il libro
ACQUAMARZA
... i ricordi perduti

    di Maria Antonietta Peruzzi
    (1/12/2015)

Preghiera a Sant'Antonio
    Se chiedi a Dio i miracoli vedrai indietreggiare la Morte, l'errore e le calamità; fuggire il demonio, le malattie e ogni male.
    Cesseranno le tempeste, si spezzeranno le catene, le cose perdute saranno ritrovate; giovani e vecchi riceveranno aiuto e conforto.
    Resteranno lontano i pericoli, sparirà la miseria; lo possono attestare coloro che hanno sperimentato la protezione del Santo di Padova.
... GLORIA.

O LINGUA BENEDETTA che hai sempre benedetto il Signore e lo facesti benedire anche dagli altri, ora si vede chiaramente quanta Gloria hai trovato presso Dio.

 

La famiglia dei Peruzzi

       Il titolo del libro è “Acquamarza… i ricordi perduti”, l’autrice un’anziana signora di origini cavarzerane: Maria Antonietta Peruzzi (classe 1939), abitante a Tortiano di Montechiarugolo (Parma).
In sostanza, una lunga e nutrita raccolta di ricordi d’infanzia, ora gioiosi, ora tristi o luttuosi, vissuti nella località rurale di Cavarzere Acquamarza, il cui nome richiama alla memoria le valli che un tempo circondavano il paese, ma in particolare la famosa famiglia Peruzzi, che tale luogo sottopose a boniica e poi all’agricoltura. Un ceppo familiare dal quale la scrittrice del libro discende; peraltro ricordato nella chiesa di S. Croce dalla cappella dei Peruzzi dipinta da Giotto (tutti banchieri esiliati dai Medici). Un libro quello di Antonietta Peruzzi, o meglio un condensato di richiami mnemonici di duecento pagine di agevole lettura, arricchite di numerose fotograie del tempo, che spaziano dalla felice infanzia dell’autrice ino agli ultimi, luttuosi avvenimenti bellici, e si concludono con l’alluvione del Polesine del 1951 (che sommerse anche tutta la sinistra dell’Adige cavarzerana).
       L’azienda agricola Peruzzi di Acquamarza contava un tempo 700 campi produttivi; nel 1940 vinse la famosa “gara del grano” e fu premiata con 900 lire e una medaglia d’oro al merito ma, poco prima di essere sommersa dalle acque del Po, negli anni ’50 del secolo scorso, venne sottoposta alla riforma agraria e divisa in diversi nuovi, piccoli poderi. Così i Peruzzi, di fatto “sfrattati” dal loro podere, si videro sottrarre il frutto del sacriicio di decine e decine di anni. Soltanto uno di loro, nel 1954, riuscì ad ottenere in “compenso” uno dei poderi ricavati dall’ex vasta distesa agricola: il S. Marco. A Cavarzere la famiglia Peruzzi è sempre stata conosciutissima, oltre che per la sua operosità, per la sua grande apertura sociale verso i suoi dipendenti (che