Incontro sul tema
Per restare sul mercato bisogna vincere sulla crisi
Venerdì 11 dicembre 2015
Cavarzere


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"Per restare sul mercato bisogna vincere sulla crisi"

All'agriturismo di "Corte Aurora" l'associazione AMPI CNA Venezia ha promosso l'incontro conviviale con i propri associati. Prima della cena il presidente Giorgio Ferro, ha analizzato in un work shop la situazione delle piccole imprese, di come si sono organizzate per superare la crisi.

Per comprendere a pieno la situazione del territorio i dati degli anni 1970/2000 quando Cavarzere e Cona erano un polo specializzato di oltre 500 piccole imprese del settore dell'abbigliamento.

Ossia, era come la città di Prato, solo che le nostre imprese si dedicavano al façon e alla produzione di abbigliamento uomo e donna.

Ora le aziende di questo settore rimaste attive nel territorio sono 82 di cui oltre 50 sono di proprietà di imprenditori cinesi.

Questa è la causa dell'immobilità e della scarsa preparazione imprenditoriale delle piccole imprese che non hanno saputo interpretare come adeguarsi al cambiamento del mercato, con strumenti appropriati, ad esempio unendo le sinergie raggruppandosi in consorzi.

Quindi uno tzunami nella categoria ha avuto riflessi catastrofici anche per tutte le imprese dell'indotto.

Altri settori, ad esempio il settore dell'edilizia ha avuto problematiche simili con il blocco delle costruzioni e di tutte le attività artigianali dell'indotto. In questo caso è stato d'aiuto l'intervento dello Stato con il riconoscimento del credito d'imposta del 62% concesso agli utenti.

Perfino le attività dei servizi alla persona hanno dovuto adeguarsi e modificare il loro modus operandi alle richieste del mercato.

Si pensi anche ai cambiamenti per le attività professionali mediche legate alla salute del cittadino.

Ma tutti i mali non vengono per nuocere, la crisi dal 2008 ha costretto e ha schiuso molte porte per le piccole imprese in genere, costringendole al confronto con problematiche che prima avevano sempre rimandato e mai seriamente affrontato.

Ad oggi, fine 2015, a sette anni da quell'ottobre nero che tante vittime ha mietuto, si fatica ancora a capire come raddrizzare gli asset della spina dorsale economica sia a livello nazionale, sia a livello locale.

Sicuramente le responsabilità di tutto ciò siano non è da addebitare solo alla crisi dei mutui, alle politiche europee sbagliate, allo strapotere dei mercati asiatici, ma è corretto fare un esame di coscienza come imprenditori?

Una riflessione essenziale è da fare di fronte all'80% dei piccoli e medi imprenditori che non ha ancora compreso a fondo cos'è la globalizzazione, cos'è l'apertura delle frontiere e cosa vuol dire in termini di market competition.

Questo significa che molte imprese hanno chiuso per la mancanza di certezza del credito, e molte altre poiché non sono riuscite ad adeguarsi ai cambiamenti dove, da un giorno all'altro, il mercato, non era più la via della bottega artigiana o commerciale, in cui a precederci era il passaparola, magari mediato dalla fiducia storica personale dai clienti.

Il mercato era improvvisamente diventato il mondo e internet la vetrina per la vendita. Ecco quindi che, non avere un sito, o avere una brand reputation online curata male, rendeva la sovraesposizione foriera di nocumenti e danni d'immagine.

Ora, il problema è che il piccolo imprenditore italiano ha sempre vissuto sulle amicizie, sui rapporti interpersonali, curando le public relations nella sua cerchia ristretta: egli ha sempre preferito farsi amico il cliente potente, con tattiche che magari hanno poco a che fare col marketing, piuttosto che adottare una strategia unitaria, ferma e solida, finalizzata ad un proprio target di clientela ben identificato, ma indifferenziato, dove non serve carpire l'attenzione del singolo cliente, ma dell'intera clientela.

Questo significa che un imprenditore "globale", si alza la mattina e sa che avrà da confrontarsi con i suoi concorrenti cinesi, indiani, tedeschi, americani, francesi, etc., ossia, ragiona in modalità globalizzata, senza inseguire le amicizie che pagano nel breve periodo, ma che non resistono ai periodi di varianza negativa. Dovrà essere un imprenditore che studia, impara l'inglese, analizza scientificamente il proprio mercato, guardandolo dall'alto.

Se deve curare le pubblic relations, assumerà un social media manager.

L'imprenditore "padrone" tipico del nostro nord est deve cambiare radicalmente modo di operare e invece di far curare i canali sociali alla segretaria nel tempo libero, non deve continuare a fare public relations invitando qualche amico o peggio qualche politico a cena. Questo approccio all'imprenditoria, può avere esiti più o meno positivi all'interno della piccola comunità paesana, ma superati i confini nazionali è una soluzione sterile senza alcun ritorno economico.

L'imprenditore ottuso, quand'è in crisi, taglia subito il settore marketing e pubblicità, ignorando che, in periodo di crisi e difficoltà, bisogna aggredire ancor più i pochi spazi lasciati nel mercato, invece di penalizzarsi tagliando il budget per la comunicazione. Sono ancora pochi, ma il 38% degli imprenditori intervistati ha dimostrato di operare con un sito internet, il 42% utilizza con regolarità le mail, il 46% utilizza facebook e il 18% utilizza twitter.

Bisogna investire fortemente sull'area formativa e informativa e tanto più si ritarda ad adeguarsi, tanto più si sarà penalizzati. Sicuramente ci sono altri fattori oltre a quanto esposto: i notevoli costi del lavoro, della previdenza, della gestione amministrativa, della fiscalità, degli studi di settore e di burocrazia, ma il posizionarsi in modo non globalizzato da parte delle PMI da quando son nate, sino ad oggi, ha reso impossibile la loro ripresa, a tutt'oggi.

Quindi, i piccoli imprenditori devono velocemente imparare a convivere in un Paese che mette i bastoni fra le ruote in termini di mantenimento di un'impresa, ma non si devono bloccare da soli dimenticando di studiare, di imparare ad affrontare le nuove tendenze, di superare la concorrenza con la genialità tipica italiana.

Giorgio Ferro



La Voce di Rovigo, sabato 19 dicembre 2015

    
    
    
    
    
    

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