La copertina del libro


      Nel riavvolgere a ritroso il nastro virtuale del passato, mi è risultato evidente di quanti vuoti emergevano e chiedevano imperiosamente di venire riempiti.
      Non sono riuscito a trovare, ad esempio, una pur minima espressione di riconoscenza nei confronti dei miei genitori. Questa è stata la molla che mi ha fatto scattare il desiderio, seppure maturamente postuma, nella ricerca di ottenere, almeno in parte, il perdono per aver trasgredito con tale colpevole manchevolezza.
      Con “EROI per sopravvivere” mi sono ripromesso di appagare principalmente il debito che pesava sulla mia coscienza. Secondariamente una legittima disapprovazione per coloro che ritengono di portare la pace nel mondo, inventando pretestuosi conflitti, persino preventivi e degni di una logica aberrante. Nella loro cecità non vedono quelle migliaia di ragazzini che oggi affrontano i carri armati gettando pietre e sono già i potenziali kamikaze del domani. Una minima cultura classica sarebbe bastata a far ricordare quanto abbiamo ereditato dai nostri saggi predecessori: “SÌ vis pacem para bellum” che non significa inventare conflitti, ma più semplicemente, non farsi trovare impreparati, qualora ci si trovi coinvolti.
Gianfranco Cavaliere

Presentazione

      L’autore ripercorre la storia di una famiglia di agricoltori, di gente semplice e forte, così come si maturano a confronto con il lavoro della terra, che produce beni fondamentali per la Società.
      La storia viene a collocarsi nel periodo della guerra ‘40 - ’45 e i personaggi vivono gli avvenimenti della guerra stessa nel continuare il lavoro nei campi, nell’unità della famiglia alla quale l’autore dà un particolare significato del ruolo fondamentale nella funzione unitaria ed educatrice.
      Nella parte “più politica” l’autore si sofferma e dà spunti interessanti che ripercorrono il periodo storico e in particolare della Resistenza e della guerra di liberazione nazionale.
      E fa bene a riprenderli, sia pure velocemente, perché il tutto è legato a vicende storiche che non possono essere confinate in un passato ormai remoto, ma che tuttora influenzano direttamente il presente e si proiettano nel futuro con il significato e il valore di una esperienza che non può essere accantonata o rimossa.
      Ciò è vero, sicuramente, per tutti gli avvenimenti e l’esperienza del novecento dal primo dopoguerra fino ad oggi, vale a dire dal periodo che ha visto il sorgere e l’affermarsi del fascismo e del nazismo e della Resistenza ad essi con tutto quanto ne è seguito fino alla terribile lotta per affermare la libertà e la democrazia. In quegli anni cruciali si verificò, infatti, un vero e proprio scontro di civiltà a conclusione del quale la conquista della libertà fu pagata ad un prezzo durissimo che non può essere dimenticato.
      E nessun revisionismo può modificare questo dato storico perché da qui è nata la democrazia. Perché su queste basi e su questi valori poggia la nostra Repubblica e la nostra Costituzione che va consolidata e difesa perché essa rappresenta un compiuto sistema di diritti e libertà fondamentali. Su ciò compito primario è che bisogna rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni se vogliamo recuperare grandi masse alla politica per evitare sfilacciamenti e deperimento della democrazia.
      Su questo l'autore in definitiva ne è convinto nel presentare il suo libro.

AMLETO RIGAMONTI
Presidente Ass. Naz. Partigiani d’Italia
A.N.P.I. Venezia - Mestre


