Queste "Storie di civiltà contadina" sono nate via via, a capitoli, che inviavo periodicamente ad una rivista pubblicata su Internet da alcuni professori della facoltà di Etnologia della X Università di Paris-Nanterre. Il materiale, riordinato, integrato, ampliato è stato composto in questo libro che ho chiamato "La Terra la Vita".
       Storie di quando (sembrano secoli, ma è appena ieri), per le popolazioni contadine la terra era la vita: fonte di vita, qualità di vita, e perfino regola di vita. Il sole, le stagioni; la luna e le sue fasi, le seminagioni, i raccolti: paure, speranze. Il caldo afoso, il freddo gelido; le brezze primaverili e le rinascite annuali; la pioggia benefica, la siccità minaccia di carestia; i temporali e le bufere, ansia di attesa; i fiumi, le piene e le rotte; gli alberi, gli animali, amici e compagni di vita.
       Storie, racconto corale di vari personaggi di un multiforme mosaico. La terra la vita: la concezione del mondo, il modo di pensare, di parlare, di vestire, di mangiare, di amare, di odiare, di vivere insieme. Tutto determinato dalla Terra, dalla Natura, madre e maestra, amata e temuta: per secoli gli stessi ritmi, le stesse regole.
       Con la fine dell'ultima guerra tutto è rapidamente cambiato: il progresso della scienza e della tecnologia ha cancellato cose, concezioni e modi di vita, parole, mestieri, modi di lavorare.
       E scomparsa la civiltà contadina che ho vissuto negli anni della mia infanzia e giovinezza e che, con queste storie, ho inteso raccontare e rappresentare.
Giovanni Zanninello

       Prefazione
             La prima metà del XX secolo ha visto, conosciuto e patito guerre, distruzioni e nefandezze forse mai così grandi e inconcepibili. Un uragano ha percosso tutta la Terra travolgendo civiltà antiche di secoli e millenni.
      Si erano realizzate ideologie orribili ed esecrabili: il nazismo, il comunismo e il fascismo. E con la guerra e le rivoluzioni, la più spietata legge della giungla.
      La curva del Progresso ebbe una rapida impennata. La Scienza e la Tecnologia operarono in breve un radicale mutamento dei mezzi e dei metodi di produzione dei beni alimentari e di consumo, dell'accumulo e dell'uso delle risorse, tale da creare le premesse di una nuova cultura, di una nuova civiltà. E con un ritmo talmente rapido che la società organizzata e i singoli individui vi si adattano con fatica.
      L'inizio dell'era nucleare ha portato la fisica dell'infinitamente piccolo al limite del metafisico, e la propulsione missilistica, con la conquista dello spazio, ha aperto la via alla sempre maggiore conoscenza dell'infinitamente grande.
      I mezzi di comunicazione in continuo rapidissimo sviluppo hanno ridotto questo pianeta a un piccolo villaggio, dove ha spazio il chiacchiericcio insipiente assieme al turbinoso e talora ingannevole scambio di ricchezze che le spietate leggi del mercato, se libere e ingovernate, renderanno impossibile la pacifica convivenza delle nazioni, per la insopportabile povertà di masse in migrazioni inarrestabili e per il propagarsi di una guerriglia globale, fonte di insicurezza generale.
      Moltitudini di plebi incolte, vittime del consumismo e di futili superstizioni, in una spirale perversa di bisogni indotti sempre insoddisfatti, aumenteranno la generale infelicità priva di speranza alla ricerca di falsi ed effimeri paradisi.
      La medicina, con iologia molecolare, la fisiologia, e la psicobiologia, indaga e specula ai limiti dell'origine e dell'evoluzione della vita, del pensiero, della mente. La genetica, con la conquista del genoma umano lascia intravedere traguardi già inconcepibili e perfino sconcertanti.
      La verità scientifica in continua evoluzione e superamento, insidia le verità religiose, creando scetticismo o pericolosi fondamentalismi: si sente la necessità di un organismo sovranazionale di Etica, punto fermo, regola e limite delle azioni degli individui, delle nazioni, dei popoli: di un Governo Universale.
      La civiltà, contadina perdurata immutata per secoli, è rapidamente scomparsa.
      Ad un passaggio critico del corso evolutivo dell'Umanità che può incamminarsi verso felici speranze o verso definitive catastrofi, il racconto della vecchia civiltà del piccolo mondo delle nostre Terre, si pone come specchio e simbolo di quanto avvenne durante la lunga era che precedette la rivoluzione culturale dell'intero Occidente.


