La copertina del libro


Ringraziamenti

 

       La pubblicazione di un libro che parla del proprio paese è sempre un arricchimento poiché fa conoscere aspetti, tradizioni e storia che rischiano altrimenti di venire dimenticati.
       "Il mio diario", scritto da Domenico Pacchiega, più per sé che per gli altri, ricostruisce un pezzo di storia cavarzerana che nasce dal quotidiano con la freschezza e la spontaneità tipiche di chi butta giù le proprie idee, sensazioni e sentimenti nel momento stesso in cui si avvertono.
       Ma questo non sminuisce il valore storico del libro che si inserisce in un periodo drammatico del secondo conflitto mondiale e mescola la storia del paese a quella degli eventi nazionali e internazionali.
       Mi auguro che il diario di Domenico Pacchiega faccia ricordare chi ha vissuto quegli avvenimenti e sia di aiuto alle giovani generazioni per capire una realtà molto diversa da oggi e per riflettere su un mondo che appare lontano, ma rappresenta sempre le nostre radici.
Il Sindaco
Pier Luigi Parisotto

       Nell'estate del 1994 ricorrevano due anniversari importanti per Cavarzere entrambi legati a fatti della seconda guerra mondiale: il centenario della nascita di Flavio Busonera, martire della Resistenza, il cinquantesimo della sua morte ed in particolare, il 28 Luglio, si ricordava il primo di una lunga serie di bombardamenti che distrussero il nostro Pause.
       Dovendosi celebrare questi avvenimenti, fui contattato dall’amico Vittorio Veronese e da un signore dai tratti gentili e dall’atteggiamento timido e rispettoso: così conobbi Domenico Pacchiega.
       Per tutto il mese di Giugno e buona parte di Luglio lavorammo tutti e tre, insieme a Duilio Avezzù che curava la parte fotografica, per preparare tale ricorrenza e così ebbi modo di approfondire ed apprezzare le doti e le qualità di Domenico.
       Con l’occasione venni a sapere del “Suo Diario” e della sua passione di raccogliere quotidianamente tutti gli avvenimenti dal 1942 fino a quel momento; subito mi resi conto di quale bene prezioso fossero quegli appunti e che valore storico avessero.
       Poiché erano scritti in stenografia, lo pregai di tradurre alcune parti e ciò mi confermò la qualità e l’importanza di tale diario che, pur essendo scritto in lingua familiare e colloquiale, rappresentava un tracciato importante della storia di Cavarzere.
       Lo convinsi che andava completamente tradotto, anche se la mole di lavoro sarebbe stata immensa, al fine di consegnare alle future generazioni spaccati di storia cavarzerana non da tutti conosciuti, come le lotte intraprese dalla popolazione per difendere lo zuccherificio nella seconda metà degli anni ’50. Mi sembrava che fosse d'accordo, quindi avevamo fatto approntare alcuni preventivi di spesa per la pubblicazione: ne ero molto soddisfatto proprio perché condividevo l’entusiasmo di Domenico.
       Due mesi dopo lo stesso venne a dirmi molto dispiaciuto, con la modestia di sempre, che aveva rinunciato al progetto, poiché era stato criticato da alcune persone e gli sembrava che il suo “lavoro” non fosse importante.
       L’avvenuta edizione de “Il mio diario” mi riempie di gratificazione, ma soprattutto rende giustizia a Domenico che credo sorrida contento.

L'Assessore alla Cultura
Enzo Salmaso

Testo riveduto e introdotto da Carlo Baldi
Leggi l' introduzione

 


