo nello sviluppo qualitativo e quantitativo dell' Azione Cattolica, anche perché stava diminuendo il clero diocesano, che era passato dai 115 sacerdoti del 1917 agli 80 del 1936.

Per l'attività sociale un segretario s'interessava delle crociate per il riposo festivo, per l'apostolato in risaia e per l'attività delle casse rurali, che esistevano ancora in diocesi. Le organizzazioni cattoliche potevano usufruire della presenza della stampa cattolica locale e nazionale diffusa dall'unico comitato cittadino della "Societa della buona stampa" che in diocesi era attivo dal 1885.

Per favorire il culto eucaristico mons. Mezzadri in disse nel 1923 il primo congresso eucaristico diocesano, durante il quale venne affidato a don Vittore Bellemo il compito di musicare i canti.

Durante questo episcopato ebbe sviluppo anche l'attività operosa a favore delle missioni, guidata da don Tullio Salvagno.
Quelli del vescovo Mezzadri furono 16 anni, tutto sommato di riorganizzazione della diocesi.

Dall'alluvione al concilio Vaticano II
Nei primi 11 anni dell'episcopato di mons. Giovanni Battista Piasentini (1952-1976), anche nella diocesi clodiense si manifestarono significative avvisaglie delle trasformazioni che stavano mutando l'Italia. La grande alluvione portò una serie di problemi che incisero non solo sulla vita sociale ma anche ecclesiale. La catastrofe accentuò le diversità e le arretratezze sociali ed economiche degli anni Cinquanta, che erano state registrate anche in alcune ricerche sociologiche. Alluvioni e condizioni talora inumane portarono il fenomeno dell' esodo da una terra dura e ritenuta senza speranza di riscatto dalle prostrate popolazioni locali. I profughi che furono costretti a cercare rifugio nel retroterra toccarono i 100 mila. La fuga dei soggetti più intraprendenti raggiungerà nell'arco del decennio 1951-61 un calo della popolazione nel territorio polesano fino al 2 per cento, sfiorando in alcune zone il 40 per cento con esodi soprattutto verso Milano e Torino, che sconvolsero la vita di intere comunità e sradicarono dal contesto religioso e umano interi nuclei familiari. Tra queste rovine il vescovo si inserì con il piglio dell'uomo deciso sorretto dalla ferrea volontà e da un disegno pastorali tendente a far riemergere dalle acque la vita e a far riprendere lo slancio perduto di una gente ormai in diaspora.
In questo clima s'inserì l'azione di mons. Piasentini, che univa al servizio del gregge lo stile di un inesauribile evangelizzatore con una parola vibrante, che portava chiari i segni della sua forza d'urto e del suo carattere, con una serie di manifestazioni, le quali pare siano l'ispirazione a monte di un cammino spirituale che ha finito per coinvolgere con una sorta di scadenzario l'intera diocesi. Tra queste vanno ricordate l'anno mariano (1954), l'anno del Sacro Cuore (1957), l'anno del Cuore Immacolato di Maria (1958), l'anno eucaristico (1959-60), l'anno dello Spirito Santo (1962) e l'anno del Preziosissimo Sangue (1964).
Mons. Piasentini non si preoccupò solo degli aspetti religiosi. Un'aspetto drammatico del nostro dopoguerra che l'alluvione rese ancora più tragico, fu la disoccupazione. Qui c'era da rifare e da ricostruire. Mons. Piasentini ottenne numerosi cantieri di lavoro che diresse personalmente con la capacità manageriale che aveva già esibito nella veste di padre Cavanis e di fondatore della casa di Esercizi spirituali Sacro Cuore di Possagno. Accogliendo le proposte della P.O.A., favorì la costituzione della Pia unione tra i pescatori, raccogliendo i frutti di una assistenza morale e sociale incominciata da tempo e, per iniziativa del delegato regionale della P.O.A., si istituì la prima Pia Unione Italiana fra i pescatori proprio a Chioggia il 10 ottobre 1954. Così come conduceva l'opera di ricostruzione materiale delle strutture sociali e pastorali, con altrettanta energia provvedeva alla costruzione del piano pastorale diocesano in prima persona, in maniera tale che sembrava voler accentrare in sé tutta l'attività, mentre si lasciava guidare dalla logica paolina del "guai a me se non annuncerò il Vangelo".