       Qualche brano

          da LA MIETITURA

          Intanto erano arrivate le donne e i bambini col mangiare nelle sporte. I meandini di fuori, quelli che venivano da lontano, se l'erano portato dietro la mattina: merenda, pranzo e merendino.
          Per questo grande lavoro la gente, quelli che potevano, avevano tenuto in serbo la bóndola più bella e i salami più grossi. Avevano fatto il pane, anche quelli che non ne mangiavano tutto l'anno.
          Le donne avevano portato la minestra di fagioli, calda, nella pentola col coperchio tenuto fermo da uno stecco infilato di traverso tra gli anelli del manico: così non si versava saltando sulle buche con la bicicletta. E l'acqua, la più fresca che potevano, con la polverina di Vichy che la rendeva frizzante, o con succo di limone o aceto, che toglieva meglio la sete. Alcuni pochi avevano anche una bottiglietta col vino. I più solo acqua. E nel tegamino la pancetta appena cotta, o fette di salame, voltate e girate sulla graticola.
          Quelli di fuori, i più poveri, che venivano da lontano, tiravano fuori dalla sporta quello che era rimasto della merenda del mattino. Polenta bianca ne avevano tutti, e la cipolla, cotta, cruda, lessa, arrosto, non mancava quasi mai. E pesce di fosso, gamberi, sardelle sotto sale, o aringhe, datteri e fichi secchi: dimezzati e fritti sembravano fette di salame. E uova, sode o in frittata, oppure fatte in umido, che pareva carne. E da bere, acqua dal fiasco se ce n'era rimasta, oppure dal fosso.
          Si appartavano da soli, con la donna o il ragazzo, o a piccoli gruppi, sui viali erbosi, all'ombra dei salici. Seduti, accovacciati con le gambe incrociate, con la schiena appoggiata ad un tronco. Il pane o la polenta in una mano e il companatico nell'altra. In silenzio.
          Poi si stendevano sull'erba, con la testa sopra la giacca ripiegata per cuscino, e il cappello sugli occhi. Le donne tornavano a casa.
          Tutto era fermo. Ferme anche le cime degli alberi dritti contro il sole; e gli uccelli in riposo.

          Alle due del pomeriggio avevano ancora la falce in mano, ancora sotto il sole alto, nel calore della terra, che scottava. Bisognava durare fino alle cinque, quando il capo ordinava il riposo per il merendino: il tempo per uno spuntino sulla strena a consumare i resti del pranzo. Alcuni pochi fortunati: pane e salame, tagliato grosso, un gotto di vino e qualche parola.
          Poi ancora sui campi, fino alle otto, a mietere fino a quando la paglia non era troppo secca: allora si incominciava a fare le faje, a legare i covoni.
          I mannelli erano già pronti in fila, da capo a capo della terra, radunati in fasci pronti per la legatura. Il meandin s'cra legato attorno alla vita, sul lato sinistro della cintola, un fascetto di balzi appena tirati su dal fosso dov'erano stati a mollo per ammorbidirsi. (I balzi, strambe, erano dei legacci fatti di caresina, càrice, attorcigliata, lunghi poco più d'un metro, annodati alle estremità).
C'era fermento tra i meandini: "Ieri, uno ha fatto un colpo in mezzo alle terre. All'Aquamarza. Era uno di fuori, dalle Case Matte...
          Aspettavano mezzogiorno per mollare, e lui s'era levato per dare la pièra al seghéto. Ma si vedeva che la cote non scorreva bene liscia sulla lama, dritto e rovescio: strisciava piano, come se si inceppasse. Poi gli cadde a terra.
          Si mise una mano sulla fronte e si strizzò gli occhi come per vederci meglio. Chinò il capo. E, come se fosse fatto di cera, lentamente piegò i ginocchi e stette un poco seduto sui calcagni. Poi si rovesciò da una parte e cadde sopra i mannelli.
          Accorsero tutti, e lui li guardava con gli occhi spalancati, bianchi, con le pupille grandi, nere, come un gatto di notte. E non si muoveva. Allora lo chiamavano: 'Santo, Santo' (si chiamava Santo), ma non rispondeva e continuava a guardarli.
          Allora uno gli abbassò le palpebre sugli occhi secchi e infossati.
          E lo hanno coperto con la sua giacca".