ospitavano a pranzo e a cena quasi quotidianamente), per l’educazione religiosa professata in famiglia e verso quanti chiedevano aiuto e ospitalità durante tutto il tempo dell’anno. Perciò sottoposta e assoggettata a tanti spiacevoli episodi e resa testimone di fatti luttuosi dovuti al nascondere nel “ienile dei Cucchi” piloti inglesi, renitenti alla leva, ricercatori e partigiani. Sottoposta a continue perquisizioni, ad atti di intimidazione, incendi e spionaggio da parte dei nazifascisti. Durante l’ultima guerra, nel casolare venne addirittura insediato un comando tedesco. Quella dei Peruzzi era una grande famiglia patriarcale e solo quella di Maria Antonietta era formata di dieci persone (genitori e otto igli) e per giunta allargata costantemente alla parentela che la attorniava. Lo zio dell’autrice del libro, Plinio Peruzzi, premiato “per l’aiuto dato ai membri delle Forze armate degli Alleati”, con un attestato del comandante supremo del Mediterraneo, venne condannato a morte ben due volte, prima dai tedeschi, poi dai partigiani per opposti motivi. Nel primo caso riuscì a salvarsi per l’intervento del Feldmaresciallo Brinkman della Deutsche Wehrmacht “che era anche lui di fede cattolica” e “un uomo di buon cuore” (col quale Plinio mantenne rapporti amichevoli anche dopo la guerra); nel secondo caso con un’assoluzione piena da parte della Corte d’Assise di Rovigo.
       Mi ha scritto, tra l’altro, l’autrice, che ha voluto donarmi il libro (altre due copie le ha regalate alla biblioteca di Cavarzere): “Ho vissuto a Cavarzere fino all’età di 25 anni. Sono invalida all’80%, senza supporto economico e vivo sola, con un pensione di reversibilità del mio defunto marito. Mi ritengo ben inserita nella vita sociale di Parma, dove frequento il teatro Regio, dove mi hanno riservato un posto gratuito per la conoscenza e la competenza dimostrata per la musica lirica e per le rappresentazioni teatrali. Sono amica di molti artisti, ma sono sempre stata molto legata al mio luogo d’origine, Cavarzere, e ai suoi abitanti. Per questo motivo ho ritenuto opportuno raccogliere le foto, i ricordi e i documenti storici nel mio libro su Acquamarza, in segno di riconoscenza”. Concludo precisando inine che, nel suo libro, la Peruzzi ha voluto anche rivelare un miracolo di guarigione ottenuto da Padre Leopoldo a sua madre Lucia Marangoni, che era rimasto inora un segreto di famiglia, mai conosciuto neanche dalle autorità religiose. Da ricordare inoltre che durante lavori di aratura furono rinvenuti ad Acquamarza numerosi reperti archeologici (anfore, lacrimatori ed altro) donati al museo di Este.