Nel 1956, pur valutando che mancavano ancora 10 parrocchie per completare la distribuzione della presenza ecclesiale nel territorio, con la creazione di nuove parrocchie in città e nelle zone rurali, egli poteva dimostrare di aver già edificato in un quinquennio 9 chiese curaziali e parrocchiali con relativa casa canonica, 30 asili, 12 centri sociali, 4 patronati per ragazzi e 2 centri professionali a Chioggia (1954), affidato ai padri Cavanis, e a Donada (1956), la casa di esercizi "Madonna del Divino Amore". Gli furono favorevoli le circostanze delle alluvioni del 1951 e 1957, che, sotto questa prospettiva, egli considerava essere state un' occasione positiva di intervento dello Stato fino allora latitante, ma è fuori di dubbio che le sue capacità dirigenziali gli permisero, bussando al governo, agli enti internazionali e nazionali, ai privati, l'opera di ricostruzione delle strutture indispensabili all'andamento pastorale.
Il quadro generale della diocesi poté così cambiare in un breve giro d'anni. Le parrocchie che erano 39 nel 1942 con 10 curazie e una popolazione di 147.291 abitanti divennero 60 nel 1961 con una popolazione di 151.569. Nei due anni successivi la popolazione diocesana diminuì a causa dell'emigrazione, che coinvolse soprattutto il Polesine fino a raggiungere i 130.239 abitanti. I risultati della sua azione e della sua strategia pastorale egli li misurò sul buon andamento delle nuove elezioni politiche ed amministrative dal 1956 al 1961.
Anche per il clero e per i religiosi egli ebbe molte attenzioni. I sacerdoti diocesani residenti nel 1956 erano 106, le congregazioni religiose maschili 7 con 28 religiosi, le congregazioni femminili 23 con 351 suore. Nel 1961 i preti diverranno 111, 34 i religiosi e 374 le suore. Per il clero egli promosse i corsi di aggiornamento sia residenziali che mensili. Per i sacerdoti novelli, nel 1961, nasceva il convitto ecclesiastico San Gregorio Barbarigo, che, sotto la guida di mons. Angelo Monaro, doveva preparare per un anno i neo-ordinati nel loro inserimento pastorale.
Per dare maggior forza istituzionale alla sua attività pastorale, volle avviare un sinodo diocesano, orientato "non solo a estirpare errori ed abusi, ma anche a mettere in onore tra i fedeli la vita cristiana... promuovere le manifestazioni del culto divino... favorire e aiutare il raggiungimento della perfezione nel clero e nelle anime a Dio consacrate... istillare l'obbedienza sempre più perfetta verso il magistero e il potere giurisdizionale della Chiesa, che si incontra nel romano pontefice".

Di fronte all'annuncio del Concilio ecumenico, anche se sorpreso, come molti vescovi del resto, dell'iniziativa papale, preparò la diocesi al grande avvenimento.

Dovette rimanere molto perplesso di fronte a certi atteggiamenti e a certe aperture, che tuttavia egli accettò con quel profondo spirito di fede che caratterizzò tutta la sua vita.