          Anche durante il lavoro della mietitura, il più faticoso, si trovava il tempo per qualche risata.
          Dal crocchio di donne, nella pause di riposo, all'ombra dei grandi salici, si poteva sentire il fragore sonoro delle risate e qualche gridolino.
          "E lui, la sera, stanco morto, tornava a casa e la trovava seduta con le mani sui ginocchi e una faccia che pareva la Madonna del petrolio. Allora, tutto preoccupato gli diceva: 'Riposati, cara, devi riposarti. Lascia che ti ribalto io la polenta'. E poi: 'Devi mangiare, mangia qualcosa...'. E lei, con una voce che pareva che tirasse gli ultimi, sospirava: 'Lasciami stare, che non ho voglia di niente'. "Certo! - saltava su una - che non aveva voglie: c'era stato suo compare...". E giù tutte a ridere di schiocco. 'Mangia qualche cosa'. "Figurarsi se era digiuna!... Aveva mangiato...e bene anche...". E giù un'altra risata a piena gola. "Quelle santamìzètore!" - sbottò una, indignata -.
          E un'altra, sventolando le mani che facevano le corna: "Gli uomini? Tutti uguali!: Bécchi e contenti, (fora eh' el mìo!)". Altra risata: tutte d'accordo.
          E se qualche ragazzotto di mezza meanda, con la faccia piena di bruschi, e le brache a mezza gamba, o qualche vecchiotto, di quelli che andavano spesso a spander l'acqua, passavano e ripassavano, a naso all'aria, sotto il palco delle donne, quella che se ne accorgeva gridava: "Attento che scapuzzi...".
          Sarebbero inciampati per niente: le donne avevano le calze nere e grosse, in alto fino alle cosce, e più sopra, tutto scuro.
          O durante il merendino, le donne sedute all'ombra con la schiena contro il pagliaio, se l'ometto, magro, secco, tutto brache e ossa, si voltava quando, alzando la sottana di mussolina tutta lisa, si sventolavano per il caldo, gli gridavan dietro: "Lùstrati gli occhi...che non hai altro, oramai...".
          Ma se passava una stanga d'uomo, con due spalle così, ben piantato, con due piedoni ossuti, e due manone grandi come pale, si raccoglievano a capannello, si bisbigliavano qualcosa e scoppiavano in una gran risata, mentre le teste si allontanavano come i petali di una corolla che si schiuda.
          E alla ragazzotta, un po' in disparte, che diceva: "Cosa c'è da ridere?". La pìù vecchia rispondeva: "Taci, tu! Cosa vuoi sapere, che non hai ancora roto piati...".

          da POLENTA E FAGIOLI MAIALE E CIPOLLA

          "...Marooo...marooo!". Gridava di buon mattino il polamaro che veniva dai paesi nelle borgate in cerca di pollame: galline, pollastre, galletti, e, sotto Natale, di capponi. E le donne tendevano l'orecchio che non passasse oltre, con la sua bicicletta piena di sporte, che comperava anche le uova.
          Le donne avevano fatto i loro conti: le scarpe al puttino, che deve andare a scuola, la camicia al vecchio, poveretto, che quella che ha è proprio una straccia. "E se ne avanza, una travèrsa per me", pensavano.
          Il polamaro legava le bestie per le zampe, strette in fascio, e le pesava col suo bilancino a molla, o, se era molta roba, con la staderina a gancio. In un lampo chiamava il peso, che manco te ne accorgevi: "Sarebbe...nove...scarsi. Ma facciamo nove tondi: sono belle grasse...". Ma se erano magre se ne accorgeva a colpo d'occhio. E allora brancava le bestie ad una ad una, stringendole sul petto, e con una smorfia, diceva: "Pelle e ossi!". E gliele dava indietro. Oppure: "Eh...comare, guardate, questa no, guardate!". E ci soffiava sul culo, che le piume tremavano c si allargavano attorno all'ano: "Questa ha lo scalzinaro, vedete le croste? E poi, è magra...". E, prendendone un'altra: "E questa ha la pivìa. Se siete buona a levarci le pellicine sotto la lingua, fra due settimane...magari, si può vedere...".
          "E questa ha il pìocin, vedete come è patita...". Oppure: "Va beh! Per sta volta... Hanno un po' di snaro, ma sono grassette...e perché siete voi, comare, che tra noi ci combiniamo sempre...".
          E con poche lire si portava via la sua merce, per rivenderla alle osterie, trattorie, o a qualche signore di piazza.