Rolando Ferrarese
dal settimanale "Nuova Scintilla" di domenica 17 luglio 2016


- PROLOGO
       Il 3 settembre 1938 mio padre, Ermenegildo Peruzzi, convolava a nozze in quel di Adria con mia madre Lucia Marangoni. Tutti i loro familiari parteciparono felici all'evento. Io nacqui nel 1939, nel mese di giugno, nella casa padronale della tenuta "Acquamarza" nella campagna di Cavarzere, paese del comune di Venezia. Venne data una grande festa per il mio Battesimo. Il mio padrino fu il dottor Ivio Munari, allora studente. Di questo avvenimento si parlò a lungo soprattutto perché furono serviti i prelibati pasticcini del Bar Pasticceria Casellato. La mia casa era frequentata spesso da amici e parenti nonché dai contadini che con tanta serenità lavoravano la nostra terra. La mia famiglia era composta dalla nonna patema Agnese, da papà Gildo, da mamma Lucia, da zio Plinio (fratello di papà), da zia Graziella (moglie di zio Plinio) e dal loro figlio Gian Ezio di due anni più grande di me. Si viveva bene insieme. C'erano una cucina e una sala da pranzo uniche, lo studio di papà e quello di zio Plinio erano divisi da una grande entrata. Al piano di sopra c'erano le stanze da letto. Per le feste a cui erano invitati ospiti non di famiglia si utilizzava la sala bella dove c'era un grande tavolo ovale, due mobili (trumeaux), belle sedie e poltroncine, quadri, vari ninnoli ed un bellissimo orologio a pendolo. Le persone che lavoravano in casa erano considerate come amiche e partecipavano al pranzo sedendo a tavola con noi. Peccato che questo periodo sereno sia durato poco, perché l'Italia entrò in guerra alleandosi alla Germania e al Giappone contro il resto del mondo. Nei primi due armi, nonostante i disagi e le preoccupazioni causati dalla guerra, si viveva normalmente e senza grandi apprensioni o spaventi. In casa nostra c'erano sempre tanti ospiti e durante l'estate si andava anche al mare a Sottomarina di Chioggia con parenti e amici. Poi il papà venne richiamato nell'esercito e dovette partire per il fronte. E così in casa tutto cambiò. Con noi restò lo zio Plinio perché doveva continuare a condurre e a far fruttare le terre e le proprietà di Acquamarza. Correva l'anno 1940 e in novembre nasceva mio fratello Gianni mentre l'anno in cui papà partì, il 1942, venne alla luce il mio secondo fratello: Antonio.

