Presentazione
    Perché ho scritto queste pagine su Ca' Briani? Semplicemente perché ci sono nato.
In questa terra che fu la Valle del Molinazzo ho aperto la prima volta gli occhi alla luce,
Ho respirato la sua aria, sentito gli odori del buio della casa, dei fiori dei prati, del fieno appena falciato, l'odore del vento gelato. Qui ho incominciato a imparare il mondo. Ho visto guizzare le scardove lucenti come foglie d'argento nell'acqua del Tartaro. Ho sentito il terrore dello scrosciare vorticoso dell'Adige in piena e la voce della campanella venire dolce dal tetto della Chiesetta. Nella penombra di quella chiesa ho sentito il pensiero di Dio, Creatore del Cielo e della Terra, presente in quel silenzio solitario.
Ho appreso la saggezza contadina dalle parole di mio nonno che mi insegnava tutto quello che aveva imparato dalla sua esperienza di contadino povero. Ho amato la fatica di mia madre, la tenacia di mia nonna e la grande bontà di mio padre, felice se la sua famiglia aveva la salute e il necessario per vivere.
Qui ho vissuto la mia infanzia e la giovinezza.
Accanto a Don Luigi, un giovane prete di Cavarzere che dal'36 veniva a dir messa nella nostra Chiesetta, Che si mise in testa di far diventare Ca' Brianì una parrocchia, una comunità delle borgate attorno alla sua chiesa. Ci riuscì e ne divenne primo parroco.
    Per ricordare la sua memoria ho voluto ripubblicare il suo libretto La parrocchia di M.SS. Addolorata in Ca' Briani di Cavarzere. Storia di quindici anni 8 Gennaio 1941-1956. Gli ho premesso alcune pagine con l'intento di ricreare l'ambiente socio culturale e anche fisico dell'epoca descritta nella sua Storia.
Ho anche tentato di fare alcuni cenni alla storia delle nostre terre quand'erano valli malsane e poi terra di bonifica. Non sono risalito molto lontano, solo circa tre secoli, quando le valli dell'Adige vennero acquistate dai nobili veneziani e in quelle del Mollnazzo comparvero i Conti Briani.
    E l'ho fatto, più con la partecipe curiosità di chi vuole ricordare la vita tribolata dei nostri padri, che con la precisa sequenza cronologica e la ricerca dello storico, mescolando le varie epoche tra le quali il lettore dovrà districarsi.
    Con un linguaggio piano e dimesso (salvo qualche eccezione nella descrizione della Chiesetta, ché non c'è neppure una fotografia dell'interno), simile a quello della nostra gente, in una lingua vicina al dialetto, che un maestro, anche indulgente, avrebbe molto da fare con la matita rosso-blu.
    Ho voluto rendere omaggio alla mia terra, alla saggezza dei suoi contadini che mi hanno trasmesso là loro cultura: il rispetto della Terra, della Natura e delle sue leggi.
Che bisogna vivere con "un po' di timor di Dio, e volersi bene tra poveretti, e chi fa del male, il Signore s'è tirato in alto, e chi fa del bene Dio vede e provvede."
Questa cultura sembra travolta dal "progresso"
    Ne resti almeno il ricordo e la testimonianza.

Ca' Briani di Cavarzere, 15 Settembre 1999,
Festa dell'Addolorata.