          Quando la vacca doveva fare il vitello tutta la famiglia era in agitazione. La padrona di casa faceva i suoi conti. "E' venuta al toro i primi di aprile, siamo a gennaio, dunque tutti i giorni sono suoi". Allora la controllava, la osservava e gli diceva al vecchio: "La mi pare un po' inquieta…".Ma il marito, sforzandosi di leggere, sopra la trave della posta, i numeri scritti col carbone, diceva: "L'ho menata al toro il giorno 3... (e stringeva gli occhi sullo scarabocchio della trave) e allora ci mancano ancora 15 giorni buoni". E la moglie gli ribatteva: "Guarda, però, che petto che ha, e la natura che si è ingrossata...".
          Ogni sera, prima di chiudere la stalla e lasciarla sola, la ispezionava tutta, gli toccava il petto, le mammelle, se erano dure, le soppesava; una pacca sul groppone e gli dava la buona notte. E se, a letto, sentiva un rumore, svegliava subito il vecchio: "Va a vedere! Che mi pare di sentire.... Càpita sempre di notte!...".
          Per giorni tutta la famiglia era in attesa, attenti ai primi segnali: che non càpiti d'improvviso...
          E una bella mattina, che il vecchio non riusciva ad aprire la porta della stalla, trovò il vitellino di traverso, che aveva fatto tutto da sola. Allora si mise a chiamare tutti: "E' nato, è nato...". E tutti venivano a vederlo.
          Si levò subito in piedi e sua madre lo leccava da per tutto. Poi si attaccò alle tette e smoltonava se non sentiva abbastanza latte in bocca. Ma le cose non andavano sempre così liscie.

          La bestia, era agitata, pesticciava sulle quattro zampe, dondolandosi, a destra a sinistra, col bèro davanti, col bèro di dietro, si vedeva che aveva le doglie, perdeva le acque. Alzava e abbassava la testa e guardava con degli occhioni che pareva che chiedesse aiuto. La donna l'accarezzava e l'incoraggiava come fosse una cristiana: "Forza, su! Coraggio, dai!. Brava". Anche il vecchio gli batteva sulle cosce: "Brava! Brava!". E quando vedeva scolare acqua e sanguaccio, diceva: "Su, che ci siamo!".
          Ma se era primaròla, ci voleva molto tempo: e non sempre avevano la pazienza. Allora andavano a chiamare il vecchio Nanon, che ne aveva viste tante. Lui la guardava, la toccava: il petto, la pancia, ci pensava un po' e diceva: "Io dico che quando è in cao, la fa". E voleva dire: aspettate, lasciate fare, quando è al termine, allora farà il vitello.
          Invece tutti avevano prescia. E allora mandavano a chiamare il capobovaio della stallona: che lui è pratico, che venga subito.
          Non era ancora entrato nella stalla, che aveva già le maniche della camicia tirate su. E subito, con un braccio tutto dentro, diceva: "Sento gli zampetti, bisogna aiutarla. Datemi una corda e chiamate degli uomini". Legava in fretta i nodelli del vitello e ordinava: "Tirate!". Gli uomini tiravano più che potevano. Ma se la mare non era pronta e la bocca non era aperta era peggio. E, spesso, il vitello lo tiravano fuori, ma era come una straccia, con la lingua fuori, morto. Qualche volta si accanivano tanto, che strascinavano la vacca e strappavano perfino la cavicchia dov'era legata. E poi moriva anche la vacca: una vera disgrazia.
          Il più delle volte, nonostante tutto il daffare, finalmente il vitellino veniva fuori, debole, che non si reggeva in piedi. Allora lo spruzzavano con l'acqua fresca, lo massaggiavano col sale, e quando apriva gli occhi era un sospiro per tutti. Se lo lasciavano stare, dopo qualche tentativo, si levava in piedi, e cercava subito la tetta: tutti erano contenti e i bambini sorridevano.
          La madre lo leccava da per tutto e lo baciava.
          I primi giorni, la secrezione giallastra, il colostro, che tendeva le mammelle della puerpera era troppa per il vitello. La mungevano e la riscaldavano finché si rapprendeva in grumi giallastri, era la congiòstra, buona da mangiare.
          Se era una vacca brava da latte, ne faceva tanto che il vitello cresceva bene e ne avanzava da mungere: per i bambini, per fare il butirro e per qualche forma di formaggio. E ce n'era sempre una scodella di bello caldo, con la polenta abbrustolata dentro, quando il bambino faceva combattere. Se qualche volta il latte andava acido, lo si riscaldava e si faceva la puina, la ricotta.
          Poi il vitello cresceva. Dopo uno, due mesi era più d'un quintale e, se era maschio, lo vendevano. Sua madre, povera bestia, piangeva per giorni da cavar il cuore.