- qualche brano dal libro:

- CAPITOLO 11
       Cavarzere a quei tempi era un comune molto esteso, aveva più frazioni ed era diviso dal fiume Adige. In una giornata di sole la mamma mi portò con sé sul calesse. Era estate e faceva un caldo soffocante. Lungo la strada ghiaiata della Botta il cavallo di nome Martino andava a passo lento, così io avevo la possibilità di osservare il paesaggio: i campi, gli alberi e quel sole radioso mi davano un'ebbrezza di serenità luminosa, tanto da farmi sentire leggera. Il dondolio del calesse mi dava la sensazione di avere le ali. Martino proseguì il viaggio, attraversò il ponte della Botta ed imboccò la strada provinciale che in alcuni tratti era asfaltata. Così aumentò il passo trottando un po' più veloce ed io continuavo ad essere cullata e allietata da una brezza leggera. Lungo la strada provinciale arrivammo alla frazione di Ca' Labia dove alcune case erano state distrutte dai bombardamenti e pensai: "Anca chi ze passà i roplani?"27 La mamma cercava di distrarmi e allora ogni tanto mi diceva: " Varda che bel giardin!"28 facendomi segno dalla parte opposta. Finalmente arrivammo davanti al Duomo. Quel giorno era desiderio di mia madre andare a pregare l'Immagine miracolosa del Crocefisso29 per ringraziarlo dei tanti pericoli scampati. In chiesa rimasi incantata dal luogo e dal vedere un Gesù così grande. La mamma mi raccontò la storia dell'artista intagliatore di canne, che aveva eseguito l'opera del Cristo e l'aveva completata in quattro anni (nel 1834 circa) e mi raccontò dei fatti miracolosi e delle guarigioni da gravi malattie accadute in seguito alle preghiere dei fedeli rivolte a quell' Immagine. Al ritorno la stanchezza mi vinse e a stento riuscivo a tenere gli occhi aperti, ma mi sforzavo di non addormentarmi. Qualche giorno dopo mi ritrovai nella mia stanza coperta di chiazze rosse sulle braccia e sulle gambe: avevo contratto il morbillo. Erano tempi duri quelli e non si trovava un dottore. Io me ne stavo nel mio lettino e ricordo che facevo fatica a sopportare il prurito, che scottavo a causa della febbre alta e che non potevo uscire per andare a giocare. Dopo pochi giorni ero migliorata e quando fui quasi guarita arrivò da Adria la zia Bianca a farmi compagnia. Portava con sé degli abiti cuciti dalla nonna materna Amabile Angelica e qualche gioco di legno costruito dal nonno Valentino. La zia in regalo mi portò le scarpette di paglia di Firenze con la borsettina uguale, fatte da lei. Mi vestì molto bene e poi mi scattò delle fotografie che tutt'ora conservo. La settimana dopo si ammalò anche mio fratello Antonio. Pure a lui venne la febbre alta solo che lui ebbe la broncopolmonite. I miei genitori erano preoccupati perché verso sera mio fratello respirava a fatica e non si riusciva a svegliarlo; dormiva continuamente. Così papà decise di andare a cercare il dottor Flavio Busonera che era il medico condotto del comune di Cavarzere. Viveva in un nascondiglio perché era ricercato per motivi politici, così mi fu raccontato. Mio padre riuscì a trovarlo e il dottore venne a casa nostra. Rimase per tutta la notte accanto al letto di mio fratello e con le cure riuscì a salvarlo. Infatti verso mattina ad Antonio uscì l'esantema del morbillo, con la febbre un po' più bassa e alla fine si svegliò. Prima di andarsene il medico abbracciò tutti i presenti in casa, come per un presentimento che aveva e poi da papà si fece riaccompagnare a casa sua invece che al nascondiglio. Il giorno dopo si venne a sapere che il dottor Flavio Busonera era stato arrestato e portato nel carcere dei Paolotti a Padova. I miei genitori rimasero sconvolti. I giorni precedenti il suo arresto, a Padova erano stati uccisi dei soldati tedeschi dalla resistenza, per questo il comando aveva deciso di vendicare i commilitoni condannando a sua volta dei cittadini italiani e proclamando che per ogni tedesco ucciso sarebbero stati sacrificati dieci italiani. Pertanto il comando perlustrò le carceri e le strade a seconda di quello che le SS decidevano. Per tale motivo il medico venne impiccato dalle SS con altri martiri come lui, nella piazza di Padova. La figlia del dottore fu obbligata dall'autorità scolastica fascista ad assistere, insieme ai suoi compagni di scuola, all'impiccagione del padre e degli altri condannati, come dimostrazione e ammonimento pubblico. Il comune di Cavarzere si mosse per cercare di salvare il suo medico condotto. Anche lo zio Plinio insieme allo zio Francesco e a mio padre si riunì davanti agli esecutori, ma i nazisti impedirono loro qualsiasi azione minacciandoli della stessa sorte. Fu una grande tragedia per la mia famiglia. Vidi papà e gli altri familiari piangere e rammentare l'accaduto per parecchi giorni. Dei congiunti del dottor Busonera rimasero la moglie con i figli a dover far fronte da soli alle difficoltà del periodo. La famiglia dei Peruzzi rimase vicina alla vedova, in ricordo di un martire innocente che pagò con la vita la sua fedeltà alla missione di medico perché curava tutti coloro che ne avevano bisogno; per questo e per la sua umiltà era molto amato dai cavarzerani.