       Qualche brano

Giovedì 31 agosto 1944

          In via Piantolle quattro donne abitano in tre case vicine, ed è in una di queste che la sera trascorriamo alcune ore giocando a tombola. Io le chiamo “le quattro comari”, perché sono spesso insieme. Sono curiose, pettegole, bugiarde e bruttine; ridono, deridono, accentuano i difetti che notano negli altri. Stare insieme a loro diverte per le sciocchezze che dicono e per come le dicono.
          Hanno trovato nel postino una fonte per appagare la loro curiosità. Ogni mattina (e ciò avveniva anche cinque anni fa quando abitavo in questa stessa via) verso le nove e mezza il postino consegna alle comari, che lo stanno aspettando, la corrispondenza degli abitanti di Piantolle. Prima di essere consegnata ai destinatari viene così letta, commentata, criticata e derisa dalle donne. Il postino la consegna personalmente soltanto a Pasqua e a Natale, in modo da ricevere il meritato omaggio (uova, verdure, qualche pollo ed altro ancora) per la serietà e la correttezza con cui svolge il suo lavoro.
          Non sempre fra le comari ci sono accordo e armonia. Un pomeriggio di agosto due di esse sono passate dalle offese allo scontro fisico. Nemmeno l’intervento di un maresciallo fascista è riuscito a separarle, si è anzi preso uno spintone tale da finire per terra. Un altro scontro si è verificato la settimana dopo, ma stavolta è intervenuto un soldato tedesco e la zuffa si è immediatamente interrotta.
          La sera, quando si gioca a tombola, regna fra le comari un’apparente armonia. Il gioco della tombola mi diverte perché ogni numero estratto viene chiamato con riferimenti vari e vengono presi in giro uomini e donne con i più coloriti epiteti.
          Il numero 19 (disnove) definisce una persona distintasi per comportamenti sciocchi. Una sera riceve l’attributo di “disnove” un certo Piero Schiavina. Piero, dipendente comunale, è stato nominato Vigile Urbano dal Podestà ed è invitato soprattutto a multare i cittadini che usano la bicicletta. Fiero del compito assegnatogli, orgoglioso di portare un berretto militaresco (in attesa di indossare la divisa completa), Piero appena rincasato controlla la bici della moglie. Poiché è priva di freni, estrae il blocchetto delle multe e compila il foglio n° 1. Punisce la moglie con una multa di L. 10,10 che poi pagherà lui. Poco dopo sopraggiunge in bicicletta suo fratello e senza esitare Piero compila il foglio n° 2 perché la bici è priva del bollo. Infatti per circolare si deve acquistare un bollo da L. 10, che viene fissato sulla parte anteriore del telaio. Così Piero, oltre a dover pagare di tasca propria le due contravvenzioni, si prende anche le immaginabili offese dei famigliari. La sua coscienza è però soddisfatta, perché “ha fatto il suo dovere”.
          Lo zelante Vigile esaurisce in pochi giorni il blocchetto delle multe. Ma una sera, nel rincasare, due sconosciuti celati nel proprio tabarro lo tramortiscono a suon di pugni. Gli assicurano che quella è solo la prima lezione; se seguiterà a colpire la povera gente subirà una più sonora punizione. Pare che Piero abbia capito...

 

Sabato 28 ottobre 1944

          Il Comando tedesco informa che dal primo di novembre potrà circolare in bicicletta soltanto chi sarà autorizzato dalla T.O.D.T.
          Da qualche giorno Cavarzere è abbastanza tranquilla e non viene sorvolata da aerei. I paesani sfollati nelle vicine campagne colgono l’occasione per tornare in centro con la speranza di acquistare qualche genere alimentare nei pochi negozi ancora aperti. Lo fanno nelle prime ore del mattino, perché si è visto che gli aerei arrivano quasi sempre dopo le dieci. Ma stamattina è accaduto un fatto curioso, che mostra lo stato di tensione e di paura nel quale si vive.
          Poco prima delle dieci un amico di famiglia, molto simpatico e un po’ burlone, uscito dal Caffè Commercio si è messo a scrutare il cielo in tutte le direzioni, poi, sempre guardando in alto con lare preoccupato, ha cominciato ad allungare il passo e infine si è messo a correre lungo via Roma. La gente che gli era vicino, nel vederlo correre e guardare a quel modo come se scappasse da un pericolo imminente, ha iniziato anch’essa a correre. In un attimo i negozi hanno chiuso i battenti e si sono viste decine di persone in corsa verso Ca’ Labia.
          Il sig. Francesco Danielato, detto Chéco Bégiola, si trovava nella bottega del barbiere Tonon. Accortosi attraverso lo specchio di quanto succedeva all’esterno si è alzato di scatto dalla poltroncina dove lo stavano radendo, è uscito con la faccia ancora mezzo insaponata e ha inforcato la sua bicicletta gridando: “Si salvi chi può!”.