          da UOMINI E DONNE IN AMORE

          Le donne dell'età di mia madre, sulla trentina, portavano le gonne corte, due dita sotto il ginocchio, di varie tinte unite o a disegni spesso floreali. Erano pettinate con la scriminatura nel mezzo; o da un lato, e allora i capelli erano acconciati a capa, leggermente ondulati. E le trecce erano attorcigliate in cerchio, piatte sulla nuca, tenute da lunghe forcine di osso, a péta.
          Le donne dell'età di mia nonna, sulla sessantina, avevano le sottane lunghe, alle caviglie, e larghe, ampie, di color nero o almeno scuro. I capelli, senza scriminatura, erano tirati all'insù, fino al vertice del capo, dove, girati a chiocciola, formavano il cocon, la crocchia. Pettini d'osso arcuati abbellivano la nuca e forcine di metallo di varie misure e forme, trattenevano intorno i capelli.
          Le nostre nonne, con le sottane lunghe, davano del voi al loro marito, ma il marito non sempre alla moglie. Portavano dei mutandosi fino alle caviglie, con un'apertura al cavallo: per tutte le occorrenze. D'estate, quando le mutande non servivano, era molto facile liberare la vescica. Stando in piedi, bastava divaricare un po' le gambe e tendere, con una mano davanti e una di dietro, la grande sottana: il liquido fumante innaffiava l'erba e rigava il sentiero.
          Le donne dell'età di mia madre, davano del tu al loro marito, e il marito, naturalmente, alla moglie. Portavano mutande corte, sopra il ginocchio, o anche di più. I figli davano del tu ai genitori, ma del voi ai nonni. Le nuore del voi alle suocere, ma le suocere del tu alle nuore.
          Qualche volta, quelli che ballavano stretti stretti, che parevano uno solo, capitava che la paglia vicino al fuoco si accendeva. E lei diceva al suo ballerino: "Che cos'è che hai in tasca?". E lui: "Oh, niente. La scatola del tabacco - oppure - è il manico della brìtola". La donna si accontentava della spiegazione. Lui aveva capito che lei aveva sentito, e allora le diceva: "Dopo, ti accompagno a casa".
          Fatti gli ultimi balli, prendevano subito per il viottolo buio, verso casa. E ci fosse la luna con le stelle, o il cielo nuvoloso e il vento minacciasse di piovere; i gufi o le civette soffiassero o stridessero lontano, o qualche frullo di uccelli volasse dagli alberi, loro si stringevano sempre di più, che non gli importava niente.
          E dopo qualche settimana, la Dirce era svogliata, non aveva tanta voglia di mangiare, era stanca, e una domenica, alla Messa, il fumo delle candele, gli era venuto male m chiesa. Allora, se aveva la dote pronta, se le famiglie erano d'accordo, se non era di Quaresima o di Avvento, mettevano subito le stride in chiesa e facevano le carte in municipio.
          E un sabato, alle dieci, con corteo, carrozze, campane, organo e abito bianco, facevano il matrimonio. Dopo sette mesi, all'incirca, nasceva un bel bambino. E la comare della suocera, gli diceva, in confidenza: "Mi pare tanto ben nutrito per essere settimino".
          E le amiche della Dirce mormoravano: "E dire che era delle Figlie di Maria!".
          E quelle più amiche: "Le Figlie di Maria? - Sono le prime a darla via!".
          Intanto la Dirce faceva molto latte e il bambino cresceva bene.

