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"Rifugiati nel racconto"
storie di profughi siriani in Giordania e Libano
di Francesco Fantini
Sabato 3 settembre 2016
Cavarzere, Palazzo Danielato


Pagina 1 - clicca sulle immagini per ingrandire - Foto di Domenico Augusti e Fabrizio Bergantin
(foto liberamente prelevabili - citare la fonte e l'autore in caso di utilizzo pubblico)



La Voce di Rovigo, mercoledì 7 settembre 2016

"Rifugiati nel racconto"

Storie di profughi siriani in Giordania e Libano di Francesco Fantini

Ricordo soprattutto il freddo sebbene non fosse poi così intenso, ma era impossibile da fuggire. Erano decenni che a sud non si registrava un clima simile e non c'era scampo, niente riscaldamento solo neve, pioggia, allagamenti.
Un tempo frenetico, fra corse in quartieri difficili, autorità ostili, un campo profughi vietato, un'atmosfera clandestina accentuata dal rifiuto perché pochi accettavano di farsi fotografare, anche se lo scopo era di aiutare. Retaggi culturali, pregiudizi, diffidenza, problemi di sicurezza e... freddo che penetrava fino a sentirti solo.
Ogni posto diventava precario nell'inutile ricerca di calore che costringeva a ripartire e tentare ancora. Così i profughi siriani continuavano la fuga cercando scampo da una guerra che inseguiva, oltre i confini, oltre gli accampamenti, oltre le case provvisorie e insalubri. Non c'era scampo, rimaneva tutto ciò che si era perduto continuando a respirare la fuga, nel dolore che accompagnava ovunque.
Non si poteva proseguire quando la vita, e i morti, erano rimasti da un'altra parte. Continuavano a guardarsi attorno senza riconoscere gli orizzonti. Gli occhi erano inutili e rinviavano lo sguardo alla memoria che riconosceva le facce, i villaggi, i paesaggi perduti, la sofferenza che voleva dimenticare e ricordare allo stesso tempo. Emergeva la contraddizione che trasformava i sogni in incubi e gli incubi in rimpianti.
Secoli passati alla ricerca della verità per fuggire l'angoscia, per trovarsi infine una verità che è angoscia. Quando tutto torna inevitabilmente al nulla, perduto, strappato, ciò che rimane è silenzio nudo e solo allora emerge un pensiero corrotto, fuori dall'ordine naturale, perché il pensiero quando è cognizione della nostra miseria, è innaturale: ora si aggiungeva la violenza e cadeva l'ultima difesa, il rispetto per il corpo dopo che l'anima si era perduta da tempo.
Così immagini oscene di cadaveri mutilati, corpi straziati, vilipesi, immagini di vivi che erano fatti morire in rete, una rete che diffonde, libera o manipola?
Rete misteriosa, rete di contratti occulti che diventa ancora una volta verità rassicurante, perciò pericolosa. Una verità senza volto, acclamata da una moltitudine che non ha sguardo, espressione da interrogare, che non si vede, che si può immaginare come più piace, o conviene, o che fanno vedere e immaginare; una moltitudine che sembra unità per essere invece un insieme di solitudini: la rete non unisce tutti, cattura ogni singolo.
Non è facile capire, non sapevo più dove rivolgere lo sguardo, potevo solo distoglierlo dai bambini che guardavano indifferenti decapitare i loro padri dalla finestra antiriflesso dei telefonini.
Sempre più nulla in tutto quello che incontravo, frastornato da lingue incomprensibili che in passato avevo sempre capito, ma ora non era necessario, non serve distinguere i suoni quando non esiste un senso.
Ero ammalato, il corpo faticava a seguirmi lungo sentieri percorsi tante volte. Diversa era però la consapevolezza, l'idea che non era possibile un pensiero, quando il pensiero era che tutte le cose sono niente. Non poteva esserci nessuna felicità all'interno di una realtà di violenza totale. La volontà di esistere pretendeva l'illusione, la dimenticanza, la distruzione di una tale verità. Non ci poteva che essere il rifugio dell'immaginazione, di riuscire a concepire le cose che non sono per ritrovare un'esistenza possibile.
Non è forse ciò che volevano quei profughi? Un ricovero dalla realtà? Una dimenticanza, un rifugio dove poter immaginare nuovamente un futuro?
Bisognava però esorcizzare il passato, raccontarlo per giustificare un'illusione che permettesse di tornare all'esistenza perché, almeno per il momento, di illusione si tratta.