    27     Anche qui sono passati gli aeroplani?
    28     Guarda che bel giardino!
    29     Scultura dell'artista Domenico Paneghetti. L'opera è alta quasi 5 metri

- CAPITOLO 15
       L'ultima settimana di settembre 1944 si rifugiò nel nostro fienile occupato dai Cucchi un giovane di Adria: Espero Boccato. Lavorava in uno studio fotografico in centro a Cavarzere ed era in pericolo perché lo stavano cercando i fascisti. Lo volevano portare alla loro centrale affinché parlasse dei partigiani e in particolare di suo fratello Eolo. Eolo era a capo del "Gruppo Partigiano Garibaldino" ed era ricercato per aver formato una banda armata che rapinava gli agricoltori della zona, compresi i miei familiari. Espero era innocente; non c'entrava nulla con le imprese del fratello e non sapeva realmente dove si trovasse (questo è quanto ho sempre sentito dire dai miei genitori). Nel fienile insieme ad Espero c'era anche Silvano Bardella, figlio di Cesare, il capo bovaro delle nostre stalle. Espero era arrivato ammalato e sofferente; aveva la febbre e pensava di essere al sicuro nel fienile che si trovava in mezzo ai campi. Solo che, a causa di una soffiata, una mattina verso le cinque arrivò alla nostra corte un comando di fascisti superbi e particolarmente cattivi. Li vidi che prendevano la carraia che portava al fienile dei Cucchi e durante il tragitto non facevano altro che parlottare tra di loro. Arrivarono al fienile dove li stava aspettando un altro comando ed iniziarono a rastrellare e a perlustrare tutta la zona intorno al fabbricato e dentro allo stesso. Poco dopo uscirono dal fienile con Espero e Silvano. Appena furono fuori iniziarono a picchiarli a sangue; poi presero ad interrogare Espero infliggendogli un sacco di torture con un coltello. Da lui volevano informazioni sul fratello Eolo. Informazioni che egli non poteva dare perché era da molto tempo che non lo vedeva e non sapeva dove si trovasse. Verso le dieci vidi arrivare un'altra camionetta di fascisti. Erano tutti in piedi nel cassone. Saranno stati una cinquantina e quando si fermarono vidi scendere dalla cabina una donna. Si faceva chiamare donna Paola, ma il suo vero nome era Anna Maria Cattani. Veniva dal Politeama di Adria ed era conosciuta come una donna spietata e crudele, tanto da rivestire la carica di torturatrice. Con lei dalla camionetta scesero anche tutti gli uomini che si sparpagliarono nei dintorni. Alcuni di essi si diressero verso la campagna e diedero fuoco al fienile mentre altri si rimisero a picchiare i due prigionieri. Poi li presero a forza e li portarono nell'aia di casa nostra. Quando li vidi avvicinarsi rientrai di corsa in casa spaventata, anche perché era troppo forte la visione di Espero tutto coperto di sangue con la piccola donna bruna al suo fianco che continuava a sbeffeggiarlo. Un gruppo di soldati entrò in casa e ci intimò di uscire alla svelta, di allinearci contro il muro e di rimanere fermi. Zio Plinio cercò di imporsi per salvare Espero, ma venne preso e arrestato. Ci presero in ostaggio tutti ... operai, donne e bambini (me compresa). Il papà, che in quel momento si trovava nella stalla piccola insieme ai bovari e che si era reso conto di quanto stava accadendo, liberò e fece anche uscire dalla stalla grande i tori. La sua intenzione era quella di creare confusione in modo da permettere ai nostri lavoranti e ai due prigionieri la fuga attraverso i campi per potersi nascondere. Riuscì al fuggire pure lui insieme a Carlo Della Giulia, Tullio e altri. Purtroppo Espero e Silvano non ci riuscirono. Erano stesi a terra stremati a causa delle punizioni e torture subite, per cui non riuscirono ad alzarsi per poter fuggire. I soldati fascisti che si erano dispersi per paura della carica da parte dei tori ritornarono indietro, mentre donna Paola, che non si era minimamente scomposta davanti agli animali, continuava le sue torture su Espero. Quella donna crudele aveva trovato un filo di ferro che infilava nel naso, nelle orecchie e nella bocca del povero ragazzo. Egli urlava dal dolore e lei continuava a chiedergli dove fosse suo fratello. Espero tra un urlo di dolore e l'altro continuava a ripetere che non lo sapeva. Mio fratello era in braccio alla mamma che ogni tanto gli copriva gli occhi o le orecchie, solo che io quelle crudeltà le vidi tutte e sentii anche le urla del povero ragazzo. Più volte egli chiese pietà e dell'acqua fintanto che, ad un certo punto, mia zia Anna si fece coraggio e tentò di avvicinarsi ad esso con la caraffa ed un bicchiere. Donna Paola glielo impedì strappandole di mano il bicchiere e gettandolo lontano. La zia non si perse d'animo