La situazione attuale
Secondo l'annuario del 1990 la diocesi conta 124.500 abitanti, divisi in 68 parrocchie a loro volta riunite in 6 vicariati foranei. Il vicariato foraneo della città comprende le parrocchie della cattedrale, San Giacomo, Sant'Andrea, San Domenico, Maria Ausiliatrice, Patrocinio della Beata Vergine della Navicella, Buon Pastore, San Michele di Brondolo, Sant'Anna e San Gaetano di Chioggia, San Giorgio di Cavanella, Beata Vergine del Rosario di Ca' Bianca, Santi Giovanni Battista ed Evangelista di Ca' Lino (10 parrocchie con 28 mila abitanti); quello di Pellestrina le parrocchie di Ognissanti, Sant' Antonio di Padova, Santo Stefano protomartire, San Pietro apostolo (4 parrocchie con 5400 abitanti); quello di Cavarzere le parrocchie di San Mauro, San Giuseppe e Maria Mediatrice in Cavarzere, San Maria Assunta di Rottanova, Santa Maria della Neve di Foresto di Cona, San Francesco d' Assisi di Boscochiaro, San Pietro apostolo di San Pietro di Cavarzere, San- t'Antonio di Padova di Dolfina, San Gaetano di San Gaetano di Cavarzere, Maternità di Maria di Passetto, Maria Addolorata di Ca' Briani di Cavarzere, San Giuseppe di Pettorazza Grimani, Natività di Maria di Pettorazza Papafava, Beata Vergine delle Grazie di Fasana, Beata Vergine del Carmine di Ca' Emo (15 parrocchie con 19800 abitanti); quello di Loreo le parrocchie di Santa Maria Assunta di Loreo, Beata Vergine del Rosario di Tornova, Visitazione di Maria di Donada, Presentazione di Maria di Fornaci, San Pio X di Taglio di Donada, San Giovanni Battista di Ca' Cappello, San Paolo apostolo di Porto Levante, Sant' Antonio di Rosolina, Santa Maria del Rosario di Volto, San Nicola di Albarella, Sant'Ignazio martire di Rosapineta, San Giorgio di Mazzorno di Adria, Madonna della Pace di Cavanella Po di Adria, San Bartolomeo di Contarina, Santa Maria Madre della Chiesa di Scalon di Contarina, Santa Maria Nascente di Ca' Cappellino di Contarina, San Francesco d'Assisi di Taglio di Po, San Francesco di Assisi di Mazzorno Destro (18 parrocchie con 31.500 abitanti); quello di Ca' Venier le parrocchie di San Nicolò di Ca' Venier, Sacro Cuore di Gesù di Ca' Tiepolo di Porto Tolle, Beata Vergine del Rosario di Tolle, San Domenico di Ca' Mello, Santa Maria Assunta di Polesine Camerini, Beata Vergine del Carmine di Donzella, Beata Vergine del Santissimo di Oca di Taglio di Po, San Giuseppe di Ivica-Santa Giulia, Santo Redentore di Scardovari, Beata Vergine del Carmelo di Bonelli, Cuore Immacolato di Maria di Gorino Sullam, Beata Vergine della Cintura di Villaregia, San Giacomo apostolo di Boccasette, San Carlo Borromeo di Pila-Ca Zuliani (14 parrocchie con 14.000 abitanti).
Lungo il corso del XX secolo la diocesi ha visto un avanzamento di sviluppo progressivo: dalle 30 parrocchie dell'inizio del secolo essa è passata alle attuali 68 contro una diminuzione della popolazione passata da 144.933 abitanti agli attuali 124.500, che si raddoppiano nel periodo estivo per la presenza dei turisti. I sacerdoti diocesani residenti sono 100, di cui circa un terzo oltre i 70 anni. I religiosi sono 35, di cui 26 sacerdoti e 4 fratelli, distribuiti in 8 comunità con 4 parrocchie. Le comunità religiose femminili sono 29 con 180 membri. A Villaregia di Contarina esiste una comunità missionaria (associazione pubblica di fedeli) con 30 sacerdoti e oltre 60 consacrate.


Qualche curiosità

     La confraternita della Santissima Trinità di Cavarzere, aggregata all'omonima arciconfraternita di Roma, era ospitata nella chiesa di Santa Maria Maddalena. I doveri che incombevano su ciascun confratello, per il cui ingresso non era richiesto alcun canone fisso, erano i seguenti: accostarsi all'eucarestia almeno nelle principali solennità, esercitarsi indefessamente nelle opere di misericordia, astenersi dalle pratiche immorali, frequentare regolarmente l'oratorio, intervenire nelle dovute forme alle processioni, in particolare quelle in onore del Santissimo e quella serale del sabato, e ai cortei funebri indossando la tunica propria della scuola, curare la visita alle chiese del distretto e applicarsi nelle orazioni a suffragio dei confratelli defunti. Lo statuto di fondazione contemplava la devoluzione di una dote del valore di 15 ducati alla figlia di un membro povero, avendo di mira "il bisogno e il pericolo"; inoltre annualmente il capitolo doveva designare due soprapoveri con l'incarico di confortare moralmente e sostenere economicamente i confratelli ammalati, corrispondendo a questi una parte delle elemosine in proporzione allo status dell'infermo. Le costituzioni della scuola di Santa Croce, accolta nell'oratorio di Sant'Andrea in Cavarzere e aggregata a quella del Confalone di Roma, prescrivevano la recita festiva delle litanie in onore della Vergine e il contemporaneo esercizio della disciplina; inoltre le varie pratiche assistenziali e culturali di rilievo sociale erano modulate sulle norme deH'omonima confraternita di Chioggia.

     Nel corso del '700 prese vigore la meditazione della Via Crucis o del Caivario introdotta a Cavarzere nel 1746 grazie dal francescano Paolo da Pescantina e nel 1791 a Rottanova.

     Nel 1681 si verificò un prodigio nella chiesa di San Francesco dà Paola in Cavarzere: una statua lignea raffigurante Sant'Antonio da Padova nella sera dèl 26 maggio trasudò acqua dal braccio destro e dalla coscia sinistra. Il fatto straordinario si ripeté di lì a poco e la notizia si propagò per l'intero paese. La statua era di fattura relativamente recente (1615) e rinfrescata nel 1676 ma nessun elemento originario e nessuna alterazione delle sostanze costitutive potevano far sospettare che si fosse trattato di un fenomeno naturale legato a qualche intervento fisico sul simulacro.


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