"Rifugiati nel racconto" per descriverci la sofferenza passata, cercando di rendere credibile l'innaturale, perché in natura esiste la morte, non l'omicidio, la crudeltà, la tortura.
Cercavo immagini che rendessero possibile l'esistenza, non la realtà, fotografando davo corpo alla mia immaginazione, stimolata da quella loro, dai racconti che cercavano la loro strada, mentre tentavo di stare al passo inventando la mia: tutti per riuscire a dimenticare, a immaginare, a illuderci, senza fingere perché all'interno della finzione stessa che perciò si proponeva come pensiero. Riuscire ad abbandonare la determinatezza della realtà per rivolgersi all'infinito, l'abisso dell'ignoto che non esiste nel reale, ma solo nell 'immaginazione; e le illusioni sole ce lo possono rappresentare.
Il reale è finito, limitato e deludente, ma nell'ignoto si può trovare qualcosa di più bello, sconosciuto, cercando una forma infinita, un modo di dire poetico che riesca a essere il tentativo più alto per sollevarsi al di sopra del nulla e come tale possibile nell'indicare una speranza: ecco perché le immagini che ho fatto non vogliono rappresentarvi la realtà.
Non chiedetemi di documentare, non chiedetemi i dati, i numeri, il calcolo e raziocinio che servono solo a creare le nostre sicurezze tecnologiche mentre continuiamo a chiederci come sia possibile che accada tutto questo. Non è con ricerche e metodi scientifici che potremo risolvere noi stessi, né tanto meno la nostra crudeltà. Abbiamo già computer potentissimi per calcolare i limiti, quando torneremo a essere nulla come tutte le cose, lasciamo che il cuore possa essere libero di battere fuori da questo calcolo.
lo voglio dirvi, con l'immaginazione di un'illusione che ho vissuto con i profughi siriani incontrati in Giordania, in Libano. Che ho incontrato in accampamenti allagati, sotto la neve, in campi profughi, in case fatiscenti, centri di salute, ospedali.
Nei loro racconti ho immaginato il mistero del bazar di Damasco, quando percorrevo le merci e le spezie, gli incredibili antiquari raggiunti attraverso ripide scale in pietra. I profumi e gli odori, l'impasto di pane e dolci, la cremosità dell'hummus, gli ori, la frenesia e l'incredibile vitalità di una folla incessante.
Ricordo i ristoranti nella via dietro la grande moschea, il narghilè e i Dervisci danzanti, la varietà e bontà dei cibi e gli innumerevoli tè con il vecchio del piccolo-bazar nei quartieri popolari, la collana di lapislazzuli che mi parla più di quell'incontro nell'interminabile trattativa, piuttosto che del valore di un gioiello.
Immagino il lungo viaggio, Aleppo, Homs, le antiche cittadelle, (Incredibile distesa di storia di Paimira, le stazioni degli autobus, il sis-kebab arrostito per strada, i check-in dei militari, lo sguardo ovunque del vecchio Hafiz al-Asad (il vecchio dittatore siriano, padre dell'attuale).
Voglio raccontarvi una storia vera in maniera incredibile, così che possiate viverla anche voi, perché è questo che tutti i rifugiati continuano a chiedermi: "dove siete mentre tutto viene distrutto, quando muoiono migliaia di persone. Perché non dite niente, perché permettete tutto questo.. *
lo non so, non posso e non voglio rispondere, non voglio prendere le distanze ma restare con i profughi ripetendovi la domanda e mentre penso alla nostra fuga di tutti i giorni, mi torna in mente un vecchio discorso "...alla fine ricorderemo non le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici..." quante volte ancora ti dovranno uccidere Martin (Luther King)?

Questo il contenuto del primo pannello della mostra


   
   
   
   
   
   
 
 
Opuscolo illustrativo sul contenuto della mostra



La locandina

    
il pubblico in attesa dell'inaugurazione      da sx: Paolo Fontolan, Assessore alla Cultura
Duilio Avezzù, Presidente Foto Club
Anna Clementi Operatrice Umanitaria in M.Oriente
Graziano Zanin e Giuseppe Ferrati, delegati Fiaf
    
     con Duilio Avezzù,
Elena Fantini, figlia dell'autore
    
consegna di una targa ricordo     
    
     il pubblico presente in sala
    
    

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