    Così inizia il libro...
    " Adesso stiamo facendo la stradella del Molinazzo", mi diceva Don Luigi, spingendo sui pedali della bicicletta, che si vedevano appena le scarpe sbucare dalla tonaca e io gli correvo accanto mentre andavamo verso la Chiesetta di Ca' Briani.
"Qui - continuava - una volta ci doveva essere stato un argine che attraversava la valle e prima ancora un canale: metà verso Sampiero - e faceva segno verso est - e metà verso Cavarzere - e segnava verso ovest. E finiva là - e indicava in avanti dove c'era l'argine dell'Adige - e là". E si voltava indietro dove si trovava l'argine del Tartaro, che si chiamava così anche allora.
Io non avevo mai sentito dire che una volta Ca' Briani non era Ca' Briani; lui era contento di raccontare di quelle vecchie terre, che in quell'inizio di primavera erano tutte un rinascere di vita: gli alberi, l'erba, le prime violette e il frumento tutto verde ai lati della stradella che era abbastanza ben tenuta.
Lo stradino copriva le buche con la ghiaia delle sassare, delle cavallette di sassi ammucchiate ai lati, che noi bambini ci giocavamo.
"Una volta - concluse - qui era tutto valle: canali, acqua, acquitrini, cuori, canneti, qualche campo coltivato e case di paglia. Zanzare, malaria e miseria. Adesso, guarda, è un giardino!".
Era una domenica sul finire della quaresima del '33, e Don Luigi Zampieri era venuto per la predica, da Cavarzere dove abitava. Io gli rispondevo messa già da un paio d'anni, da quando, nel '36, era stato incaricato dall'arciprete di Cavarzere di celebrar messa le domeniche e le feste comandate nella nostra chiesetta e di prendersi cura delle anime della nostra zona, del nostro riparto, diceva mio nonno.
A servir messa ce l'aveva insegnato l'Antonietta Fàvara, a me e a Santo, mio fratello due anni più giovane. L'Antonietta era figlia di Anzolo Fàvaro, il fabbro dell'Azienda, era una donna piccola, minuta, sempre vestita di nero, con i capelli tagliati corti sulla coppa tirati in su dalla fronte, divisi da una riga in mezzo, metà da una parte metà dall'altra, fino alle basette. Era sempre in chiesa a pregare, a lavorare, pulire. Teneva in ordine tutta la biancheria: tovaglie, càmici, amitti, cotte, cingoli, tutto quello che serviva per dir messa, anche i corporali, le pale e i purificatoi, che non poteva toccarli nessuno. E le pianete, le stole, i manipoli dei vari colori verde, rosso, bianco e violaceo. E dei paramenti da messa c'era anche quello in samisdoro, per le feste grandi. Così chiamavano, nelle sacrestie, quel tessuto rivestito da striscioline sottili giallo-lucenti, che quando si muoveva nella penombra rifletteva un bel luccicore giallo-oro.
Non c'era invece la pianeta nera, che non si dicevano messe da morto, né piviali, che non si facevano altre funzioni.
    "Allora - diceva l'Antonietta ì pomeriggi in sacrestia con una tabella di latta, con le parole ben stampate sopra, tenuta salda in mano - allora, quando il prete ha finito di dire: introibo ad altare Dei, voi dovete rispondere; ad Deum qui laetificat iuventutem meam, capito? Proviamo!". E tutti insieme: ad Deum qui le-ti-ficai iu-ventu-tem meam. "Bene - diceva- ma bisogna schiarirle bene le parole e che si sentano... che sono scritte in latino". Era vero, pensavo, la tabella infatti era di latta...
Qualche settimana dopo era venuto con noi anche il mio amico di terza, Leontino, che veniva dalla padovana. A forza di ripetere abbiamo imparato tufte le risposte, ancfe quella lunga che si doveva dire dopo l'Orate fratres.
In seguito ne vennero molti altri di zagheti, specialmente quando la chiesa divenne Curazia e si facevano tutte le funzioni, anche i funerali. E il prete ci dava la mancia: due palanche.
    Tutte le domeniche e giovedì di quaresima, dal '37, la sera facevano la predica.
    Il giovedì 2 marzo 1939 venne Don Carlo Zennaro, un pretone giovane e gagliardo che, saltando giù dalla bicicletta appena mi vide (che l'aspettavamo), mi disse tutto contento: "Habemus Papam...". Ed io subito: "Eugenio Pacelli!".
Ne parlavano tutti che sarebbe toccato a lui. C'era anche da noi qualcuno che alla domenica comperava il Gazzettino. E in osteria, sopra una credenza, c'era un mobiletto come una cassetta di legno biondo, con delle manopole, e sopra un grande rombo sostenuto da un'asta fatto di tanti fili di rame tesi, che era l'antenna. La cassetta, girando le manopole come si doveva, cantava, suonava, da una sorta di tromba, e diceva anche i "comunicati" con le notizie.
Prima c'era Pio XI, quello grassoccio con gli occhialetti ovali, che aveva fatto il Concordato, e nei quadri, che ce n'era in quasi tutte le case, era in mezzo tra il Duce e il Re.

 

    La Chiesetta dove rispondevo alla messa, la domenica alle undici, digiuno dalla mezzanotte, neanche una goccia d'acqua, che mi girava la testa tutto pallido e mi sentivo svenire, era quella che adesso è un magazzino dell'Azienda.
Ci hanno fatto sul fianco destro un'apertura come una ferita, ampia, ad arco, che ci passano anche i carri. C'è ancora qualche pezzo di pavimento di quello di una volta, che si vede tra buche e rattoppi.
Quando era la Chiesa di Ca' Briani, aveva davanti un lungo sagrato erboso, un gran prato tutto verde che arrivava fino alla strada in terra battuta, lungo il piede della scarpata dell'argine dell'Adige. E due filari di grandi ippocastani, alti come la chiesa, grossi che un uomo poteva appena abbracciarli, vecchi più di cinquantanni. C'era sempre ombra e fresco. E, durante la meanda , gli uomini di servizio sul sélice, dietro il grano appena trebbiato, si riposavano dopo il pranzo di mezzogiorno e durante il merendino, seduti con la schiena appoggiata ai tronchi o sdraiati sull'erba con la giacca per cuscino.


Chiesa padronale (foto Cavarzereinfiera - febbraio 2013)

    
    
    La Chiesetta aveva una bella facciata, di eleganza semplice, che faceva la sua bella figura a vederla dall'argine. Divisa da quattro lesène chiuse in alto da un falso architrave di cotto, sporgente. E, più sopra, fino alla linea di sgocciolamento, un rettangolo trasversale sopra del quale si levava un frontone, segnato ai lati da due piccole lesène che sembravano due colonnine, a sostegno di un timpano incorniciato da un triangolo in cotto in rilievo, ricoperto da calcestruzzo ben levigato. E sul vertice, al di sopra di tutto, un piedistallo di marmo bianco e una croce di ferro.

Il libro è pubblicato integralmente in queste pagine
clicca qui


Leggi altro dell'autore, Giovanni Zanninello

Leggi altro della Chiesa di Cà Briani


Torna a:       pagina Bibliografia       Home page