          Zanon era un uomo che quando passava, le donne che andavano a Messa si voltavano a guardarlo. Faceva il bovaio e aveva una forza come un bue. Era capace di alzare di peso il versoio e di piantarlo sulla terra ghiacciata quando, arando d'inverno, si doveva girare alla capezzagna.
          Manteneva moglie e figli come poteva. Paron Bcpi, era il castaldo, aveva i suoi anni, ma era ancora ben gagliardo; comandava tutti gli uomini della fattoria. Lo chiamavano mustacchi di ferro, per via dei suoi baffi e del suo carattere. Era sempre vestito come da festa, col suo gilè di fustagno, attraversato a festone, da taschino a taschino, dalla catena d'argento dell'orologio, grossa un dito, che sembrava quella attorno alle corna delle vacche.
          In autunno alla fine dei raccolti, si facevano i conti e anche Zanon aveva ricevuto la sua gratifica.
          In un momento di pausa, che il castaldo aveva voglia di fare quattro chiacchiere, si trovò con Zanon mentre i loro figlioli giocavano sull'aia.
          "Adesso che hai preso un bel mucchietto di soldi - disse       il castaldo      - gli comprerai qualcosa a quei bambini, che, li vedi, hanno le braghe,       che quasi mostrano le vergogne. E un bel paio di sgàlmare nuove per l'inverno".
          Ma Zanon sembrò che non avesse sentito.
          Allora il castaldo gli disse: "Hai sentito?".
          E Zanon rispose. "Di quali bambini è che parla?".
          E il castaldo: "Di quelli là, vestiti male, dei tuoi...".
          "Di quelli?" - disse Zanon indicandoli -.
          E il castaldo: "Sì, di quelli".
          E Zanon: "Ma quelli, Sior, sono i suoi!".
          Il castaldo, dopo un po' di silenzio, come sorpreso, meravigliato, stupito, disse: "Come?!".
          E allora Zanon, continuando: "Perche, vede, Sior, quando io partivo, prima dell'alba, per le terre da arare, e lei scavalcava la finestra e andava a letto con mia moglie, io, dopo un po', tornavo indietro e andavo a letto con la sua. E questi - continuava indicando i bambini vestiti bene - questi qui, sono i miei, e quelli - indicando quelli vestiti male - quelli sono i suoi".
          Il castaldo diventò pallido e abbassò le braccia che teneva ai fianchi, con i pollici nella cintura.
          E Zanon, prendendo il secchio: "Allora, io vado - disse - che devo mungere la Mora e la Bigia, e portarci il latte alla sua signora".
         

          da MAESTRI PRETI E CARABINIERI

          Il dieci agosto del 1868 il Regio Prefetto della Regia Prefettura di Venezia (da appena due anni gli Austriaci avevano ceduto il Veneto al Regno d'Italia), aveva fatto affiggere nel territorio di Cavarzere un Manifesto rivolto alla popolazione.
          "Abitanti di Cavarzere - diceva - anche quest'anno pervennero reclami intorno abusi che si commettono sotto pretesto del diritto di 'vagantivo', appropriandosi prodotti che non sono palustri. L'Autorità non può tollerare... che si manomettano prodotti di colture non spontanee. Essa, per la prima, comprende la difficoltà della definizione precisa del diritto e dei luoghi... L'Autorità assicura questa popolazione che si stanno raccogliendo elementi per sottoporre alla saviezza del Parlamento un progetto di legge che ponga fine a questo stato di cose cotanto incerto...".
          Succedeva che, in attesa che il Parlamento, che era a Firenze, capitale d'Italia, risolvesse la questione con la saviezza della legge, la gente continuava a "vagare" nelle campagne a prendersi quello di cui aveva bisogno, come aveva sempre fatto, nelle paludi, nei cuori, lungo i canali, nei campi emersi, quando il territorio, essendo della Comunità, era di tutti.
          Per secoli avevano vinto la miseria ed erano sopravvissuti alla fame esercitando il diritto di vagantivo, concesso dalla Serenissima.
          Andavano liberi a tagliar cana, caréto e caresina (canna, càrice e falasco).
          Andavano a caccia, a pesca: a prendere quello che la palude, i canali e i campi potevano dare.
          A sessanta, settanta anni da quel Manifesto, tòrsene dove che ghe ne xe era sentito ancora come un diritto. Una cosa naturale, necessaria se si aveva fame.
          "Non avevo né pane né polenta, i miei figli avevano fame, e io sono andato a prendere spighe e pannocchie dove c'erano".
          Partivano di notte con le biciclette 'grosse', rinforzate, con portabagagli davanti e di dietro, che portavano come un carretto, e tornavano con quello che occorreva.
          Un alunno di terza elementare dell'anno 1934 - 35, raccontava, come cosa del tutto normale, che "me barba va a robare tute le note". Così ho trovato in una relazione dei maestri.
          E il prete non aveva niente da dire. I guardiani facevano il loro giro dopo la partita in osteria, e non si accorgevano mai di niente e i Carabinieri, non potevano mica essere da per tutto.
          "E se ci trovano - diceva la gente - in prigione ti danno da mangiare per niente".
          E anche i padroni lo sapevano. Certe cose, nelle campagne, si potevano prendere, chi le trovava: un ramo, un tronco secco, o scavezà, spezzato dal vento, o dei socati, dei ceppi sulle sirene; e il guardiano non diceva niente.
          E delle donne che portavano da mangiare ai loro uomini, all'andata spezzavano dei rami, dei tronchi, e se li prendevano al ritorno.
          C'era un avvocato che vinceva tutte le cause per furto.
          Alla fine della sua dotta arringa diceva: "Guardi, Signor Pretore, questo disgraziato". E puntava, contro l'uomo tra i carabinieri, l'indice dritto fuori dalla toga che tremava tutta lungo il braccio teso. "Guardi questo povero disgraziato".
          1 povero disgraziato tutti lo guardavano meno che il Signor Pretore. E lui, pareva che parlassero di altri. "Cosa poteva fare se una sera i suoi figlioletti e la giovane sposa gli chiedevano il pane. Un tozzo di pane, Signor Pretore?". Si asciugava la fronte, si tirava su la toga che gli era scivolata dalle spalle c intonava la perorazione.
          "Per non parlare, Signor Pretore, dell'antico privilegio, che dico privilegio, dell'antico diritto di vagantivo, quando...". Era allora che il Signor Pretore apriva gli occhi, alzava un po' la testa, e, ponderando le parole, diceva: "Avvocato! Avvocato!". L'Avvocato allora moderava un po' il tono della voce e proseguiva: "Quando era un diritto per la povera gente andare nelle sue, dico sue, Signor Pretore, terre a prendere il necessario alla vita, alla vita - rimarcava - Signor Pretore".
          L'avvocato si tirava su le maniche della toga, congiungeva le mani, incrociando le dita, all'altezza del petto, guardava l'uomo tra i carabinieri, guardava il pubblico, che erano pochi compagni che gli assomigliavano molto, e qualche curioso che gli interessava poco, e diceva: "Per quanto succintamente esposto, e, con la mia modesta oratoria, illustrato, chiedo, Signor Pretore, la Vostra clemenza, la Vostra clemenza e la Vostra giustizia, Signor Pretore, per questo povero e disgraziato". E si sedeva come affaticato.
          Il Pretore si ritirava, rientrava subito e proclamava: "In nome di Sua Maestà il Re d'Italia, visti gli articoli ecc. ecc. dichiaro il qui presente Tal dei Tali assolto per insufficienza di prove".
          Tutti erano contenti: l'avvocato che aveva vinto, l'imputato che non aveva perso, e il Pretore che non aveva condannato un povero disgraziato.
          Così mi contava mio nonno che glielo contava sempre il Sior Biscoti, una guardia municipale che, quando c'era da fare delle carte intricate, ci portava un salame e faceva tutto lui, che noi ci perdiamo in mezzo a tutte quelle stanze del Palazzo, e non sappiamo fare a spiegarci, e hanno sempre ragione loro.