      Qualche brano

4.Le sanzioni

      Come logica conseguenza dell'aggressione italiana all'Etiopia, le Nazioni Unite, Gran Bretagna e Francia decretarono le sanzioni, che si conclusero nell’eliminare qualsiasi rapporto di scambi commerciali.
      L’orgoglio fascista non venne soggiogato dal provvedimento, che provocò altresì una naturale ribellione, seguita dal motto; “Stringere la cinghia".
      Il petrolio, costituirà la voce più importante, seppure le esigenze energetiche di allora, necessitassero di consumi alquanto limitati, rispetto alle attuali.
      Fu fatto intervenire prontamente l’ingegno per tamponare la falla con fonti alternative; cosicché i motori a scoppio si dovettero arrendere a bruciare il gas metano e addirittura carbonella che procurarono modifiche estetiche mostruose per le autovetture, oltre ad un notevole scadimento in potenza.
      Le banane non più importate, furono sostituite dalle piantagioni di cachi. Il caffè fu spiritosamente sostituito dall’orzo tostato, che con molta fantasia, poteva sembrare illusoriamente somigliante, ma solo nella colorazione.
      L’acqua di mare, di cui non era previsto contingentamento, sostituì spesso la sparizione commerciale del sale.
      Le aziende agricole che nel substrato presentavano quantitativi di torba, come l’azienda del gigante, iniziarono una graduale estrazione, che dopo aver subito varie fasi di lavoro, permettevano di ricavare mattonelle che bruciavano molto e riscaldavano poco.
      Lo zucchero divenne da farinoso bianco, a semolato di colore scuro per l’aggiunta di melassa, che dolcificava molto meno.
      Gli agricoltori supplivano in parte, con 1'incremento della produzione di miele, scoprendo che le api costituivano un miracoloso mezzo di impollinazione, e riesumando così quanto secoli prima era stato affermato dai naturalisti.
      Dal settore dell'alchimia si mobilitarono tanti appassionati per iniziare una casereccia produzione di liquori, aromatizzati e colorati da essenze commercialmente reperibili.
      Stessa cosa per il ringiovanimento dei capi di vestiario, attraverso la colorazione a caldo ottenuta col miracoloso Super-iride, che funzionava bene fino a quando non venivi sorpreso da qualche acquazzone.
      La bicicletta che ricopriva il ruolo di mezzo di locomozione più usato era stata battezzata “cavallo d'acciaio" e la prudenza consigliava di corredarla di solida catena con lucchetto, per creare almeno qualche ostacolo a specializzati, lesti marioli.
      Le recinzioni, i cancelli e tutto ciò che costituiva materiale ferroso, divennero oggetto di requisizione, senza indennizzo. Persino le fedi nuziali, in oro naturalmente, furono chieste, anche se datate e assottigliate dal logorio; chi se lo poteva permettere ne effettuava un nuovo acquisto per non rinunciare al ricordo e al simbolo.
      Costoro furono, come riconoscenza definiti: reazionari sabotatori!! Così tutti infilarono all'anulare gli anelli, in antimonio, gentilmente fomiti dal regime come riprova del dovere assolto. Gli spazi murari che offrivano sufficienti dimensioni, furono imbrattati da gigantesche scritte inneggianti al credo di sicura vittoria con frasi divenute familiari, come: “vincere e vinceremo" “credere, obbedire, combattere”, “romperemo le costole alla perfida Albione" denominazione secolare attribuita alla Gran Bretagna, per le bianche scogliere di Dover.
      Tutto sarebbe stato fanciullescamente risibile, se la conseguenza non fosse divenuta contributo di sangue.
      La stragrande maggioranza degli italiani non si accorgeva di essere diventata una massa di marionette, mosse da fili, per l’interesse di pochi privilegiati.

 