e quindi provò a porgere al ragazzo la caraffa. Ma quel mostro infame della donna prese pure la caraffa e la gettò a terra ai suoi piedi. Così a zia Anna non restò che ritornarsene mestamente vicino a noi accanto al muro. Quando fu vicino mi accorsi che le sue mani erano sporche di sangue ... il sangue del povero Espero che donna Paola, quando aveva minacciato la zia, aveva riversato sulle sue mani. Passarono parecchie ore. I soldati fascisti perquisirono tutte le case dei contadini della corte, compresa la nostra, depredandole di tutto ciò che trovavano. Verso il primo pomeriggio si radunarono tutti sull'aia, poi si divisero tornando ognuno al mezzo con cui era arrivato e se ne andarono verso la campagna Pendendo la strada sterrata e portando con loro i prigionieri. E noi Potemmo rientrare in casa. Quando i fascisti arrivarono sul ponte della fossetta fecero scendere i due ragazzi nel campo adiacente. Furono fatti mettere in ginocchio e poi un giovane fascista tirò fuori un'arma e sparò al povero Espero, uccidendolo. Donna Paola che si era avvicinata alla scena, quando vide il ragazzo accasciarsi, prese un coltello dalla cintura e iniziò a pugnalare ripetutamente il corpo ormai esanime di Espero. Fu così che, in quel giorno di settembre, Espero Boccato morì innocente. Dalle finestre dei piani alti di casa mia riuscimmo a vedere qualcosa della terribile scena che si svolgeva ad alcune centinaia di metri dalla corte e con noi la videro anche alcune suore con la loro superiora, madre Ester, che si erano rifugiate da noi a causa dei bombardamenti. Probabilmente donna Paola non era soddisfatta e così vedemmo il gruppo di repubblichini ritornare in corte. Le suore impaurite scapparono dicendo che avrebbero provato a fare ritorno all'Istituto Monastico di Cavarzere. Mia madre invece si preoccupò di far fuggire me e uno dei miei fratelli, facendoci uscire da una delle finestre. Ci diede istruzioni precise di scappare attraverso il sentiero dell'argine della Botta e di arrivare dritti alla prima casa subito dopo il nostro vigneto. Ci rassicurò che sarebbe arrivata il prima possibile. Mantenne la promessa. Appena le riuscì, ci raggiunse insieme agli altri miei due fratelli. Mamma lì non si sentiva al sicuro, per cui ci raggruppò tutti e insieme ci spostammo nella casa di Arturo Frigato, fattore della tenuta di Roncostorto. Lì trovammo un'ospitalità cordiale da parte di tutta la famiglia. La moglie di Arturo era una grande amica di mamma e preparò per me e per i miei fratelli una bella tazza di latte caldo. I figli dei coniugi Frigato, Arrigo e Bepi, erano due bei ragazzi giovani e durante la nostra permanenza ci fecero spesso giocare. Avevano anche una figlia, Lia, di circa 14 anni. Nel tardo pomeriggio eravamo ancora lì ospiti e ricordo mamma che piangeva perché non riusciva ad avere notizie degli altri familiari che erano rimasti ad Acquamarza. Fu così che il signor Arturo, per rincuorarla, si offrì di andare a controllare per vedere se la situazione si era calmata e se i soldati fascisti se n'erano andati. Per distrarmi un po', presi una sedia e mi misi alla finestra in direzione della strada che costeggiava la Botta per vedere se per caso arrivasse il mio papà. Ed è proprio in quel momento che vidi passare il convoglio dei repubblichini e notai che su un camion c'erano prigionieri lo zio Plinio, Silvano e suo fratello Nino, alcuni contadini della nostra tenuta e, purtroppo, anche Arturo Frigato. Erano tutti in piedi intorno al corpo senza vita del povero Espero e a quello di un maiale che probabilmente avevano preso nel porcile vicino al fienile dei Cucchi. La vista di quell'orribile scena mi fece ritornare in mente il povero Espero brutalmente trucidato e immaginare la sofferenza di quei poveri prigionieri costretti a subire il terribile tanfo che emanava dal maiale, oltretutto dopo aver assistito allo scempio precedente. Ricordo la ragazza, Lia, che piangeva e che chiamava il suo papà e il viso costernato di mamma che si sentiva in colpa perché il signor Arturo l'aveva voluta generosamente aiutare per alleviare le sue pene. Dopo qualche giorno venimmo a sapere che il signor Arturo era stato portato al campo di concentramento a Ponte della Priula sul Piave e che, durante un bombardamento da parte degli alleati, era riuscito a fuggire. Di Silvano e Nino ci giunse la notizia che invece erano stati portati in un campo di concentramento vicino a Berlino. Fortunatamente anche i due fratelli riuscirono a scappare, sempre durante un bombardamento e, camminando nascosti in mezzo ai campi e attraversando strade secondarie, a far ritorno a casa dopo due anni.