          Attorno alle bancarelle dei giocattoli le madri strascinavano i bambini e i bambini tiravano per un braccio le madri: chi voleva il cavallino di cartapesta, tutto bianco, un po' grigio sul collo e sui fianchi e le cosce, col carretto giallo di legno, e le ruote che si muovevano; chi voleva il trenino di latta rosso e nero, o la 'Balilla' che, caricando la molla, l'automobile si muoveva da sola; altri piangevano che volevano la 'Guzzi', tutta rossa, che pareva una moto vera. I più piccoli volevano lo schioppo di legno con la canna di latta, e un cerchietto di ferro, che ci mettevi sopra un coriandolo rosso, tiravi il grilletto e sparava, con uno schiocco e un po' di fumo che sapeva di fucile.
          Le bambine cercavano le bambole, bionde, vestite bene, con le scarpe ai piedi.
          Io cercavo la spinéta 'Bravi alpini', l'armonica a bocca, che ero bravo a suonarla e pareva una fisarmonica.
          E c'erano dei bambini che piangevano attaccati alle sottane della madre, che volevano 1 giocattoli, e non aveva i soldi. "State buoni adesso - diceva - che, vedrete, li comperiamo alla sagra di luglio".
          Ma qualche nonna, di quelle che ci sapevano fare e gli dispiaceva che suo nipote piangesse, lo prendeva in disparte e gli diceva: "Qual'è che vuoi?. Quella rossa? Tu sta qui, che vado a vedere se la trovo".
          Tornava alla bancarella, intrecciava col padrone una trattativa per un giocattolo, tirava sul prezzo, ne toccava uno, ne toccava un altro e poi diceva: "No, no, è troppo caro!". E la moto rossa era già scivolata sotto la travèrsa.
          Al bambino tutto contento diceva: "Adesso è meglio che andiamo da un'altra parte".
          Alla sagra di San Giuseppe venivano tutti. E i compari quando s'incontravano si dicevano, scherzando: "Sei venuto anche tu da San Giuseppe, a farti tagliare le corna?!". E poi ridevano.
          Anche le loro mogli.