12.La brigata nei suoi dettagli e compiti

      Gli elementi che avevano aderito al movimento e sui quali si poteva fare affidamento, non erano raccogliticci di dubbia provenienza, magari affascinati da spirito di avventura, ma selezionati tra centinaia di possibili aderenti fomiti di sensibilità e coscienza che li aveva fatti diventare uomini, ancor prima dell'avventurosa scelta.
      Tra loro c’erano soldati che avevano combattuto su vari fronti, operatori .agricoli che conducevano anche piccole aziende, professionisti e studenti universitari, i più anziani, o iscritti a licei e istituti superiori.
      Non esistevano interessi personali o di partito, erano previsti tutt'altro che allettanti premi, ma la situazione imponeva scelte fatte con responsabilità.
      Sarebbe demenziale attribuire all’uno o all’altro partito di essere stati artefici della Liberazione, quando allora, oltre all’amore per la famiglia, alla coscienza di Patria e l’attaccamento alla propria terra, non esistevano sudditanze partitiche e tanto meno leader polìtici. Alcuni che si professavano comunisti, nulla conoscevano del comunismo, ma intendevano con ciò professarsi antifascisti.
      I programmi che avevano ottenuto la totale approvazione erano i seguenti: evitare comportamenti che avrebbero potuto provocare rappresaglie sull’esempio di via Rasella a Roma o nel paese di Marzabotto; non togliere la via di fuga ad un esercito che seppure decimato, avrebbe potuto alla stregua di una belva ferita, lasciarsi alle spalle la fatidica “terra bruciata”; aiutare e assistere i prigionieri alleati, fuggiti dai campi di concentramento; difendere, anche con l’uso delle armi, i cittadini che si trovavano in pericolo di vita; salvare il salvabile dalla distruzione; aiutare i più indigenti, utilizzando ciò che era possibile ottenere da donazioni o con materiale recuperato da sabotaggi.
      Questi erano i primari scopi che furono rispettati e sarebbe oggi impossibile enumerarli, ma trovano, in parte, conferma nella memoria depositata presso l’Anpi dì Padova (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia).
      La lealtà dei comportamenti di ognuno, risulta da una indagine confidenziale esperita tra gli appartenenti alla brigata, che nonostante le varie circostanze, confermavano non avere mai sparato un colpo, mirando al bersaglio umano.
      Ciò costituiva un nobile motivo di merito, mentre è stata pianta vuoi per inesperienza che per errori umani, la perdita di alcuni elementi aggregati nell’ultimo periodo.
      Nell’organizzazione, oltre alla conduzione particolarmente oculata, grande peso ebbe l’esperienza degli ex militari, che dopo 1'8 settembre erano riusciti, tra una miriade di avventure, a raggiungere il paese d’origine.
      E’ doverosa, per motivi di riconoscenza, una citazione di alcuni che costituivano il nocciolo duro su cui poggiava l’intera oiganizzazione. Molti tra questi non possono leggere il loro nome, perché ad oltre 10 lustri, sono passati a miglior vita.
      Oltre ai personaggi della prima descrizione va menzionato “Tita”, tuttora vivente, elemento eccezionale per vigoria fisica, ex granatiere che, responsabilizzato da una promessa fatta negli aviolanci in cui venivano stabilite le coppie, si faceva aiutare da Sandro, non per il trasferimento dei bidoni in questi terreni impervi e allentati dalle lavorazioni agricole, ma esclusivamente per un aiuto iniziale nel sollevarli da terra e sistemarli sulle sue possenti spalle.
      A seguito di questa prima fase, lo invitava a seguirlo nel tragitto che portava all’accumulo di tutta la merce.
      Lo stesso “Tìta” galvanizzava i presenti con racconti della sua esperienza militare, essendo granatiere; con alcuni commilitoni, l’8 settembre a Roma tenne immobilizzata per ore una compagnia corazzata tedesca sparando con i mortai, ad un ritmo talmente accelerato da portarli a temperature prossime alla fusione.
      A questo racconto, più volte sentito, seguiva sempre un ilare mormorio dell’auditorio. Che dire di “Gino” non più tra noi, che era stato battezzato “ugola d'acciaio” perché nelle sue esibizioni canore, emetteva acuti tali da provocare le vibrazioni dei timpani, col rischio di danneggiarli.
      “Gino” un fenomeno unico per vitalità ed esuberanza che teneva sempre tutti col fiato sospeso, per l'esaltazione che metteva nelle occasioni di maggior rischio.
      Tutti gli altri costituivano l’ala più moderata, sempre impegnata ad evitare conseguenze derivanti da avventate decisioni. Nell'impossibilità di citare tutti e scusandoci per coloro che non trovano menzione, alcuni tra i più significativi furono: Brazzo, Gregianin, Targa, Eliseo Parisotto, cugino di Gino. Costoro non si atteggiavano ad eroi, ma, per fare un paragone, erano come tutti i giovani di quell’età, compresi quelli attuali, che dopo una nebulosa nottata in discoteca, giocano alla roulette russa con auto da 200 e più fanfara, con la sola differenza che allora non esisteva la droga e se un effetto droga si manifestava, poteva soltanto derivare da esaltazione di nobili sentimenti. Questo rappresentava il nocciolo dell’organizzazione che operava in contrapposizione a qualche banda annata, conosciuta e compromessa, come quella tristemente nota dei fratelli Boccato, costantemente braccata dai rastrellamenti che seguivano alle spiate, denuncianti la presenza in questa o quella zona.
      Questa banda era costituita dai fratelli Eolo ed Elio, il terzo Esperò non era incline alla violenza, oltre a qualche altro accolito, reclutato in sostituzione di quelli che venivano a mancare nei vari scontri con le brigate nere.
      La banda si era macchiata di crimini, che potremmo definire senza un possibile ritorno verso la riabilitazione, resi animali inveleniti dalle circostanze, avevano necessità di rapinare inermi famiglie di agricoltori e non di rado addirittura con la soppressione fìsica dei malcapitati.
      Il fenomeno era stato impropriamente definito partigianeria e ciò creava non poca confusione e disistima per le più impegnate organizzazioni patriottiche.
      Si era persino fatto strada il suggerimento ai patrioti di invitare i componenti della banda ad un colloquio, col pretesto di offrire collaborazione ed in tale occasione passarli per le armi; per meglio chiarire, organizzare un “San Valentinobis” compito altresì adatto a killer di professione per la diffidenza che solitamente regolava ogni loro azione, oltre ad un comportamento di vile e riprovevole livello da parte di giustizieri che non rassomigliava alle nobili finalità, radicate nel patriottismo.
      Non fu nemmeno necessario mettere ai voti, perché due giorni prima era pervenuto dal comando superiore di Padova, l’ordine di ricevere paracadutato un personaggio di massima importanza e di assicurargli un nascondiglio di assoluta segretezza e sicurezza.
      Dal tono della raccomandazione e da come procedevano le azioni belliche si poteva supporre che tanto personaggio fosse riconducibile al principe Umberto di Savoia, che con tale coraggioso comportamento volesse meritarsi la candidatura di successione al trono.