Espero Boccato,
trucidato dai nazi-fascisti il 2/10/1944


Lettera che il Feld Maresciallo Brinkmann inviò alla famiglia Peruzzi

- CAPITOLO 34
       Acquamarza ... terra mia generosa, fertile e ricca, che nascondi tesori del passato. A volte, durante l'aratura dei campi, capitava che si potessero trovare dei cocci dipinti o dei boccettini di vetro chiaro e colorato di azzurro chiamati "lacrimatoi". Allora non mi rendevo conto che si trattava di reperti storici del periodo etrusco o romano. Io li raccoglievo soltanto perché mi piacevano ed erano belli. Poi li usavo per abbellire il mio posto segreto. Si trattava di un piccolo fossato asciutto dove io scavavo la terra pressata, la intagliavo e creavo delle figure che poi usavo per adornare il posto. Era consuetudine che io e le mie cugine andassimo nei campi arati da poco per cercare i cocci. A volte erano dipinti con bellissimi disegni e, quando raramente trovavo i boccettini, io ero ancora più contenta. Capitava anche che trovassi pietre o sassi di forma strana; così riuscivo ad abbellire sempre più quel posto nel vigneto che io chiamavo "e/l camarin88". I miei genitori non sapevano di quei reperti, perché appena li trovavo li portavo nel mio posto. Avendoli già una volta consegnati a loro, ero sicura che se li avessero riconosciuti li avrebbero portati come gli altri al museo di Este. Quest'ultimo episodio mi fu raccontato da mio padre quando divenni più grande. Il vigneto era il posto dove passavo più ore della mia giornata. Salivo sul ramo più basso del fico, che consideravo il mio albero. Invece i miei fratelli e cugini preferivano salire sui meli o sul pero, quello della qualità "San Pietro", oppure sulla pianta altissima degli "amoli" (le prugne selvatiche). Per il possesso del posto loro gareggiavano con la corsa "del primo arrivato" oppure con il gioco della "mora". Sopra gli alberi ci si dava la voce e si recitavano 1e filastrocche. Più si cresceva e più si inventavano nuovi giochi da fare lì nel vigneto che per noi era un posto sicuro. Il luogo era recintato ed adiacente alla nostra casa. Io lo ricordo come un Paradiso Perduto. Dopo pranzo, insieme ai cugini e ai miei fratelli, andavamo all' anguriara a piedi, perché la carrozza "Vittoria" non c'era più. Ci andavamo correndo e poi apposta strisciavamo i piedi scalzi sul terreno per sollevare il polverone. La nostra merenda consisteva in una mezza anguria dolcissima con il pane biscotto che ci veniva servita da Rinaldo Pessina, l'anguriaro. Alla sera si faceva ritorno alla corte dove ci aspettava il bagno nel canale Botta, mentre a mezzogiorno ci si lavava nei mastelli di legno che venivano messi appositamente al sole per far riscaldare l'acqua. Le nostre mamme ci tenevano ben puliti e ordinati. Ci facevano lavare i capelli con acqua e aceto per evitare che prendessimo i pidocchi ... che solitamente e facilmente si potevano prendere a scuola. Era il vanto di mia madre dire alle sue amiche che i suoi bambini non li avevano mai presi.

- CAPITOLO 45
       Il 28 settembre del 1950 improvvisamente morì lo zio Domenico Peruzzi, che era il fratello di papà e che abitava a Gaiarine. Al ritorno dal funerale un'altra terribile notizia colpì il papà. Era il 29 settembre e arrivò la comunicazione che anche lo zio professore Francesco Peruzzi era morto. Il 30 settembre del 1950 la buona novella della nascita della mia sorellina. Una bella bambina a cui venne dato il nome di Francesca Domenica. Nel 1954 nacque Rosetta, la bellissima "copeze", ultima di noi fratelli. E' l'ottava nata ed io ne andavo orgogliosa.


Antonietta con le sorelle sorelle Francesca e Rosetta
(quest'ultima prematuramente scomparsa venerdì 15 luglio 2016)


- Dall'articolo di Rolando Ferrarese su Nuova Scintilla:
       Mi ritengo ben inserita nella vita sociale di Parma, dove frequento il teatro Regio, dove mi hanno riservato un posto gratuito per la conoscenza e la competenza dimostrata per la musica lirica e per le rappresentazioni teatrali. Sono amica di molti artisti, ma sono sempre stata molto legata al mio luogo d’origine, Cavarzere, e ai suoi abitanti.

- Dal Capitolo 1 del libro, la parte finale:
       La zia Bianca era la sorella maggiore di mamma; era bellissima, molto elegante e affettuosa. Giocava con noi bambini e ci raccontava favole, tragedie e poi cantava. La zia fu la prima che mi insegnò le principali arie operistiche. Mi faceva cantare da soprano e nei duetti lei intonava le tonalità di tenore, baritono, basso o contralto, a seconda del brano. Quando c'era lei in casa era sempre festa perché sapeva trattare con noi bambini e tante volte si metteva in competizione con noi dicendo che era lei la migliore o la più bella. Noi a vederla così ridevamo tanto e la giornata passava veloce e con spensieratezza.


Parma 2013
Antonietta Peruzzi all'Auditorium Toscanini con
il primo violino, la figlia Ilaria e il tenore Juan Diego Florez


Parma 2016
Antonietta Peruzzi con la figlia Ilaria
al Teatro Regio di Parma per il concerto del tenore Gregori Kunde e il baritono Vittorio Vitelli


Parma 2016
Antonietta Peruzzi alla rappresentazione del galà con il ballerino Roberto Bolle


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