 

Martedì 12 dicembre 1944

          La sera incontro vicino alla mia abitazione uno dei miei più cari amici. E Danilo Frazzetto. Veste la divisa di sergente dell’esercito fascista. Dopo lo scambio di saluti mi dice che domani mattina deve presentarsi al Comando Militare di Padova. Gli dico: ’’Perché non diserti come hanno fatto altri amici che ora lavorano per la T.O.D.T.?”. La risposta di Danilo è perentoria: “ Continuerò a fare il soldato perché mi trovo bene. Al momento opportuno verrò a casa anch'io”.
          Ma non è più tornato.

 

Lunedì 25 dicembre 1944

          È Natale e nel cielo splende pure un bel sole. L’aria è tiepida e mi trovo a Lezze attratto dal richiamo della campanella della chiesetta, verso la quale mi avvio. Alle undici anch’io sono fra la quarantina di fedeli che gremiscono la chiesetta. Seguo la Messa in piedi, vicino aìl’uscita. Quando, verso le 11.45, il prete dà inizio alla lettura del Vangelo, si sentono provenire da est forti scoppi, crepitìi di mitraglia e l’avvicinarsi di aerei. Esco dalla chiesa e ne vedo quattro che proprio sopra Lezze riprendono quota. Ne osservo altri quattro che si dirigono su Cavarzere, e ancora quattro che spuntano da est. Agli scoppi delle bombe e agli spari della contraerea si unisce l’urlo assordante degli aerei che riprendono quota. Entro in chiesa. La gente presa dal panico urla e piange. Il prete con un crocifisso in mano impartisce l’estrema unzione contribuendo ad accrescere la tensione di tutti.
          Finalmente gli aerei se ne vanno. La gente esce e s’accorge con stupore che la paura di trovarsi nell’obiettivo degli aerei non era giustificata. Dalla distilleria si alza una densa colonna di fumo. Sono stati colpiti alcuni tini di nafta.
          La gente si avvia lentamente verso casa. La attende il pranzo di Natale. Io non ho il coraggio di tornare a casa mia. In tasca ho un uovo e una mela; il pranzo e la cena per me sono assicurati. Ho solo il problema della scelta. “La mela - penso - è più leggera e digeribile. La mangerò stasera”.

 