 

20.Un solo monito: sopravvivere

      Dall’ormai vicino fronte, arrivavano oltre all’eco delle batterie pesanti, anche notizie sempre più drammatiche.
      La gente si rintanava dove pensava di aver trovato un nascondiglio su cui fare affidamento.
      Le abitudini che avevano fino ad allora scandito i consueti appuntamenti come: le ore dei pasti, le ore di lavoro e di riposo erano completamente saltate.
      Ognuno si alimentava quando avvertiva morsi allo stomaco, senza rispettare le familiari riunioni attorno alla tavola imbandita. Il sonno aveva il sopravvento, quando la stanchezza ti portava allo stress e durante il sonno era consolante il privilegio di non pensare all’eventualità di un mancato risveglio.
      Passare dal sonno naturale al sonno eterno era diventata una tra le considerazioni accettabili, se raffrontate a condizioni penalizzanti per l’intero arco della sopravvivenza.
      I giovanissimi, forse per incoscienza, erano gli unici che non si ponevano particolari problemi, mentre i meno giovani demandavano alla fatalità la scelta e nelle decisioni risultavano i più vitali.
      Nella riunione avvenuta nel bunker della fattoria, aveva preso la parola, come primo relatore cui spettava l’iniziale introduzione, il comandante “Giorgio”, da tutti conosciuto per le sue intemperanze; la maggioranza dava per scontato che avrebbe lamentato una troppo scarsa partecipazione agli avvenimenti, pur sapendo il rischio che i suoi suggerimenti potevano produrre sull’incolumità di ognuno.
      A queste dichiarazioni, ritenute da alcuni ingiuste e offensive, aveva dato risposta uno dei saggi per ricordargli la responsabilità nei confronti delle famiglie e, nel caso degli anziani, anche dei figli.
      Era Parisotto, che a giusta motivazione, metteva a confronto gli appartenenti ai vari gruppi della resistenza. Difendeva la tesi che coloro che combattevano in montagna, lontano dalle famiglie, arrischiavano in proprio, senza coinvolgere ed esporre i familiari ad eventuali funeste conseguenze.
      Aggiunse che i combattenti alla cosiddetta macchia avevano un equipaggiamento leggero ed in montagna venivano affrontati necessariamente con armi di uguali caratteristiche, mentre così non era per la situazione che si stava esaminando.
      Giusta quindi la prudenza nelle scelte che, intraprese con senno, non dovevano compromettere una situazione portata a compimento nel migliore dei modi, fino alla vigilia dell’imminente soluzione del conflitto.
      Al lettore, potrà sembrare troppo prudente il comportamento conseguente ad una scelta tanto azzardata, ma non si deve dimenticare che stiamo parlando di fatti realmente accaduti e che dal senno dei più esperti anziani, derivava la scelta tra una vita fattiva e un sacrificio sterile; come fu quello degli ultimi cinque giovanissimi appartenenti alla brigata che sono morti, senza nemmeno diventare eroi.
      L’attribuzione di eroe, termine a volte inflazionato, perché considerato come riverente premio di una appartenenza partitica, non fu mai contestata dalla controparte per ovvi motivi, come avvenuto nel discusso caso seguito alla morte di Edgardo Sogno. Non è stato nemmeno eroismo il riempire di esplosivo un cassonetto in via Casella a Roma, che costò per ritorsione la vita a centinaia di vittime innocenti delle fosse Ardeatine.
      E’ sicuramente eroico invece il gesto del carabiniere Salvo D’Acquisto, che si offrì di sostituire in una rappresaglia nazi-fascista una decimazione popolare, per salvare col suo estremo sacrificio la vita a decine di innocenti.
      Eroismo che, ahimè, troppo pochi conoscono e commemorano, forse perché l'eroe D’Acquisto ebbe il grave torto di non essersi iscrìtto ad alcun partito politico.