          da IN CHIESA

          La Domenica di Pasqua era gran festa.
Tutti alla Messa, anche quelli che non ci andavano mai, col vestito buono. La chiesa era piena, che non ci stavano tutti; molti sulla porta, sul sagrato, alla Messa Grande, cantata. Tutte le lampade, tutte le candele accese. Fiori e profumo sull'altare; baldacchini e tendaggi. L'organo suonava l'ingresso solenne e maestoso con tutti i registri c i bassi profondi del pedale. Il Sacerdote con i paramenti dorati. La schola cantorum delle chiese più grandi si esibiva nel canto del Kyrie, del Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei. Nelle piccole chiese l'harmonium faceva del suo meglio e accompagnava la Messa degli Angeli in gregoriano, cantata dalla ragazze dell' Azione cattolica.
          All'elevazione, quando il Sacerdote mostrava l'Ostia tutti erano inginocchiati a testa bassa, con devozione. L'organo si esibiva con i registri dolci; l'harmonium s'ingegnava con il largo di Haendcl o l'Ave Maria di Schubert come per i matrimoni. Al Vangelo il Sacerdote faceva la sua brava omelia: Christus surrexit vere, Gesù, il Cristo è risorto veramente. E augurava a tutti buona pasqua nel Signore.
          Presto si arrivava all'Ite Missa est, cantato anche quello.
          Sul sagrato, tutti si facevano gli auguri, ma le donne no: potevano solo riceverli e ricambiarli o farseli tra di loro.
          A mezzogiorno la tavola da pranzo aveva la tovaglia bianca e il fiasco di vino nel mezzo. Nei piatti scottava la minestra con le 'farfalline' in brodo con degli occhi gialli, grossi come palanche, di gallina vecchia che ci avevano tirato il collo ieri. E per secondo le polpe lesse della gallina e la carne in umido. Il fiasco calava rapidamente. E se il bambino versava il gotto di vin nero che macchiava di violastro la tovaglia di bucato, la madre gli dava uno scappellotto, ma tutti dicevano: "Allegria! Porta fortuna!". E il bambino non piangeva. Quand'era l'ora si mangiavano le focacce, delle grosse fette tagliate con la coltella, e ci facevano la zuppa nel vino. Ma 1 bambini guardavano la cesta con le uova al centro della tavola. Erano colorate, di rosso se le avevano fatte bollire con un pezza che ne prendessero il colore, di verdastro con le ortiche o di marron con le scorze di cipolla rossa. E appena il capofamiglia ne prendeva uno, tutti i bambini ne prendevano: incominciava il gioco del ciocon, il fratello contro la sorella, i figlio contro il padre, il nonno contro il nipote. Tenendolo ben stretto, ciascuno calava il suo uovo con la punta in su, e l'altro, tenendo il suo ben saldo, con la punta in giù gli batteva sopra come un martello. Quello che si crepava, aveva perso. E se ne rompevano parecchi, che poi bisognava mangiarli. C'era qualcuno che, chiacchierando, tra un'ombra e l'altra, ne faceva fuori una dozzina.
          Poi la nonna diceva: "Adesso la Nina dice la sua poesia". Allora la Nina, che non andava ancora a scuola, si arrampicava su una sedia e, quando avevano finito di battere le mani, incominciava: " Xe Pasqua, xe Pasqua \ che caro ca qo : \ se usa magnare \ fugasse e cocò . \ Tuti i putei \ ghe pìase cossi: \ magari che Pasqua \ vegnesse ogni dì". Apriva le braccine e faceva una riverenza. E ancora applausi che sembrava una sposa.
          Alla fine la padrona arrivava con la cùccuma fumante e, dietro, la nuora più giovane con la guantiera e le chicchere nuove, regalo di nozze. "Adesso c'è il caffè", diceva. E qualcuno si metteva a ridere e diceva: "Credete che siamo malati?". "I signori - diceva la nuora giovane diventando un po' rossa - i signori lo prendono sempre, dopo il pranzo". "Perché loro sono deboli - ribatteva qualcuno - ...lavorano troppo!". Alla fine quasi tutti porgevano la chicchera. E ne volevano anche i bambini, ma la nonna: "No! Voi no: che vi fa venire il nervoso". Qualcuno, allungando la mano col gotto, diceva: "Puah! Quell'acqua sporca... Datemi un'altra ombra".


Immagini della presentazione ufficiale del libro tratte da un raro ritaglio di giornale dell'epoca:

     


nella foto con Luciano Chinaglia,
curatore del Progetto grafico ed impaginazione del libro


copertina del testo originale
prima dell'intervento grafico di Luciano Chinaglia

 

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