Domenica 29 aprile 1945

          Poco dopo le otto del mattino parto in bicicletta per Cavarzere.
          Prima di raggiungere il centro del paese decido di sostare in località Madonne per salutare le persone per le quali ho lavorato come garzone panettiere.
          Apprendo tristi notizie: i tedeschi, prima di fuggire, hanno ferito a un piede Mimo e ucciso i cinque amici che erano insieme a lui. I giovani trucidati sono gli amici con i quali il 17 marzo avevo trascorso qualche ora in compagnia.
          Mi avvio verso il centro, lungo la strada che collega Ca’ Labia a Cavarzere. I due chilometri di percorso mi presentano uno spettacolo allucinante. Ai bordi della strada osservo i resti di una intera divisione corazzata tedesca. Ci sono pure tanti cavalli e buoi che erano serviti per il traino dei mezzi motorizzati.
          La totale distruzione della divisione è dipesa da sessanta ore di ininterrotti bombardamenti e mitragliamenti dell’aviazione alleata. “In una sola notte sono stati contati 35 bombardamenti”, dice un amico. Ma un altro ne ha contati 37. Nessuno, credo, saprà mai quanti aerei sono stali impiegati e quante azioni sono state compiute in quelle sessanta ore d’inferno.
          Il centro di Cavarzere è solo rovine, sopra le quali io cammino. Il maestoso Duomo, orgoglio dei cavarzerani, non esiste più. Così pure la chiesa di S. Giuseppe. Il campanile ha la sommità molto danneggiata e il Palazzo Municipale è per metà distrutto.
          Fra le macerie del Municipio scorgo alcuni fogli scritti in rosso: spuntano da cumuli di carte varie. Li raccolgo; contengono la descrizione ed elencazione di tutte le incursioni che ha subito il paese dal 4 marzo al 16 aprile 1945. Grazie a quei fogli riesco ad aggiornare il mio diario per i giorni che ho trascorso a Ca’ Cappello. Dopo il 16 aprile sono certo che nessuno sarebbe riuscito a elencare il numero dei bombardamenti, perché sono avvenuti con elevata frequenza. Di certo i bombardamenti su Cavarzere dal 28 lugliol944 al 16 aprile 1945 sono stati in totale 143.
          Mi avvio verso Piantolle per conoscere la sorte toccata alla mia casa. Le prime case sono ridotte a cumuli di macerie; ne supero qualcuna danneggiata. Provo un sospiro di sollievo, una gioia immensa nello scorgere la mia ancora intatta. Entro. I vetri delle finestre sono in frantumi, alcune pareti hanno parte dell’intonaco staccato e qualche piccola crepa. ’’Che fortuna”, mi ripeto più volte. Questa sera potrò dormire nel mio letto e fra qualche giorno anche la mia famiglia ritornerà con me in questa casa. I lavori per la riparazione, certamente non costosa, li faremo in seguito.
          Nell’orto sono spuntati gli asparagi, li raccolgo. A meno di dieci metri dalla casa scorgo sul terreno un foro del diametro di circa venti centimetri. Può trattarsi di un ordigno bellico; non appena possibile informerò le autorità.
          Apprendo da alcuni amici che ieri i partigiani hanno ucciso il giovane Mario Usino. E successo perché, incolonnato con altri fascisti per essere condotto al Comando C.L.N., improvvisamente s’è staccato dal gruppo e ha cercato di scappare. Un partigiano con una scarica l'ha freddato. Aveva aderito alla R.S.I. per costrizione del padre.

 

Sabato 9 giugno 1945

          Poco prima delle dieci tutti i lavoratori del linificio e della distilleria (io fra questi) si recano con i cartelli in Piazzetta Mainardi, dove è stato allestito un palco. Salgono sul palco le autorità: un ufficiale inglese, il Viceprefetto di Venezia, il dottor Di Cianni primario chirurgo dell’Ospedale, alcuni personaggi di Cavarzere a me sconosciuti.
          Inizia a parlare l’ufficiale. Mostrando di non vedere le rovine, la desolazione che c’è intorno, esalta la bellezza e la millenaria gloria della Serenissima Repubblica. “Voi - afferma - avete l’onore di appartenere alla più bella città del mondo”. Poi invita i lavoratori ad impiegare tutte le loro energie per ricostruire una nuova e migliore Cavarzere. Dice che il Prefetto di Venezia assicura il suo appoggio.
          Nessuno applaude. Tutti si rendono conto delle assurdità dette. Assurdità che, dato il momento, diventano offese e presa per i fondelli.
          Il Viceprefetto usa invece il tasto dei sentimenti: ricorda i martiri cavarzerani e tutti lo applaudono. Quando però legge i cartelli che chiedono, non chiaramente, il cambio della provincia cade nella demagogia e nei luoghi comuni. “Cavarzere non può essere che veneziana — dice — come Venezia non può stare senza Cavarzere. Le due città sono affratellate”. Il silenzio è rotto dall’applauso di una sola persona. Non soddisfatto dell’eloquente risposta, il Viceprefetto commenta: “Questo applauso è la prova che vi sentite veneziani”.
          Seguono le promesse che non saranno mantenute e la farsa triste e meschina finisce. Con essa termina l’umiliazione alla quale sono stati sottoposti i lavoratori. Nessuna delle autorità cavarzerane interviene. Il palco si svuota in pochi istanti. Il corteo si scioglie, la sceneggiata finisce mentre i lavoratori s’avviano in silenzio verso il luogo di lavoro.

 

Alcune foto tratte dal libro

     

     

     


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