 

21.La bufera alle porte (da pagina 83)

      Il pomeriggio fatidico per gli avvenimenti si era presentato alla fattoria il comandante Giorgio, con cinque ragazzetti, muniti di pistole che Sandro, conoscendoli, dubitava persino sapessero usare.
      Si rivolse direttamente a Sandro, al quale non aveva mai perdonato quella tacita costrizione a restituire l’arma al sergente, ospite del gigante che stava consumando una tazza di pane e latte.
      Non aveva capito che un’azione tanto insignificante e inutile, avrebbe potuto procurare seri guai al gigante e all’intera famiglia. Rivolgendosi a Sandro, con tono autoritario ed enfasi che tradivano le originarie appartenenze ai ranghi della GIL gli intimò: “Andiamo, dobbiamo incontrare i nostri alleati che stanno arrivando!” Sandro abbozzando un sorriso di sufficienza, escluse la possibilità di simile folle decisione, perché nella migliore delle ipotesi si sarebbero trovati tra le braccia delle SS tedesche. Mancava una simile risposta per farlo indispettire e salire l’ultimo gradino della cattedra per esclamare minacciosamente: “Ti pentirai di questa insubordinazione”. Girò le spalle tirandosi dietro i cinque giovani, condannati a morire.
      Sandro li accompagnò con lo sguardo, nella speranza di aver creato in loro qualche ripensamento, commentando la cosa con il padre che pensava come poteva salvarli.
      Ma ahimè! Erano ormai troppo lontani; nulla poteva più cambiare, solo chi pensava di essere ascoltato poteva rivolgere una preghiera all'Altissimo.
      Ma non erano trascorse due ore quando, a raffiche isolate di Maschinen, pistole che costituivano l'arma comunemente usata dalle SS, ne seguirono altre più determinate, che forse erano quelle dirette a chi non si sarebbe voluto.
      Furono ritrovati tutti immobili e senza vita, dov’era coltivato il grano, e dove si erano nascosti nella speranza inutile di potersi salvare.
      Il comandante Giorgio fu l’unico a sopravvivere.
      Oggi esiste un cippo, vergognosamente trascurato, fuori mura del cimitero, nel luogo i cui dintorni li ha visti nascere, crescere e infine accogliere post mortem.
      A chi ancora ne conserva il ricordo, significherebbe chiedere pubblicamente perdono, poter leggere inciso questo messaggio:

Credevate di giocare alla guerra
tra ragazzi della vostra età,
con fucili di legno e
pallottole di gomma.
Vi siete trovati inconsciamente
a contatto con una tragica realtà,
i cui giochi prevedevano
l'eliminazione dei perdenti.
Non vi è stato nemmeno concesso
di conoscere se il vostro estremo sacrificio
sia servito a cambiare le regole del gioco.
Le regole non sono cambiate,
ma voi continuate,
eternamente giovani,
a giocare come allora,
nella speranza che i fucili un giorno
ridiventino di legno e le pallottole di gomma.

     


-.Testo e immagini tratte dal libro

      I documenti allegati perfettamente autentici, sono riemersi dai fondo di un cassetto di una vecchia scrivania in legno, sfarinata dai tarli, dove costituivano già materiale destinato al macero.
      Erano giunti qualche tempo dopo la fine del conflitto per esplicita volontà di coloro che, avendo ricevuto benefici, intendevano dimostrare riconoscenza per chi generosamente e con spirito di abnegazione aveva prestato aiuto e assistenza a ex prigionieri alleati, evasi dai campi di concentramento a seguito dell'otto settembre,
      Tali circostanze dalle leggi dì guerra erano considerate reati che non potevano beneficiare di una difesa legale, ma prevedevano esclusivamente l'immediata pena di morte,
      La noncuranza per tali documenti dimostra chiaramente il disinteresse per un loro uso venale, contrariamente per coloro che a conflitto terminato, li hanno usati come benemerenza per ottenere in cambio particolari e truffaldine agevolazioni
      I profittatori si sa, sono e saranno sempre esistenti anche se di facile individuazione, perché appartenenti a quelli che hanno trovato comodo e opportuno cancellare la modestia e l'onestà dalla virtuale classifica dei valori giustificandosi col definirli ingenui e inopportuni comportamenti che generano soltanto anonimato»


Il libro è pubblicato qui in forma integrale


Torna a:       pagina Bibliografia       Home page